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martedì 2 marzo 2021

SIA SEMPRE IN ME AMORE DI VERITÀ, SOPRA OGNI ALTRA COSA!


SIA SEMPRE IN ME AMORE DI VERITÀ


SOPRA OGNI ALTRA COSA!


Dinaweh


"Sia sempre in me amore di Verità, sopra ogni altra cosa!"
Queste parole sgorgano dal cuore più che dalla mente, ogniqualvolta mi avvicino alla lettura e allo studio delle opere del grande e dimenticato filosofo del Cinquecento: Giordano Bruno!
Prendendo il testo in mano, rimango affascinato e muto di fronte alla verace dedica che egli stesso indirizzò all'illustrissimo cavalier signor Michel di Castelnovo, come proemio alla sua opera "De infinito Universo et Mundi". [Quelle stesse parole saranno lo spunto per il post successivo].
Ammirazione e amore in me, per il potere e la fascinazione di un uomo che con la sua vita, oltreché con il suo pensiero, ha dato prova di vivere da vero cercatore, scavando attorno a sé un abisso, per l'irraggiungibilità dei suoi iperbolici voli nel mondo della conoscenza e della futura scienza. Quanti dei suoi contemporanei sono mai riusciti a cogliere la visione onirica e tuttavia non illusoria di una mente e di un cuore che in lui palpitavano all'unisono? Verità e fede, scienza e conoscenza in lui hanno cercato di collimare, quando egli stesso cercava una via per far risplendere la verità delle cose, quelle animate come quelle inanimate, al di fuori del dogma religioso, nel quadro cosmico di una conoscenza universale, sdoganata dalla pervicacia di un potere dispotico e miope, quale era quello esercitato per secoli dalla Chiesa...
Bruno viveva lui stesso tutto intriso di quella Luce da cui sentiva di provenire che restituiva con l'impeto del fanciullo gioioso e quasi ingenuo; corifeo di tutta quella bellezza per gli uomini del suo tempo, del tutto incapaci tuttavia di cogliere cotanta luce in un sol colpo!. 
Quanto attuale appare oggi il suo dire, nella sua sferza contro l'ignoranza dei dotti! Oggi la dotta scienza, che si è fatta largo anche grazie al sacrificio di uomini dal pensiero e dalla vista acuta come Giordano Bruno, mostra di sé non tanto quell'apertura mentale né quella visione metafisica e spirituale così necessarie e imprescindibili per sondare i massimi sistemi dell'uomo e dell'Universo, quanto la stessa pervicace e presuntuosa ignoranza che sembra aver ereditato da quella stessa cattedra che aveva voluto demolire: la Chiesa di Roma! E come è vero che una stessa medaglia porge sempre di sé entrambe le facce, opposte ma pur sempre figlie della stessa matrice, così la scienza si pose al posto della religione con lo stesso dogmatico atteggiamento che era proprio dell'antico e acerrimo nemico! Bruno riuscì a volare più in alto, librando il suo audace pensiero sopra le beghe dell'umana ragione, così come al di sopra di ogni cieca credenza, che non fosse avvalorabile dall'esperienza e dall'immaginazione; quella stessa che soltanto un visionario come lui seppe trasmutare in vera e propria conoscenza. 
Egli ne seppe trovare le vie; ne riconobbe i sentieri più nascosti che divennero al suo magnetico sguardo la via Maestra, la più diretta, la più ovvia, persino la più scontata!
Chi mai avrebbe potuto accettare e accogliere tanta arditezza di ragionamento?! Chi, della Terra figlio, avrebbe mai potuto condividere temi e aspetti così lontani, eppur vicini, dell'umana natura e della sua stessa genìa stellare rivelata così, senza infingimenti, né sconti da regalare al destinatario, sieno essi stati papi, re, cardinali, oppure rampolli di nobili e patrizie casate, studenti delle più facoltose università dell'Europa del tempo?!       

Interessi e secondi fini, strategie di potere e supremazia economica hanno da sempre fatto da sfondo alle asserzioni spacciate - allora "a difesa della fede", oggi "a difesa della scienza" - le più ottuse e liberticide di quei vili che, 'in nomine veritate', continuano - ancor oggi - a farsene scudo.
Di tutt'altra natura il nostro Bruno, come tutti coloro che, nel nome della verità e di un ragionevole dubbio, sono stati e sono tuttora disposti a patire la derisione e la condanna dei folli e degli ignavi. Ancora troppo e sempre "la maggioranza sta"... 
A noi non interessa la maggioranza, il politicamente corretto né - ancor meno - ci sentiamo di dare ascolto alle sirene di una scienza senza coscienza, colpevole di aver pasciuto e condotto un'umanità fragile e inconsapevole a un passo dal suo baratro finale!


Lungi dall'essere mera speculazione astratta, le riflessioni del Nolano - affidate ad una miriade di scritti in volgare ed in latino - si schiudevano a una complessa teoria sull'essere umano, considerato in un universo infinito e antigerarchico, di cui non era più il centro (come voleva un certo Rinascimento), facendone parte intrinsecamente, partecipando della stessa energia vitale che muoveva la natura a crearsi e ricrearsi di continuo in varie forme, a reinventarsi in nome di una "intelligenza" e di un moto vicissitudinale che le era proprio. Le conseguenze di tale pensiero si riversavano su ogni piano dell'esistenza, facendo saltare i pilastri apparentemente incrollabili su cui era fondata la società del tempo.*
dal sito "www.altritaliani.net", The Hand e Giordano Bruno, ovvero disegnare la filosofia, 27 settembre 2012.

Troppo audaci le sue considerazioni stabilivano un'altra misura, dischiudevano una nuova cifra di confronto, un diverso metro di ragionamento, ove nulla era più così "trascendente", se non nella sua immanenza manifesta e tuttavia velata nella sua sostanza comprendente ogni elemento dell'Universo, da cui egli sentiva scaturiginare la presenza del divino! 
Giordano Bruno anticipava così le teorie della fisica del Novecento, quelle che diedero timidamente inizio alla fisica dei quanti, ove nel secolo appena trascorso Werner Karl Heisenberg, contemporaneo di Albert Einstein, col suo principio di indeterminazione ebbe a sostenere che l'osservatore cambia la realtà osservata, a differenza di quanto sosteneva lo stesso Einstein. 
Sentirsi così parte di un tutto, ove natura e uomo si confondono e si nutrono della stessa energia, contribuendo, ciascuno secondo il proprio scopo, al moto dei mondi e degli universi. Con Ermete Trismegisto Bruno avvalorava il detto: "così in alto, così in basso, così dentro, così fuori". 

Riporto ancora questo bel ragionamento, di cui il lettore attento troverà bibliografia in calce al post, per corroborare quanto detto fin qui, nel tentativo di descrivere ancora la rudezza e insieme la dolce appassionata indole di un uomo indomito, che seppe accompagnare ogni suo scritto, detto e respiro fino all'estremo sacrificio di sé: la prigionia con gli innumerevoli interrogatori, la tortura e infine, la morte. 
Il fuoco, elemento di trasmutazione per antonomasia, fu per Giordano Bruno l'elemento di natura che egli stesso e la sua anima scelsero per ascendere a quei lidi da dove un tempo, poco prima di cadere nella densa materia, egli era venuto. 
Questo post sia per l'affezionato lettore soltanto il preludio di quelle bellissime parole che all'inizio del mio dire, avevo descritto essere il prologo di una delle più belle opere del nostro amato autore. 


Dinaweh


Non era, quello di Bruno, un ribellismo sterile, né uno scettico nichilismo; attraverso una fantasmagoria di metafore, usate per traghettare immagini e ragionamenti, le sue parole tendevano a scoprire e smontare le bugie, le mistificazioni, le violenze di cui si servivano il potere religioso ed il potere politico. Egli prefigurava utopisticamente una riforma del genere umano, che si sarebbe liberato dagli errori di "un mondo pazzo, sensuale, cieco e fantastico" [G. Bruno, De infinito Universo et Mundi (1584), in D.W. Singer, Giordano Bruno, seguito dal testo originale, De infinito Universo et Mundi, Longanesi, Milano, 1957, p. 369]. Anche per il lettore odierno è l'aspetto certamente più interedsante della sua filosofia: la presenza costante di un'attenzione all'umano, l'urgenza di quel richiamo di moderna (o forse antichissima?) concezione: "Stay human" [...] soprattutto concepito sulla base della ricerca di una verità di specie, individuata non nelle ragioni di stato, di fede, ecc., ma nella peculiarità di una mente creativa, che si oppone naturalmente alle coercizioni di natura astratta. Unita ad una vicenda esistenziale dai toni drammatici (esilio, peregrinaggio, ostilità, tortura e condanna a morte), che ne fa una figura di fortissimo impatto, pertinace in una virtuosa eresia quanto nella coerenza, tuttora forte di inquietudine per le menti meno che aperte e linere. Stanti queste premesse, si profilano alcune contingenze interessanti. Da un lato, non sembra innaturale che la filosofia vada a braccetto con l'arte, che questa incontri la ricerca gnoseologica e che tutte insieme creino prodotti di grande interesse umano ed estetico. Dall'altro, si assiste a strane resistenze (almeno, in Italia) quando si parli di Giordano Bruno o almeno si tenti di portarlo fuori dall'alveo della trattazione specialistica, tutto sommato ancora riservata agli addetti ai lavori. E mentre altri "maledetti" riscuotono coonsensi e successi impastati di popolarità, un gran riserbo aleggia sulla figura di chi, invece, dovrebbe essere dichiarato il più grande filosofo del Cinquecento italiano.**
** Ibidem.

domenica 28 febbraio 2021

GIORDANO BRUNO "PROEMIALE EPISTOLA"


GIORDANO BRUNO


"PROEMIALE EPISTOLA"


(leggi e ascolta)





SCRITTA ALL'ILLUSTRISSIMO 
SIGNOR MICHEL DI CASTELNOVO



Se io, illustrissimo Cavalliero, contrattasse l'aratro, pascesse un gregge, coltivasse un orto, rassettasse un vestimento, nessuno mi guarderebbe, pochi m'osservarebono, 
da rari sarei ripreso e facilmente potrei piacere a tutti.
Ma per essere delineatore del campo de la natura, sollecito circa la pastura de l'alma, vago de la coltura de l'ingegno e dedalo circa gli abiti de l'intelletto,
ecco che chi adocchiato me minaccia, chi osservato m'assale, chi giunto mi morde,
chi compreso mi vora;
non è uno, non son pochi, son molti, 
son quasi tutti. 
Se volete intendere onde sia questo, vi dico che la caggione è l'universitade che mi dispiace, 
il volgo ch'odio, 
la moltitudine che non mi contenta, 
una che m'innamora: quella per cui non invidio a quei che son servi nella libertà, han pena nei piaceri, son poveri ne le ricchezze e morti ne la vita, perché nel corpo han la catena che le stringe, nel spirto l'inferno che le deprime, ne l'alma l'errore che le ammala, ne la mente il letargo che le uccide;
non essendo magnanimità che le delibere, non longanimità che le inalze, non splendor che le illustre, non scienza che le avvive.

Indi accade che non ritrao, come lasso, 
il piede da l'arduo camino; 
né, come desioso, dismetto le braccia da l'opra che si presenta; 
né, qual disperato, volgo le spalli al nemico che mi contrasta; 
né, come abbagliato, diverto gli occhi dal divino oggetto; mentre, per il più, 
mi sento riputato sofista, 
più studioso d'apparir sottile 
che di esser verace; 
ambizioso, che più studia di suscitar nova e falsa setta che di confirmar l'antica e vera;
ucellatore, che va procacciando splendor di gloria con porre avanti le tenebre d'errori, spirto inquieto, 
che subverte gli edificii de buone discipline e si da fondator di machine di perversitade.
Cossì, Signor, gli santi numi disperdano da me que' tutti che ingiustamente m'odiano, cossì mi sia propicio sempre il mio Dio,
cossì favorevoli mi sieno tutti governatori 
del nostro mondo, 
cossì gli astri mi faccian tale il seme al campo ed il campo al seme ch'appaia al mondo utile e glorioso frutto del mio lavoro con risvegliar il spirto ed aprir il sentimento a quei che son privi di lume: 
come io certissimamente non fingo 
e, se erro, non credo veramente errare e, parlando e scrivendo, 
non disputo per amor de la vittoria per se stessa 
(perché ogni riputazione e vittoria stimo nemica a Dio, vilissima e senza punto di onore, dove non è la verità), 
ma per amor della vera sapienza e studio della vera contemplazione m'affatico, 
mi crucio, mi tormento. 

Questo manifestaranno gli argumenti demonstrativi, che pendeno da vivaci raggioni, che derivano da regolato senso, che viene informato da non false specie che, come veraci ambasciatrici, 
si spiccano da gli suggetti de la natura, facendosi presenti a quei che le cercano,
aperte a quei che le rimirano, 
chiare a chi le apprende, 
certe a chi le comprende.
Or ecco, vi porgo la mia contemplazione circa l'infinito, universo e mondi innumerabili. 



Giordano Bruno


venerdì 26 febbraio 2021

GIORDANO BRUNO


GIORDANO BRUNO





《Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende 
e lo tiene schiavo

Giordano Bruno
(Nola, gennaio 1548 - Roma 17 febbraio 1600)




Il cardinale Roberto Bellarmino, che istruì il processo di Giordano Bruno e di Galileo, è stato canonizzato nel 1930... per ragioni politiche evidenti legate all’epoca: era solo un anno che il "duce" Benito Mussolini, firmatario dei "Patti Lateranensi", aveva offerto al Papa, con questi accordi di Laterano, una piena e definitiva sovranità sullo stato del Vaticano; Pio XI, ben deciso a sostenere quanto meglio possibile il dittatore fascista, l’aveva d’altra parte qualificato come "Uomo della provvidenza". Ma questa canonizzazione interveniva anche in reazione all’edificazione a Roma di una statua di Giordano Bruno posta lì dai massoni.


Il 3 febbraio 2000, in occasione del 400° anniversario della morte di Giordano Bruno, il cardinale Poupard, presidente del consiglio pontificio della cultura – organismo che riabilitò Jan Hus e Galileo – ha espresso il rammarico della Chiesa davanti ai roghi dell’Inquisizione. Affermò nettamente la loro «incompatibilità con la verità evangelica». Ha anche annunciato che il Papa Giovanni Paolo II avrebbe chiesto perdono il 13 marzo nella basilica di San Pietro, durante una celebrazione volta a «ricreare il dialogo della Chiesa con tutti gli uomini». Ciononostante confermò che Bruno non sarebbe stato riabilitato, sebbene ci sia motivo di biasimare l’uso della forza impiegata contro di lui: «La condanna per eresia di Bruno, indipendentemente dal giudizio che si voglia portare sulla pena capitale che gli fu imposta, si presenta pienamente motivata» dichiarò il prelato.
Si spinse fino ad affermare che la Chiesa aveva fatto di tutto per non uccidere Bruno ma è, al contrario, l’attitudine di lui, ottusa e dogmatica ad essere stata causa della sua perdita!
La "Santa" Sede si rammaricava dunque, a denti stretti, del rogo ma manteneva la validità teologica della condanna. Non poteva fare altrimenti poiché l’inquisitore responsabile delle condanne di Bruno e Galileo, il cardinale R. Bellarmino, era stato beatificato, canonizzato e fatto Dottore della Chiesa. Si constata dunque che la Chiesa ha manifestato alcuni pentimenti certi, ma che questi non sono arrivati fino alle de-canonizzazioni e de-beatificazioni che tuttavia s’imporrebbero se i pentimenti fossero sinceri ed i rimorsi reali.
Altrimenti detto, se Bruno ritornasse oggi, avendo sempre le stesse convinzioni, non sarebbe più palesemente condannato a morte, ma sarebbe condannato comunque, poiché poco importano alla Chiesa i nuovi progressi della scienza che provano che è lei ad essere in errore, le convinzioni di Giovanni Paolo II rimangono le stesse di Clemente VIII... 



lunedì 22 febbraio 2021

FILIPPO (GIORDANO) BRUNO VIANDANTE DEL CIELO (terza e ultima parte)


FILIPPO (GIORDANO) BRUNO


VIANDANTE DEL CIELO
(terza e ultima parte)



Il ritorno in Francia

Il precedente periodo inglese è da considerarsi il più creativo di Bruno, periodo nel quale ha prodotto il maggior numero di opere fino a quando verso la fine del 1585 l'ambasciatore Castelnau essendo richiamato in Francia lo induce ad imbarcarsi con lui; ma la nave verrà assalita dai pirati, che derubano i passeggeri di ogni avere.

A Parigi Bruno abita vicino al Collège de Cambrai e ogni tanto va a prendere in prestito qualche libro nella biblioteca di Saint-Victor, nella collina di Sainte-Geneviève, il cui bibliotecario, il monaco Guillaume Cotin, ha l'abitudine di annotare giornalmente quanto avveniva nella biblioteca. Entrato in qualche confidenza col filosofo, da lui sappiamo che Bruno stava per pubblicare un'opera, l'Arbor philosophorum, che non ci è pervenuta e che aveva lasciato l'Italia per "evitare le calunnie degli inquisitori, che sono ignoranti e che, non concependo la sua filosofia, lo accuserebbero di eresia".

Il monaco annota tra l'altro che Bruno era ammiratore di Tommaso d'Aquino, che disprezzava "le sottigliezze degli scolastici, dei sacramenti e anche dell'eucarestia, ignote a san Pietro e a san Paolo, i quali non seppero altro che hoc est corpum meum. Dice che i torbidi religiosi sarebbero facilmente tolti di mezzo, se fossero spazzate tali questioni e confida che questa sarà presto la fine della contesa.
Il 28 maggio 1586 fa stampare col nome del discepolo Jean Hennequin l'opuscolo antiaristotelico Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos, partecipando alla successiva pubblica disputa nel Collège de Cambrai, ribadendo le sue critiche alla filosofia aristotelica.
Contro tali critiche si levò un giovane avvocato parigino, Raoul Callier, che replicò con violenza chiamando il filosofo Giordano "Bruto". Sembra che l'intervento del Callier abbia ricevuto l'appoggio di quasi tutti gli intervenuti e che si sia scatenato un putiferio di fronte al quale il filosofo preferì, una volta tanto, allontanarsi, ma le reazioni negative provocate dal suo intervento contro la filosofia aristotelica, allora ancora in grande auge alla Sorbona, unitamente alla crisi politica e religiosa in corso in Francia e alla mancanza di appoggi a corte, lo indussero a lasciare nuovamente il suolo francese.

In Germania

Raggiunta in giugno la Germania, Bruno soggiorna brevemente a Magonza e a Wiesbaden, passando poi a Marburg, nella cui Università risulta immatricolato il 25 luglio 1586 come Theologiae doctor romanensis. Ma, non trovando possibilità di insegnamento, probabilmente per le sue posizioni antiaristoteliche, il 20 agosto 1586 s'immatricola nell'Università di Wittemberg come Doctor italicus, insegnandovi per due anni, due anni che il filosofo trascorre in tranquilla operosità.
Nell'aprile del 1588 Bruno giunge a Praga, in quegli anni sede del Sacro Romano Impero, città dove rimane sei mesi. Dedica un'opera all'imperatore Rodolfo II, gli Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos, che tratta di geometria e, nella dedica, rileva come per guarire i mali del mondo sia necessaria la tolleranza, in tutti i campi, da quello politico a quello religioso e filosofico. Ricompensato con trecento talleri dall'imperatore, in autunno Bruno, che sperava di essere accolto a corte, decide di lasciare Praga e, dopo una breve tappa a Tubinga, giunge a Heimstedt, nella cui Università, chiamata Academia Julia, si registra il 13 gennaio 1589. Poche settimane dopo viene scomunicato dal sovrintendente della Chiesa luterana della città, per motivi non noti. Riesce così a collezionare le scomuniche delle maggiori confessioni europee, cattolica, calvinista e luterana.
Si trasferisce nell'aprile del 1590 a Francoforte, ove va ad abitare nel convento dei Carmelitani i quali, per privilegio concesso da Carlo V nel 1531, non erano soggetti alla giurisdizione secolare. Poi passa in Svizzera ove per quattro o cinque mesi insegna filosofia presso Zurigo, per ritornare di nuovo a Francoforte nel luglio del 1591. Francoforte era già allora sede dell'importante fiera del libro, alla quale partecipavano librai da tutta Europa. Era stato così che due editori, il senese Giambattista Ciotti e il fiammingo Giacomo Brittano, entrambi attivi a Venezia, avevano conosciuto il Bruno nel 1590, stando alle successive dichiarazioni di Ciotti stesso al Tribunale dell'Inquisizione di Venezia. Il patrizio veneto Giovanni Francesco Mocenigo, che conosceva Ciotti e aveva comprato nella sua libreria il De minimo del filosofo nolano, affidò al libraio una sua lettera nella quale incitava Giordano Bruno a Venezia, affinché gli insegnasse "li secreti della memoria e li altri che egli professa, come si vede in questo suo libro".

Il ritorno in Italia

Nell'ambito della biografia di Bruno appare quantomeno strano il fatto che egli dopo anni di  peregrinazioni in Europa decidesse di tornare in Italia, sapendo che il rischio di finire sotto le mani dell'Inquisizione fosse concreto. La Yates riguardo ciò sostiene che probabilmente Bruno non si considerava anticattolico, ma semmai una sorta di riformatore, che sperava di avere conrete possibilità di incidere sulla Chiesa. Oppure il senso di pienezza di sé o della sua 'missione' da compiere aveva alterato la reale percezione del pericolo cui poteva andare incontro..
Nell'agosto del 1591 è a Venezia. Che egli sia tornato in Italia spinto dall'offerta di Mocenigo non è affatto sicuro, tant'è che passeranno diversi mesi, prima che egli accetti l'ospitalità del patrizio veneziano. In quel periodo Bruno, quarantenne, non era certo un uomo a cui mancavano i mezzi, anzi, egli era considerato "omo universale", pieno di ingegno e ancora nel pieno del suo momento creativo. A Venezia Bruno si trattenne solo pochi giorni per poi recarsi a Padova e incontrare Besler, il suo copista di Helmstedt, Qui tenne per qualche mese lezioni agli studenti tedeschi che frequentavano quella Università e sperò invano di ottenervi la cattedra di matematica, uno dei possibili motivi per cui Bruno tornò in Italia. Tornò a Venezia a novembre, con il ritorno in Germania di Besler per motivi familiari e fu solo verso la fine del marzo 1592 che egli si stabilì nella casa del patrizio veneziano, interessato - quest'ultimo - alle arti della memoria e alle discipline magiche. Il 21 maggio Bruno informò il Mocenigo di voler tornare a Francoforte per stampare delle sue opere: questi pensò che Bruno cercasse un pretesto per abbandonare le lezioni e il giorno dopo lo fece sequestrare in casa dai suoi servitori. Il giorno successivo, il 23 maggio, Mocenigo presentò all'Inquisizione una denuncia scritta, accusando Bruno di blasfemia, di disprezzare le religioni, di non credere nella Trinità divina e nella Transustanziazione; di credere nell'eternità dell'anima, del mondo e nell'esistenza di mondi infiniti, di praticare arti magiche, di credere nella reincarnazione, di negare la verginità di Maria e le punizioni divine. Quel giorno stesso, la sera del 23 maggio del 1592, Giordano Bruno fu arrestato e tratto nelle carceri dell'Inquisizione di Venezia, in san Domenico a Castello.

Il processo e la condanna




Naturalmente Bruno sa che la sua vita è in gioco e si difende abilmente dalle accuse dell'Inquisizione veneziana: nega quanto può, tace e mente anche su alcuni punti delicati della sua dottrina, confidando che gli inquisitori non possano essere a conoscenza di tutto quanto egli abbia fatto e scritto e giustifica le differenze fra le concezioni da lui stesso espresse e i dogmi cattolici con il fatto che un filosofo, ragionando secondo "il lume naturale", può giungere a conclusioni discordanti con le materie di fede, senza dover per questo essere considerato un eretico. Ad ogni buon conto, dopo aver chiesto perdono per gli "errori" commessi, si dichiara disposto a ritrattare quanto si trovi in contrasto con la dottrina della Chiesa.

L'Inquisizione romana chiede però la sua estradizione, che viene concessa, dopo qualche esitazione, dal Senato veneziano. Il 27 febbraio 1593 Bruno è rinchiuso nelle carceri romane del Palazzo del Sant'Uffizio. Nuovi testi, per quanto poco affidabili, essendo tutti imputati di vari reati dalla stessa Inquisizione, confermano le accuse e ne aggiungono di nuove.
Giordano Bruno fu forse torturato alla fine di marzo 1597, secondo la decisione della Congregazione presa il 24 marzo, stando all'ipotesi avanzata da Luigi Firpo e Michele Ciliberto, una circostanza negata invece dallo storico Andrea Del Col. Giordano Bruno non rinnegò i fondamenti della sua filosofia:

ribadì l'infinità dell'universo, la molteplicità dei mondi, il moto della Terra e la non generazione delle sostanze - "queste non possono essere altro che quel che sono state, né saranno altro che quel che sono, né alla loro grandezza o sostanza s'aggionge mai, o mancarà ponto alcuno, e solamente accade separatione e congiuntione, o compositione, o divisione, o translatione da questo luogo a quell'altro". 
A questo proposito spiega che "il modo e la causa del moto della Terra e della immobilità del firmamento sono da me prodotte con le sue raggioni et autorità e non pregiudicano all'autorità della divina scrittura". All'obiezione dell'inquisitore, che gli contesta che nella Bibbia è scritto che la "Terra stat in aeternum" e il Sole nasce e tramonta, risponde che vediamo il Sole "nascere e tramontare perché la Terra se gira circa il proprio centro"; alla contestazione che la sua posizione contrasta con "l'autorità dei Santi Padri", risponde che quelli "sono meno de' filosofi prattichi e meno attenti alle cose della natura".

Il filosofo sostiene che la Terra è dotata di un'anima, che le stelle hanno natura angelica, che l'anima non è forma del corpo e, come unica concessione, è disposto ad ammettere l'immortalità dell'anima umana.
Il 12 gennaio 1599 è invitato ad abiurare otto proposizioni eretiche, nelle quali si comprendevano la sua negazione della creazione divina, dell'immortalità dell'anima, la sua concezione dell'infinità dell'universo e del movimento della Terra, dotata anche di anima, e di concepire gli astri come angeli. La sua disponibilità ad abiurare, a condizione che le proposizioni siano riconosciute eretiche non da sempre, ma solo ex nunc, è respinta dalla Congregazione dei cardinali inquisitori, tra i quali il Bellarmino. Una successiva applicazione della tortura, proposta dai consultori della Congregazione il 9 settembre 1599, fu invece respinta da papa Clemente VIII.
Nell'interrogatorio del 10 settembre Bruno si dice ancora pronto all'abiura, ma il 16 cambia idea e infine, dopo che il Tribunale ha ricevuto una denuncia anonima che accusa Bruno di aver avuto fama di ateo in Inghilterra e di aver scritto il suo Spaccio della bestia trionfante direttamente contro il papa, il 21 dicembre rifiuta recisamente ogni abiura, non avendo, dichiara, nulla di cui doversi pentire.





L'8 febbraio 1600, al cospetto dei cardinali inquisitori e dei consultori Benedetto Mandina, Francesco Petrasanta e Pietro Millini, è costretto ad ascoltare in ginocchio la sentenza che lo scaccia dal foro ecclesiastico e lo consegna al braccio secolare; terminata la lettura della sentenza, secondo la testimonianza di Caspar Schoppe, il Bruno si alza e ai giudici indirizza la storica frase: "Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam" ("Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla"). Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio, con la lingua in giova - serrata da una mordacchia, perché non possa parlare - viene condotto in piazza Campo de' Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri saranno gettate nel Tevere.

fonte: wikipedia






LA FINE 
E' SOLO L'INIZIO...

Grazie, 
Filippo (Giordano) Bruno!

domenica 21 febbraio 2021

FILIPPO (GIORDANO) BRUNO, VIANDANTE DEL CIELO (seconda parte)


FILIPPO (GIORDANO) BRUNO


VIANDANTE DEL CIELO

[...] qui un monaco, "profeta, gran teologo e poliglotta", sospettato di stregoneria per essersi messo a profetizzare, viene da lui guarito, ritornando ad essere - scrive ironicamente Bruno - "il solito asino".

In Savoia e a Ginevra

Da Bergamo, nell'estate del 1578, decide di andare in Francia; passa per Milano e Torino ed entra in Savoia passando l'inverno nel convento domenicano di Chambéry.
Successivamente, sempre nel 1578, è a Ginevra, città dov'è presente una numerosa colonia di italiani riformati. Bruno depone nuovamente il saio e si veste di cappa, cappello e spada, aderisce al calvinismo e trova lavoro come correttore di bozze, grazie all'interessamento del marchese napoletano Galeazzo Caracciolo il quale, transfuga dall'Italia, nel 1552 vi aveva fondato la comunità evangelica italiana.
Il 20 maggio 1579 s'iscrive all'Università come "Filippo Bruno nolano, professore di teologia sacra". In agosto accusa il professore di filosofia Antoine de la Faye di essere un cattivo insegnante e definisce "pedagoghi" i pastori calvinisti. E' probabile che Bruno volesse farsi notare, dimostrare l'eccellenza della sua preparazione filosofica e delle sue capacità didattiche per ottenere un incarico d'insegnante, costante ambizione di tutta la sua vita. Anche la sua adesione al calvinismo era mirata a questo scopo; Bruno fu in realtà indifferente a tutte le confessioni religiose; nella misura in cui l'adesione a una religione storica non pregiudicasse le sue convinzioni filosofiche e la libertà di professarle, egli sarebbe stato cattolico in Italia, calvinista in Svizzera, anglicano in Inghilterra e luterano in Germania.

In Francia

Arrestato per diffamazione, viene processato e scomunicato. Il 27 agosto del 1579 è costretto a ritrattare; lascia allora Ginevra e si trasferisce brevemente a Lione per passare a Tolosa, città cattolica, sede di un'importante Università, dove per quassi due anni occupò il posto di lettore, insegnandovi il De anima di Aristotele e componendo un trattato di arte della memoria, rimasto inedito e andato perduto, la Clavis magna, che si rifarebbe all'Ars magna del Lullo. A Tolosa conobbe il filosofo scettico portoghese Francisco Sanches, che volle deidicargli il suo libro Quod nihil scitur, chiamandolo "filosofo acutissimo"; ma Bruno non ricambiò la stima, se scrisse di lui di considerare "stupefacente che questo asiuno si dia il titolo di dottore":

Nel 1581, a causa della guerra di religione fra cattolici e ugonotti, Bruno lascia Tolosa per Parigi, dove tiene un corso di lezioni sugli attributi di Dio secondo san Tommaso d'Aquino. E in seguito al successo di queste lezioni, come egli stesso racconta agli inquisitori, 
"Acquistai nome tale che il re Enrico III mi fece chiamare un giorno, ricercandomi se la memoria che havevo e che professava, era naturale o pur per arte magica; al qual diedi sodisfazione; e con quello che li dissi e feci provare a lui medesimo, conobbe che non era per arte magica, ma per scienzia. E doppo questo feci stampar un libro de memoria, sotto titolo De umbris idearum, il qual dedicai a Sua Maestà; e con questa occasione mi feci lettor straordinario e provvisionato". 
Appoggiando fattivamente l'operato politico di Enrico III di Valois, a Parigi Giordano Bruno sarebbe rimasto poco meno di due anni, occupato nella prestigiosa posizione di lecteur royal
E' a Parigi che Bruno dà alle stampe le sue prime opere pervenuteci. Oltre al De compendiosa architectura et completamento artis Lullii, vedono la luce il De umbris idearum (Le ombre delle idee) e l'Ars memoriae (L'arte della memoria), in un unico testo, seguiti dal Cantus Circaeus (Il canto di Circe) e dalla commedia in volgare intitolata Candelaio.
A questo periodo risalgono i contatti di Bruno col re Enrico III che ascoltando le sue letture lo mandò a chiamare per comprendere se la sua arte della memoria fosse frutto di magia o meno; egli rispose che non era un'arte magica, in quanto aveva rivelato tutto nel libro De umbris idearum.

In Inghilterra

Nell'aprile 1583 Giordano Bruno lascia Parigi e parte per l'Inghilterra dove, a Londra, è ospitato dall'ambasciatore di Francia Michel de Castelnau. Nelle deposizioni lasciate agli inquisitori veneti egli sorvola sulle motivazioni di questa partenza, riferendosi genericamente ai disordini là in corso per questioni religiose. Sulla partenza restano però aperte altre ipotesi: che Bruno fosse partito in missione segreta per conto di Enrico III, che il clima a Parigi si fosse fatto pericoloso a causa dei suoi insegnamenti. Bisogna aggiungere anche il fatto che davanti agli inquisitori veneziani, qualche anno più avanti, Bruno esprimerà parole di apprezzamento per la regina d'Inghilterra Elisabetta, che egli aveva conosciuto andando spesso a corte con l'ambasciatore.
Nel mese di giugno Bruno è a Oxford e nella chiesa di St. Mary sostenne con uno di quei professori una disputa pubblica. Tornato da Londra, vi pubblicò, in un unico testo, l'Ars reminiscendi, l'Explicatio triginta sigillorum e il Sigillus sigillorum, nel quale testo inserì una lettera indirizzata al vice cancelliere dell'Università di Oxford, scrivendo che là "troveranno dispostissimo e prontissimo un uomo col quale saggiare la misure delle proprie forze". E' una richiesta di poter insegnare nella prestigiosa Università. La proposta viene accolta; nell'estate del 1583 Bruno parte per Oxford.

Il ritorno a Londra

A Oxford Giordano Bruno tiene alcune lezioni sulle teorie copernicane, ma il suo soggiorno presso quella città dura ben poco. Dagli studi di Frances Yates si apprende che a Oxford non gradirono quelle novità, come testimoniò venti anni dopo, nel 1604, l'arcivescovo di Canterbury George Abbot, che fu presente alle lezioni di Bruno.
Le lezioni furono quindi interrotte, ufficialmente per un'accusa di plagio al De vita coelitus comparanda di Marsilio Ficino. Sono anni questi difficili e amari per il filosofo, come traspare dal tono delle introduzioni alle opere immediatamente successive, i dialoghi londinesi: le polemiche accese e i rifiuti sono vissuti da Bruno come una persecuzione, "ingiusti oltraggi" e certo la "fama" che già lo aveva preceduto da Parigi non lo aiutava.

Ritornato a Londra, nonostante il clima avverso, in poco meno di due anni, fra il 15843 e il 1585, Bruno pubblica presso John Charlewood sei opere fra le più importanti della sua produzione: sei opere filosofiche in forma dialogica, i cosiddetti "dialoghi londinesi", o anche "dialoghi italiani", perché tutti in lingua italiana: La cena de le ceneri, De la causa, principio et uno, De l'infinito, universo et mundi, Spaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo pegaseo con l'aggiunta dell'Asino cillenico, De li eroici furori.

sabato 20 febbraio 2021

FILIPPO (GIORDANO) BRUNO,VIANDANTE DEL CIELO (prima parte)


Oggi, 17 febbraio 2019, anniversario della dipartita da questo mondo di Giordano Bruno, mi piace dedicare la narrazione della sua vita (che racconteremo in vari capitoli successivi a questo) a tutti i cercatori, a tutti i "Viandanti del Cielo" sulla Terra, perché la loro ricerca possa trarre spunto ed esempio da quella del grande amico e filosofo, condannato al rogo dalla chiesa cattolica romana la quale, pur avendo fatto abiura degli innumerevoli roghi e chiesto perdono per la condanna a morte di milioni di innocenti, non ha mai chiesto scusa né ha mai ritrattato la condanna a morte di Giordano Bruno per eresia, mentre lo consegnava al braccio secolare per essere torturato e condannato alla morte sul rogo in quel fatidico dì del 17 febbraio 1600 a Campo dei Fiori in Roma, forse l'unica piazza dell'Urbe in cui, paradossalmente, non vi campeggi una chiesa!
Onore dunque a tutti i Giusti, onore al coraggio della Verità, onore al cuore dei Perfetti, onore a Giordano Bruno!

Dinaweh 

FILIPPO (GIORDANO) BRUNO


VIANDANTE DEL CIELO

"L'autore, si voi lo conoscete, direste ch'ave una fisionomia smarrita: par che sii in contemplazione delle pene dell'inferno, par sii stato alla pressa come le barrette: un che ride sol per far come fan gli altri: per il più lo vedrete fastidito e bizzarro,  non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio d'ottant'anni, fantastico come un cane c'ha ricevute mille spellicciate, pasciuto di cipolla".
Giordano Bruno

Questa la descrizione che il Bruno fa di se stesso all'interno della sua opera Il Candelaio, commedia che vuole essere una feroce condanna della stupidità, dell'avarizia e della pedanteria.

Filippo Bruno era nato nel gennaio del 1548 a Nola, cittadina del regno di Napoli. Fu battezzato col nome di Filippo, in onore dell'erede al trono di Spagna Filippo II. Imparò a leggere e a scrivere da un prete nolano, Giandomenico de Iannello. A quattordici anni parte per studiare nella capitale del regno e nel 1565 entra nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli, dove prende il nome di Giordano in onore del beato Giordano di Sassonia, successore di san Domenico, o forse del frate Giordano Crispo, suo insegnante di metafisica, acquisendo successivamente il titolo di dottore in teologia nel 1575. Fin da questi anni si distingue per la sua grande libertà di spirito: è richiamato per aver staccato dalla parete della sua cella i ritratti dei santi; viene sorpreso a leggere Erasmo da Rotterdamautore messo all'indice. 
Sembra che intorno al 1569 sia andato a Roma e sia stato presentato a papa Pio V e al cardinale Scipione Rebiba, al quale avrebbe insegnato qualche elemento dell'arte mnemonica che tanta parte avrà nella sua speculazione filosofica. 
Fu ordinato presbitero nel 1573, celebrando la sua prima messa nel convento di san Bartolomeo presso Salerno.
Nel 1576 la sua indipendenza di pensiero e la sua insofferenza verso l'osservanza dei dogmi si manifestò inequivocabilmente. Bruno, discutendo di arianesimo con un frate domenicano, Agostino da Montalcino, ospite nel convento, sostenne che le opinioni di Ario erano meno perniciose di quel che si riteneva, dichiarando che: 
"Ario diceva che il Verbo non era Creatore né creatura, ma medio intra il Creatore e la creatura, come il Verbo è mezzo intra il dicente ed il detto e però essere detto primogenito avanti tutte le creature, non dal quale ma per il quale è stato creato ogni cosa, non al quale ma per il quale si refferisce e ritorna ogni cosa all'ultimo fine, che è il Padre, essagerandomi sopra questo. Per il che fui tolto in suspetto e processato, tra le altre cose, forsi de questo ancora".       
Così riferì nel 1592 all'inquisitore veneziano dei suoi dubbi sulla Trinità, ammettendo di aver "dubitato circa il nome di persona del Figliolo e del Spirito Santo, non intendendo queste due persone distinte dal Padre", ma considerando, neoplatonicamente, il Figlio l'intelletto e lo Spirito, pitagoricamente, l'Amore del Padre o l'Anima del mondo, non dunque Persone o Sostanze distinte, ma manifestazioni divine.

La fuga da Napoli

Denunciato da frate Agostino al padre provinciale Domenico Vita, costui istituì contro di lui un processo per eresia e, come racconterà Bruno stesso agli inquisitori veneti: "dubitando di non esser messo in preggione, me partii da Napoli ed andai a Roma". Bruno raggiunse Roma nel 1576, ospite del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, il cui procuratore Sisto Fabri da Lucca, diverrà pochi anni dopo Generale dell'Ordine e nel 1581 censurò i saggi di Montaigne. Sono anni di gravi disordini: a Roma sembra non farsi altro, scriveva il cronista marchigiano Guido Gualtieri, che 
"rubare e ammazzare: molti gittati in Tevere, né di popolo solamente, ma i monsignori, i figli di magnati, messi al tormento del fuoco e nipoti di cardinali erano levati dal mondo" 
e ne incolpava il vecchio e debole papa Gregorio XIII. Anche Bruno è accusato di aver ammazzato e gettato nel fiume un frate: scrive il bibliotecario Guillaume Cotin il 7 dicembre 1585, che Bruno fuggì da Roma per 
"un omicidio commesso da un suo frère per il quale egli è incolpato e in pericolo di vita, sia per le calunnie dei suoi inquisitori che, ignoranti come sono, non concepiscono la sua filosofia e lo accusano di eresia".
Oltre all'accusa di omicidio, Bruno ebbe infatti notizia che nel convento napoletano erano stati trovati tra i suoi libri opere di san Giovanni Crisostomo e di san Gerolamo annotate da Erasmo e che si stava istruendo contro di lui un processo per eresia.
Così, nello stesso anno 1576, Giordano Bruno abbandona l'abito domenicano, riassume il nome di Filippo, lascia Roma e fugge in Liguria. Nell'aprile 1576 Bruno è a Genova e scrive che allora, nella chiesa di Santa Maria di Castello, si adorava come reliquia e si faceva baciare ai fedeli la coda dell'asina che portò Gesù a Gerusalemme. Da qui, va poi a Noli, dove per quattro o cinque mesi insegna grammatica ai bambini e cosmografia agli adulti. Nel 1577 è a Savona, poi a Torino, che giudica "deliciosa città" ma, non trovandovi impiego, per via fluviale di inidirizza a Venezia, dove alloggia in una locanda nella contrada di Frezzeria, facendovi stampare il suo primo scritto, andato perduto De segni de' tempi, "per metter insieme un pocco de danari per potermi sustentar; la qual opera feci veder prima al reverendo padre maestro Remigio de Fiorenza", domenicano del convento dei santi Giovanni e Paolo. Ma a Venezia era in corso un'epidemia di peste che aveva fatto decine di migliaia di vittime, anche illustri come Tiziano, così Bruno va a Padova dove, dietro consiglio di alcuni domenicani, riprende il saio, quindi se ne va a Brescia, dove si ferma nel convento domenicano.

[...]   

venerdì 27 novembre 2020

LA META SUPREMA


LA META SUPREMA



 Allora Pilato gli disse: "Dunque tu sei re?"
Rispose Gesù: "Tu lo dici, io sono re.
Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: 
per rendere testimonianza alla verità.
Chiunque è dalla parte della verità, ascolta la mia voce.

Giovanni




Cari amici lettori e lettrici del blog, mi viene in mente quello che una persona di mia conoscenza qualche tempo fa mi disse riguardo alle tematiche da me proposte e affrontate sul blog; ricordo che le sue parole mi lasciarono esterrefatto, dal momento che mi suggeriva di "abbassare le mie vibrazioni" per poter arrivare a tutti, altrimenti - insisteva - non sarebbe mai potuto accadere', forse perché il linguaggio da me usato, a suo dire troppo forbito, la modalità e la visione della realtà come la percepivo io, davvero poco si confaceva al suo grado di consapevolezza e quindi alla sua 'vibrazione'!
Rimasi basito ricordo e, ad un certo punto, mi venne persino da ridere, considerando che questa persona si definiva (e a suo modo lo era) un 'operatore olistico'; organizzava seminari e aveva diverse relazioni di cura con svariate persone; per un certo periodo collaborammo persino. Ero spesso vicino a lui, a sostenere il suo lavoro con la mia presenza e la disponibilità verso le persone che avevo occasione di incontrare e conoscere durante i suoi seminari. Eppure quello fu per me un segnale forte e chiaro che le nostre strade stavano per dividersi, poiché la libertà di essere ciò che siamo è il valore più alto e imprescindibile di ognuno.
Non ho mai pensato di "voler arrivare a tutti" e nemmeno credo che il ragionamento si debba porre in questi termini, che sono davvero poco realistici. Nemmeno il Maestro dei maestri riuscì "ad arrivare a tutti"! Non è proprio dato come postulato, quello di poter arrivare a tutti! Che significa mai? Il cammino che ognuno di noi fa è sempre il frutto delle sue esperienze personali e, se c'è una comprensione profonda di ciò che viviamo allora sì, c'è anche una progressione; altrimenti assistiamo, nostro malgrado, ad una ripetizione infinita degli stessi 'quadri d'autore', fino a quando non ci stufiamo e scegliamo di comprendere le lezioni e di andare oltre.

Le parole che qui ora troverete non saranno certamente le stesse, né avranno le stesse formulazioni o la stessa vibrazione sostanziale rispetto a quelle scritte all'inizio di questo viaggio nel 2013, quando iniziai a scrivere il blog! Guai se non fosse così! Credo che un diario abbia l'unico e imprescindibile valore di restituire tutte le progressioni, tutte le esperienze, tutte le epifanie che nel corso del tempo siamo stati in grado di accumulare come bagaglio invisibile ma fisso e consistente, che "né tignola o ruggine potranno mai violare"!
Ecco che oggi sento così vicine a me le parole che qui sotto riporterò, tratte dalla raccolta di scritti e dalle lezioni tenute da Swami Sri Yukteswar, maestro di Paramahansa Yogananda; scritti che potrete trovare in libreria nel volume dal titolo "La scienza sacra", per Astrolabio edizioni.

La vita infatti chiede ad un certo punto a tutti noi di scovarne il senso profondo, di accogliere in noi il significato ultimo della nostra stessa presenza qui. Se perseveriamo viceversa nel lasciar passare il tempo e trascorrere gli anni senza la bramosia di trovar risposta al senso ultimo delle cose, saremo costretti a tornare molte volte e a vestire diversi abiti e a vivere molteplici incarnazioni, fino a quando non si aprirà un varco dentro la nostra coscienza immortale, che ci porterà a cogliere e a ricercare il significato, a voler raggiungere l'obiettivo, a trovare la strada più breve per giungere alla liberazione, al vero appagamento, alla realizzazione di Dio in noi.
Poco importi se a farci fare il primo passo saranno situazioni impervie, imprevisti dolorosi, esperienze di abbandono, di tradimento, rovesci economici, sciagure finanziarie o sentimentali, perdita di persone care... Molto spesso infatti dovremmo ringraziare tali ostili impedimenti e affanni, poiché essi diventano la forza propulsiva per far sì che noi si inceda verso il cammino della liberazione. Che cosa si debba intendere per "cammino della liberazione", viene spiegato molto bene dal nostro Maestro indiano. 
Significa per lo più riconoscere la realtà illusoria di Maya, ciò che alla vista superficiale dell'uomo appare come l'unico reale esistente, coincidente con il corpo fisico e con i suoi desideri, con la realtà materiale che accende via via fuochi fatui di passioni, spinte emozionali e aspettative, senza mai soddisfarle davvero... 

Significa quindi conservare il ricordo del dolore, che si riverbera di vita in vita, bagaglio imprescindibile e insostituibile anche dopo la morte del corpo fisico, a ricordarci che esso è generato dall'ignoranza di non conoscere chi veramente siamo; quella (ignoranza) che ci porta a credere all'esistenza di ciò che non esiste; che ci fa credere che esista solo quello che si vede con gli occhi del corpo, cioè la creazione materiale, che corrisponde all'origine di tutti i mali. Essa, l'ignoranza, divide e separa, polarizza in noi sentimenti ed emozioni contrastanti, derivanti dall'esperienza del desiderio e quindi dall'appagamento o dalla frustrazione di quello, dall'incapacità di distinguere il corpo fisico dal Sé reale, che invece è eterno e incorruttibile; genera l'egoismo, poiché identifica il Sé esclusivamente con il corpo fisico e con la materia e tutto ciò diventa fonte di dolore poiché basato sull'illusione che conduce l'anima alla sofferenza. E' allora che l'anima si sveglia e sente come fine ultimo quello di trascendere l'infelicità! Nel momento in cui l'essere umano elimina in sé tutti i pensieri, i desideri e le azioni che lo hanno condotto alla sofferenza e se ne libera, allora raggiunge la meta Suprema.

Allora egli identifica se stesso con Sat-Chit-Ananda, cioè "esistenza", "coscienza" e "beatitudine", le proprietà essenziali e costitutive della vera natura dell'uomo.
Per arrivare a raggiungere la beatitudine occorre tuttavia la guida di un Maestro spirituale e l'umiltà di seguirne i sacri insegnamenti. Così facendo l'uomo realizza la sua natura e non si limita più a riflettere la luce divina, ma manifesta attivamente la sua luce spirituale in Unione allo Spirito che è in lui.
Essere Uno con il Tutto, realizzare il Cristo nella propria umanità, colmare la distanza fittizia tra la creatura e il suo Creatore, comprendere il senso reale del vero Sé, come frammento dello Spirito Universale, non più separato da sé e una sola cosa con il Padre.
L'augurio che faccio a me stesso e a tutti voi è di giungere presto alla piena realizzazione del Sé in un tempo, questo, così foriero e pregno di nuove creazioni e realizzazioni spirituali. Vi lascio alla lettura e all'ascolto. Namasté.

Dinaweh



da 
LA SCIENZA SACRA




di
Jnanavatar Swami 
Sri Yukteswar Giri

La meta

Nasce ora il desiderio di raggiungere la liberazione. La liberazione è lo scopo principale, quando, sia pure per inferenza, l'uomo comprende la vera natura della creazione e il vero rapporto che esiste tra la creazione e se stesso. Quando si rende anche conto di essere completamente accecato dall'influenza delle tenebre o Maya e che è solo la schiavitù delle tenebre a fargli dimenticare il suo vero Sé e a causargli ogni sofferenza, egli vuole istintivamente essere sollevato da tutti questi mali. Essere sollevato dal male o liberato dalla schiavitù di Maya, diventa allora lo scopo principale della sua vita. La liberazione è lo stabilirsi di Purusha, o anima, nel suo vero Sé. La liberazione significa dimorare nel Sé. Quando l'uomo si eleva al di sopra dell'idea-creazione di queste tenebre, Maya, e si sottrae completamente alla sua influenza, si libera dalla schiavitù e dimora nel suo vero Sé, lo Spirito eterno. Finisce allora ogni sofferenza e si consegue lo scopo Supremo, il vero appagamento, la realizzazione di Dio.

La liberazione è sinonimo di salvezza. Raggiunta la liberazione l'uomo è salvato da ogni sofferenza e tutti i desideri del suo cuore sono esauditi. Si realizza così lo scopo supremo della sua vita. Altrimenti, nascita dopo nascita, l'uomo prova l'infelicità che ha origine dai desideri insoddisfatti.


Perché l'uomo soffre

Fino a quando l'uomo continua a identificarsi con il corpo fisico e non riesce a trovare la pace nel suo vero Sé, sente che le esigenze derivanti dai desideri del proprio cuore restano insoddisfatte. Per soddisfarle, dovrà apparire più volte in carne ed ossa sul palcoscenico del mondo. soggetto all'influenza delle tenebre, o Maya, e sarà costretto a subire tutte le angosce della vita e della morte, non solo nel presente, ma anche nel futuro.
Il dolore nasce da "Avidyā", "l'ignoranza". L'ignoranza è la percezione dell'inesistente e la non-percezione dell'esistente. Che cos'è quindi l'ignoranza? L'ignoranza, Avidyā, consiste nella concezione errata che porta a credere all'esistenza di ciò che non esiste. A causa di avidyā, l'uomo ritiene che la creazione fisica sia la sola cosa ad avere un'esistenza reale e che al di là di questa non esista nient'altro. Dimentica che la creazione fisica in realtà è soltanto un gioco d'idee in seno allo spirito eterno, l'unica sostanza reale che trascende la comprensione della creazione materiale. L'ignoranza non è soltanto un male in se stessa, ma è anche l'origine di tutti i mali dell'uomo. Avidyā, l'ignoranza, essendo caratterizzata dal duplice potere della polarità, si manifesta sotto forma di egoismo, attaccamento, avversione e cieca ostinazione. L'ottenebrante potere di Maya genera l'egoismo e la cieca ostinazione. il potere della polarità di Maya genera l'attaccamento, attrazione e l'avversione, o repulsione. L'egoismo deriva dall'incapacità di distinguere il corpo fisico dal sé reale. La cieca ostinazione è il risultato di un condizionamento naturale, che fa credere nell'assoluta sovranità della natura e delle sue leggi, invece che nei poteri onnipossenti dell'anima. L'attaccamento è la sete per gli oggetti che provocano la felicità. L'avversione è il desiderio di eliminare gli oggetti che procurano l'infelicità. L'ignoranza è la fonte di tutti i mali. Al fine di capire perché l'ignoranza sia la fonte di tutti i mali, dobbiamo ricordare che l'ignoranza, o Avidyā, è un frammento delle tenebre, Maya, considerata nel suo aspetto individuale e come tale, possiede le due proprietà di Maya: la prima è il suo potere ottenebrante, la cui influenza impedisce all'uomo di comprendere tutto ciò che va la di là della creazione materiale. Questo potere ottenebrante genera sia "Asmitâ" = l'egoismo, l'identificazione del Sé con il proprio corpo fisico, cioè lo sviluppo dell'atomo, le particelle della forza universale, sia "Apiniveja", il cieco attaccamento all'idea che la creazione materiale abbia un'autenticità e un valore assoluti. L'ignoranza, o avidyā, in virtù del duplice potere della polarità, la seconda proprietà di Maya, determina un senso di attrazione per certi oggetti e di repulsione per altri. Gli oggetti che vengono attratti sono quelli che suscitano il piacere e nei loro confronti si forma "Raga" o "attaccamento". Gli oggetti che vengono respinti sono quelli che producono la sofferenza e nei loro confronti si forma "svesa" o "avversione". Il dolore ha origine dalle azioni egoistiche le quali, essendo basate sull'illusione, conducono alla sofferenza.


Perché l'uomo è schiavo?

Sottoposto all'influenza di questi cinque mali: ignoranza, egoismo, attaccamento, avversione, ostinazione nell'attribuire una validità propria alla creazione materiale, l'uomo si lascia coinvolgere in azioni egoistiche e, di conseguenza, soffre. Il fine dell'uomo è la liberazione completa dall'infelicità. Quando l'essere umano ha eliminato tutte le sofferenze in modo tale da renderne impossibile il ritorno, raggiunge la meta suprema. La meta suprema del cuore "Arta", la meta immediata del cuore umano è la fine di ogni sofferenza. "Paramarta", la meta finale, consiste nella completa eliminazione di tutte le sofferenze, in modo tale da renderne impossibile il ritorno. L'esistenza, la coscienza e la beatitudine sono i tre grandi desideri del cuore umano. "Ananda", la beatitudine, è l'appagamento del cuore, raggiunto seguendo la via e i metodi indicati dal Salvatore, o il Sat-Guru. "Chit", la vera coscienza, ingenera l'eliminazione completa di tutti i mali e lo sviluppo di tutte le virtù. "Sat", l'esistenza, si consegue dopo aver realizzato lo stato di immutabilità dell'anima. Queste tre qualità costituiscono la vera natura dell'uomo. Quando ogni desiderio è soddisfatto e ogni infelicità eliminata, si raggiunge "Paramarta", la meta suprema.


Quali sono dunque le vere necessità dell'uomo?

L'uomo ha un naturale profondo bisogno di Sat, "esistenza", Chit, "coscienza" e Ananda, "beatitudine". Queste sono le tre vere necessità del cuore umano e non hanno rapporto alcuno con tutto ciò che è al di fuori del proprio Sé. Queste sono le proprietà essenziali della natura dell'uomo.


Ma come si raggiunge la beatitudine?

Quando l'uomo ha la grande fortuna di assicurarsi la protezione di un essere divino o Sat-Guru, anche detto "Salvatore" e seguendone amorevolmente i sacri insegnamenti, riesce a interiorizzare completamente la propria attenzione, può allora esaudire tutte le necessità del cuore e raggiungere così l'appagamento, la vera beatitudine, o Ananda.


Come si manifesta la Coscienza?

Appagato in tal modo il cuore, l'uomo è ora in grado di concentrare la sua attenzione su qualsiasi cosa e può comprenderne tutti gli aspetti. Così, gradualmente, si manifesta Chit, "la Coscienza" di tutti i mutamenti della natura, dalla sua prima originaria manifestazione, il Verbo, Amen, o Aum (Om), fino al proprio vero Sé ed essendo immerso in quella corrente e venendone così battezzato, l'uomo comincia allora a pentirsi e a ritornare verso la sua divinità, il Padre eterno da cui era caduto.
Scrive Giovanni nell'Apocalisse: "Ricorda dunque da dove sei caduto e ravvediti".


Come si realizza l'esistenza?

Quando l'essere umano diviene consapevole del suo stato reale e della natura di questa creazione delle tenebre, Maya, conserva un potere assoluto su di essa e, gradualmente, rimuove tutte le manifestazioni dell'ignoranza. In tal modo, liberato dal dominio di questa creazione delle tenebre, egli comprende che il proprio Sé è l'indistruttibile e sempiterna sostanza reale. Così Sat, "l'Esistenza" del Sé, viene alla luce.


Come si raggiunge la meta suprema del cuore

Una volta appagate tutte le necessità del cuore Sat, "Esistenza", Chit, "Coscienza", Ananda, "Beatitudine", l'ignoranza, la madre di tutti i mali, perde la sua vitalità e di conseguenza hanno per sempre fine tutte le difficoltà del mondo materiale che costituiscono la fonte di ogni sofferenza. Così, la meta Suprema del cuore, è raggiunta.
Quando realizza pienamente la sua natura, l'uomo non si limita più a riflettere la luce divina, ma si unisce attivamente allo Spirito: questo stato è Kaivalja, "l'Unione".


Come si raggiunge la salvezza?

In questo stato il cuore, soddisfatte tutte le necessità e raggiunto lo scopo supremo, diviene perfettamente puro e manifesta attivamente la sua luce spirituale, invece di limitarsi a rifletterla. L'essere umano, essendo così consacrato o unto dallo Spirito santo diviene il Cristo, l'Unto, il Salvatore. Entrando nel regno della luce spirituale, diventa il Figlio di Dio. Allora, l'uomo comprende che il suo Sé è un frammento dello Spirito Santo Universale e, abbandonata la vana idea dell'esistenza separata, si riunisce allo Spirito Eterno e diventa una cosa sola con Dio, il Padre. Kaivalya è l'Unione con Dio; la meta Suprema di tutti gli Esseri creati.
Scrive Giovanni: "Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me".





"La resurrezione di Sri Yukteswar",
da Autobiografia di uno Yogi, di Paramahansa Yogananda
(Capitolo 43)







Swami Sri Yukteswar, La scienza sacra
Astrolabio edizioni