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venerdì 25 aprile 2025

L'ALTRA AMERICA - IL RITORNO A PACHAMAMA

L'ALTRA   A M E R I C A 


IL RITORNO A  
P A C H A M A M A

Dinaweh

Voglio portarvi con me in uno spazio del cuore che trova posto tra le magnifiche terre dell'America Latina. Proviamo a fare questo viaggio immaginario, ma non per questo meno reale, in compagnia di Ñaupany Puma che, per tutta la durata del video qui sotto, sarà la nostra Guida sciamanica.
Percorriamo con lui, insieme ai fratelli e le sorelle che lo accompagnano, le lande sperdute e rigogliose di quel continente a noi quasi sconosciuto, portando nel cuore un canto da donare alla Madre Terra, Pachamama per i nativi!
Uniamoci per un attimo ai loro riti, riscoprendo con loro l'importanza di tornare alla Terra, senza la quale nessuna creatura potrebbe vivere, respirare, gioire, lottare, amare... 
Queste popolazioni autoctone stanno portando al Cielo il grido esasperato di un'umanità sofferente e sulla via della pazzia collettiva, perché sconnessa dalle radici di Colei che l'ha nutrita e cresciuta per millenni. 
Gran parte dell'umanità sembra infatti ipnotizzata e addormentata, lontana dal proprio Sé, sopravvivendo a se stessa completamente separata e disconnessa dalla Madre.
Quello che ci insegnano questi nostri fratelli e sorelle è di ritornare alla connessione con la MADRE, per essere in comunicazione col Cielo e con i Fratelli Cosmici che da tempi lontani visitano la nostra Terra.
E' proprio l'America Latina che custodisce ora il chakra del cuore pulsante di Gaia, avendo preso il testimone alle regioni dell'Asia (India-Tibet-Nepal), che per millenni custodirono saggezza e spiritualità somme. 
Impariamo con umiltà le lezioni che ci vengono elargite da questi Esseri Cosmici, più vicini di noi al Cielo, perché più radicati alla Pachamama.
Il video che segue è in lingua spagnola, di facile comprensione. Vi invito a seguirlo fino alla fine, prendendolo come una meditazione e una preghiera collettiva di anime, unite dallo stesso anelito: la salvezza dell'umanità e del pianeta.






         

giovedì 24 aprile 2025

L'UOMO NUOVO






Osho


Io insegno un uomo nuovo, una nuova umanità, un concetto nuovo di stare al mondo. Io proclamo l'Homo Novus. Il vecchio uomo sta morendo e non è necessario aiutarlo a sopravvivere. Il vecchio uomo è sul letto di morte: non piangere per lui, aiutalo a morire. Perché solo con la morte del vecchio può nascere il nuovo. La fine del vecchio è l'inizio del nuovo.

Il mio messaggio all'umanità è un uomo nuovo. Nient'altro basterà! Non un semplice trucco, non una continuità col passato, ma qualcosa che rompa completamente con il passato.
Fino ad oggi l'uomo ha vissuto in modo non vero, non autentico: ha vissuto una vita molto falsa. L'uomo ha vissuto vittima di una grande patologia, di una malattia molto grave. E vivere nella malattia non è necessario: possiamo uscire dalla prigione perché la prigione è fatta con le nostre stesse mani. Siamo in prigione perché noi stessi abbiamo deciso di restarci, perché abbiamo creduto che la prigione fosse la nostra casa.

Il mio messaggio per l'umanità è: Adesso basta, svegliati!
Guarda cosa l'uomo ha fatto a se stesso. In tremila anni ha combattuto cinquemila guerre. Non puoi chiamare sana un'umanità come questa. Solo una volta ogni tanto fiorisce un Buddha. Se in un giardino solo eccezionalmente fiorisce una pianta, e per il resto del tempo il giardino è privo di fiori, lo chiami ancora giardino? Deve esserci qualcosa di fondo che non va. Ognuno nasce per essere un Buddha, meno di questo nulla potrà mai soddisfarti.

Io dichiaro la vostra essenza di Buddha.

Ma cos'è che è andato storto? Perché l'uomo ha vissuto per migliaia di anni in una specie di inferno? Per migliaia di anni abbiamo vissuto con una concezione dualista dell'uomo, come se esso fosse un campo di battaglia tra ciò che sta in basso e ciò che è più elevato, tra il materiale e lo spirituale, il mondano e l'altro mondo, il buono e il cattivo, tra Dio e il diavolo. Di conseguenza, il potenziale dell'uomo è stato severamente limitato.

Per distruggere l'uomo, per distruggere il suo potere è stata usata una grande strategia: dividere l'uomo in due. L'uomo ha vissuto col concetto di essere o una cosa o l'altra: o un materialista o uno spiritualista. Ti hanno detto che non puoi essere tutte e due le cose insieme: o sei il corpo o sei l'anima. Ti hanno insegnato che non puoi essere tutte e due le cose.

Questa è stata la causa originaria dell'infelicità umana. Un uomo diviso contro se stesso rimane all'inferno. Il paradiso nasce quando l'uomo non è più diviso. Un uomo diviso vuol dire sofferenza e un uomo integrato vuol dire beatitudine.
Finora l'umanità è stata schizofrenica, perché ti è stato detto di reprimere, rifiutare, negare molte parti del tuo essere naturale. Ma, rifiutandole, negandole, non riesci a distruggerle; restano semplicemente nascoste. Continuano ad operare dall'inconscio e diventano veramente pericolose.
L'uomo è un'unità organica. Tutto ciò che Dio gli ha dato, deve essere usato; nulla va negato. L'uomo può diventare un'orchestra; occorre solo conoscere l'arte di creare armonia dentro di sé.
E invece le cosiddette religioni ti hanno insegnato la strada della disarmonia, della discordia, del conflitto. Quando continui a lottare con te stesso non fai che sprecare la tua energia. Resti ottuso, poco intelligente, sciocco, perché nessuno può essere intelligente se non ha una grande energia.
L'intelligenza accade quando l'energia è abbondante. Un'energia traboccante è la causa della crescita dell'intelligenza. Ma l'uomo ha vissuto in uno stato di povertà interiore.

Il mio messaggio per l'umanità è: creare un uomo nuovo, privo di divisioni, integrato, totale.
Buddha non è intero e non lo è nemmeno Zorba il Greco. Entrambi sono solo metà. Amo Zorba, amo Buddha. Ma se osservo il nucleo più profondo di Zorba, manca qualcosa: non ha anima. Se guardo Buddha, di nuovo manca qualcosa: non ha corpo.

Il mio insegnamento è: un grande incontro, quello di Zorba con Buddha. Insegno Zorba il Buddha: una nuova sintesi. L'incontro della Terra e del Cielo, del visibile e dell'invisibile, l'incontro di tutte le polarità: uomo e donna, giorno e notte, estate e inverno, sesso e samadhi. Solo con questo incontro, un uomo nuovo potrà apparire sulla Terra.

I miei sannyasin, la mia gente, sono i primi raggi di quell'uomo nuovo, dell'Homo Novus.

La divisione interiore ha condotto l'umanità sull'orlo del suicidio, creando solo schiavi e gli schiavi in realtà non possono vivere, non hanno nulla per cui vivere, vivono per gli altri. Sono stati ridotti a delle macchine, abili, efficienti, ma una macchina non può avere gioia di vivere, non può celebrare, può solo soffrire.
Le vecchie religioni credevano nella rinuncia, ma la rinuncia è stata una maledizione, mentre io vi porto una benedizione: vi insegno a gioire, non a rinunciare. Non si deve rinunciare al mondo: Dio non ha rinunciato, per quale motivo dovresti farlo tu? Dio è nel mondo, perché tu dovresti esserne fuori?

Vivi il mondo nella sua totalità. Vivere la vita totalmente porta alla trascendenza. In questo modo l'incontro tra Cielo e Terra è straordinariamente bello; non c'è nulla di sbagliato. Le polarità si dissolvono l'una nell'altra e i poli opposti diventano complementari.

Il vecchio uomo non era veramente umano. Era un umanoide, un Homo Mechanicus, non veramente integro, e l'uomo che non è integro non potrà mai essere un saggio.

L'Uomo Nuovo sta arrivando; è in arrivo, ogni giorno. E' una minoranza, è naturale. Ma sono arrivati i nuovi mutanti, sono arrivati i nuovi semi. Questo secolo, la fine di questo secolo, vedrà la morte dell'intera umanità o invece la nascita di un nuovo essere umano.

Dipende tutto da te. Se resti legato al vecchio, il vecchio uomo è preparato in tutti i modi al suicidio, a un suicidio universale. L'uomo vecchio è pronto a morire, ha perso il gusto della vita.
Ecco perché tutti i Paesi del mondo si stanno preparando per la guerra. La terza guerra mondiale sarà una guerra totale e non ci saranno vincitori perché nessuno sopravviverà. L'uomo verrà distrutto, ma non solo, anche tutta la vita sul pianeta.

Stai attento! Guardati dai tuoi politicanti, sono tutti potenziali suicidi. Stai attento al vecchio condizionamento che ti divide tra Indiani, Tedeschi, Giapponesi, Americani. L'uomo nuovo deve essere universale. Trascenderà tutte le barriere di razza, religione, sesso, colore. L'uomo nuovo non sarà orientale o occidentale; l'uomo nuovo rivendicherà tutta la Terra come la propria casa.

Solo allora l'umanità potrà sopravvivere - e non solo sopravvivere - con l'avvento di un nuovo concetto dell'uomo... il vecchio concetto di uomo di essere questo o quello; il nuovo sarà quello di essere entrambe le cose. L'uomo deve vivere una vita ricca all'esterno e ricca all'interno; non occorre scegliere. La vita interiore non è in contrasto con la vita esteriore, fanno parte di un unico ritmo.
Non dovrai essere povero da una parte, solo per essere ricco dall'altra. Fino ad oggi è stato proprio così, l'Occidente ha scelto una via: diventare ricco all'esterno! L'Oriente ne ha scelto un'altra: diventare ricco all'interno! Entrambi sono sbilanciati. Entrambi hanno sofferto e stanno soffrendo.

Invece io ti insegno la ricchezza totale: essere ricco all'esterno tramite la scienza ed essere ricco nel tuo nucleo più intimo tramite la religione. Questo farà di te un'unità organica, un individuo.

L'uomo nuovo non è un campo di battaglia, una personalità divisa, ma l'immagine di un uomo completo, unico, in piena sinergia con la vita nella sua totalità. L'uomo nuovo incarna una diversa immagine dell'uomo, più vitale, un modo qualitativamente diverso di percepire e sperimentare la realtà. Perciò, per favore, non piangere il tramonto del vecchio. Gioisci, il vecchio sta morendo, la notte sta finendo e sta spuntando l'alba.

Sono felice, totalmente felice del fatto che l'uomo tradizionale stia morendo, che le vecchie chiese stiano andando in rovina, che i vecchi templi siano deserti. Sono straordinariamente felice per il fatto che la vecchia moralità stia crollando.
Questa è una crisi di proporzioni immense e se raccogliamo la sfida, questa è un'opportunità per creare il nuovo. La situazione non è mai stata così matura e tu stai vivendo in una delle epoche più belle, perché il vecchio sta scomparendo, o è già scomparso e si è creato caos, ma solo dal caos nascono le stelle più grandi.


Tu hai l'opportunità di creare un universo nuovo.



  
Accade solo eccezionalmente, è molto raro. Sei fortunato a vivere in questi tempi di crisi. Usa questa opportunità per creare l'uomo nuovo.

Per creare l'uomo nuovo devi iniziare proprio da te.

L'Uomo Nuovo sarà mistico, poeta e scienziato, tutto questo insieme. Non guarderà la vita attraverso divisioni vecchie e marce.
Sarà un mistico, perché sentirà la presenza di Dio, Sarà un poeta, celebrerà la presenza di Dio, sarà uno scienziato e ricercherà questa presenza attraverso un metodo scientifico. Quando un uomo diventa tutte e tre queste cose insieme, è un uomo integro.
Questo è il mio concetto di uomo santo.

L'uomo vecchio era represso, aggressivo, era portato a essere aggressivo perché la repressione comporta sempre aggressione. L'Uomo Nuovo sarà spontaneo, creativo.
L'uomo vecchio ha vissuto basandosi sulle ideologie. L'Uomo Nuovo non vivrà affatto sulla base di ideologie, o di precetti morali, ma attraverso la consapevolezza. L'Uomo Nuovo vivrà solamente attraverso la consapevolezza. Sarà responsabile, responsabile nei confronti di se stesso e dell'esistenza. L'Uomo Nuovo non sarà morale nel vecchio senso della parola, ma amorale.

L'Uomo Nuovo porta con sé un mondo nuovo. In questo momento l'Uomo Nuovo è inevitabilmente una minoranza in trasformazione, ma è il portatore di una nuovo cultura, ne è il suo seme. Aiutalo! 

Annuncia il suo arrivo dai tetti delle case 


Questo è il mio messaggio per te. L'Uomo Nuovo è aperto e onesto. E' trasparente, autentico e disponibile. Non è un ipocrita. Non vive per raggiungere degli obiettivi: vive qui ed ora. Conosce solo un tempo, l'adesso, e conosce solo uno spazio, questo! Attraverso questa presenza, saprà cos'è Dio.

Gioisci! L'Uomo Nuovo sta arrivando e il vecchio sta scomparendo. Il vecchio è già sulla croce e il nuovo è all'orizzonte. Sìine felice, lo ripeto ancora: vivilo con gioia!


Osho , Philosophia Perennis


TRANSITION
TO...





...A NEW WONDERFUL 
WORLD

venerdì 5 gennaio 2024

TEMPESTA - (parte seconda)

 

T E M P E S T A 


(parte seconda)


Continuiamo a seguire il nostro uomo nelle sue vicende. Eccolo in una catapecchia di campagna, gremita di altri fuggiaschi. La guerra, salendo dal Sud, si avvicinava fumante di colpi, con un rombo sinistro sempre più intenso, mordendo la terra con accanimento feroce. Tutto, come carico di odio, esplodeva a tradimento. Saltavan le case, i ponti, gli acquedotti, le linee elettriche, le officine, le strade, le ferrovie. La terra veramente tremava. Nella notte, sinistri bagliori illuminavano il cielo tetro sopra la città in fiamme. Nell'aria era un continuo rimbombo di esplosioni e crolli paurosi. Per le campagne, ad ogni apparire di apparecchi isolati o a stormi, incominciava un cannoneggiamento antiaereo minuto e vicino sul capo cadeva la sibilante pioggia delle schegge. Qualcuno dei grandi argentei uccelli, meraviglia di tecnica e così belli nel terso azzurro del cielo, come falco scendeva fulmineo, scagliando morte; ovvero giungeva basso di sorpresa, mitragliando. Tutti i flagelli della guerra si succedevano a turno con un crescendo terrificante. Nelle case era scomparsa l'acqua e la luce; mancavano i ponti, i i rifornimenti. In compenso la terra ovunque era minata, pronta ad esplodere sotto il proprio passo. Allora, in questo inferno, gli uomini d'arme incominciarono i saccheggi e le orgie. Ubriachi dell'ultimo vino tolto alle povere mense, rubavano le ultime provviste. La proprietà era praticamente abolita. Bisognava esporsi a nuovi pericoli per proteggere, affrontati con la rivoltella alla mano, i poveri avanzi di tanti anni di privazione. Infine, i cannoneggiamenti. Batterie piazzate vicino, attraevano una pioggia di granate. In ogni momento poteva giungere lo sconquasso improvviso; e giungeva talvolta isolato, talvolta a scariche lunghe, ma sempre ogni colpo distinto in tre tempi, il boato di partenza, il sibilo del tragitto, in attesa dello schianto di arrivo. Si studiava quell'attesa, si meditava, poiché quel sibilo portava con sé la morte. Dove? Essa poteva giungere in ogni momento sul proprio tetto. La morte volteggiava sempre sopra, nell'aria. La si udiva partire, la si attendeva giungere. Talvolta essa solo passava, talvolta colpiva a pochi metri.

Il nostro uomo osservava. Quale forza muoveva questo inferno? Egli sentiva alitarsi in faccia il respiro affaticato e tormentato del male. Quella era certo la voce di Satana. Chi l'ha udita, la conosce. Essa è aspra, traditrice, egoista, omicida, distruttrice. L'esplosivo esprime quella voce, sintetizza quell'anima. E' un'ansia di tutto dilaniare, sfracellare, annientare. Tutto deve esser frantumato, reso sudicio, lacero, distorto, bruciato, tagliente. E' uno stile, lo stile kaput, lo stile odierno, lo stile distruzione, lanciato dalla guerra. E' l'attuale volto dell'Europa. E' lo stile del male. E' una psicologia, una filosofia, un metodo scientifico, una follia aiutata dalla logica, dalla tecnica, dall'intelligenza. E' il distruzionismo, ultima fase del materialismo. 
E' l'ultimo logico prodotto di quell'ansia affaccendata e affannosa che la civiltà moderna ha scambiato per dinamismo creativo, è il parossismo dell'azione portato al grado di follia, uno squilibrio che la natura non ammette, è il fatale precipitare di un ciclo e il preludio di una fatale inversione di rotta che è in fondo ad ogni discesa. Il male è chiuso nel tempo, quindi ha fretta. Questo è il suo punto debole e lo sa, quindi esso corre. Il colpevole fugge. Egli è esasperato, disordinato, incerto. Il saggio fa le cose con sicurezza e con calma, le fa quindi meglio e con minor fatica. L'errore rappresenta una gran diminuzione di rendimento. Quel correre del mondo non si poteva reggere che per un acceleramento continuo, era una instabilità che doveva e non poteva risolversi che nel distruzionismo. Ciò rivela il male, la cui essenza è negazione. E' una rabbia che vuole che tutto sia rovesciato, spezzato. Tutto deve esplodere, tutto è fatto per ammazzare. E' il regno della bestia. Il suo sistema è la forza. La vittoria è un pretesto, un'illusione; la realtà, la brama vera è il massacro. Ecco dove giunge e come conclude il metodo della forza.

Per questo Cristo insegnò, nel Discorso della montagna: "Udiste che fu detto 'Occhio per occhio e dente per dente'. Ma io vi dico di non contrastare al maligno; bensì chiunque ti schiaffeggia sulla tua guancia destra rivoltagli pure l'altra, e a chi vuole citarti in giudizio per prenderti la tunica, lasciagli pure il mantello...". Il male sa illudere con i suoi miraggi di grandezza per sfogare la sua rabbia e, chi crede nella forza e la usa, diventa un istrumento di lei e si lega alla distruzione fino in fondo, anche alla propria. Egli personifica allora il principio di distruzione. Il bene afferma e crea e, chi ad esso si lega, è trascinato alla costruzione fino in fondo, anche alla propria.
I costruttori oggi non possono che attendere che si sfoghi e si stanchi la tempesta del male. Questo è feroce, egoista, spietato; ma è soprattutto stupido. Si tratta di una forza agitata e frenetica perché squilibrata, di una forza cieca e assurda, il cui sviluppo termina nella follia, nella disperazione, anche propria. Ecco il culmine del metodo della forza. Quanto siamo lontani dalle caratteristiche del bene che è equilibrato, illuminato, calmo, fidente! Nessuno può distruggere queste leggi e impedire che la manifestazione riveli la sostanza.

Così la guerra avanzava come un gigantesco rullo compressore, portando morte e rovina, su donne inoffensive, su malati, su vecchi. E la follia operava la distruzione con esattezza scientifica, con metodo razionale, con fredda e sistematica logica, per ottenere il maggior rendimento in rovina e morte, col minimo lavoro, come nella fabbricazione delle macchine in serie, come nella macellazione industriale del bestiame. Ma tale ridda è un vortice che non si regge che nutrendosi di massa e di velocità, cioè accelerando continuamente la sua macabra furia, allargando sempre più le sue fauci e ingoiando nelle sue spire sempre più vittime. Esso ne è ingordo, le attrae, le afferra e così si ciba e si rafforza. Guai a chi mosse il maelstrom e vi si affidò. Chi ne è preso, non ne esce. In fondo, vi è la disperazione per tutti, vincitori e vinti. Siamo all'ultimo gradino della filosofia nietzschiana. Il suo superuomo ideale getta la maschera e mostra il vero volto di belva. Chi lo concepì morì pazzo. 
Follia, finale naufragio dello spirito, satanico crollo di ribelli alla Legge, fatale conclusione insita nel sistema, la quale attende chiunque lo segua. Ecco i risultati di una scienza utilitaria, amorale, di una sapienza senza saggezza: le invenzioni del genio prostituite all'interesse e avvelenate fino a diventare istrumenti di morte. La prima grande applicazione della conquista dell'aria è stato il massacro dell'Europa. Non sarebbe bene che gli scienziati non comunicassero più i risultati delle loro scoperte ad un simile mondo?

La sera, mentre l'infernale voce di Satana dominava la pianura, nella povera catapecchia di campagna si pregava. E' sublime parlare con Dio, è confortante sentirlo vicino, specie nelle ore terribili. Si pregava con semplicità e fede, nella vecchia cucina del colono, affumicata, bassa, povera. Si pregava affratellati nella stessa miseria, il contadino e l'intellettuale, il povero e il ricco, il rozzo, greve di fatica, e il raffinato, abbattuto e mal vestito. Le grandi idee della vita e della morte, dell'odio e dell'amore, della famiglia e dei figli, del dovere e del sacrificio, erano comprensibili a tutti, formavano quel fondo della vita, istintivo ed essenziale, in cui tutti si ritrovano. La preghiera sapeva parlare al cuore di tutti. Nella sua fede millenaria la razza, già lungamente esperta di sventure, ritrovava la sua forza. La visione delle alte cose del cielo, di un miglior mondo nell'al di là, confortava la miseria presente. Nella preghiera quegli sventurati non si sentivan portati dal dolore verso la brillante e scientifica disperazione del mondo, ma verso la pace del cuore e la fiducia nell'aiuto di Dio. In mezzo a quella fraterna povertà, si sentiva vagare come un dolce splendore, la figura di Cristo che stendeva le mani protettrici su tutti, si chinava su ogni pena per alleviarla e si drizzava potente sulla povera soglia, sfidando la tempesta.
Così passava il tempo tra forzosi ozi meditabondi, pericoli e disagi, terrori e speranze. All'ultimo alle minacce precedenti se ne aggiunse una nuova: la caccia all'uomo. Militari armati penetravano nelle case e con la forza requisivano l'ultima merce rimasta: l'uomo. Una sera essi giunsero di sorpresa nella detta catapecchia di campagna. Molti già all'erta si nascosero o fuggirono, secondo i casi. Alcuni furono presi. Il nostro uomo era a letto, stanco e non fuggì, non si nascose. Non aveva più forza di difendersi. Egli aveva speso tutte le sue energie per fare il suo dovere, cioè proteggere, provvedere, prevedere, incoraggiare. Non gli rimaneva più forza per pensare a se stesso. Quella era dunque l'ora della Provvidenza, ultimo suo aiuto. Poi, egli provava una invincibile ripugnanza a darsi da fare per difendersi sol per sé, una ripugnanza a diffidare di Dio per affidarsi a se stesso e ai metodi di difesa umani. Egli non poteva ora mutare il suo sistema che era quello del dovere per sé, dell'aiuto per gli altri e della fede nella Provvidenza. La sua difesa non era del tipo comune, cioè improvvisata all'ultima ora e limitata alla superficie. Egli rifuggiva dalla forza come dall'astuzia. Preferiva la difesa preparata da lungo tempo nella ricerca di quella invulnerabilità che deriva dallo stato di non colpevolezza morale di fronte a Dio, stato in cui egli aveva cercato di porsi da tempo. Nella stessa comune lotta difensiva, egli adoperava qui le forze di un diverso più alto piano evolutivo, per sottoporle ancora una volta all'esperimento, ma fiducioso in esse per averle viste più volte funzionare. Egli sentiva che spetta a Dio di difendere chi, per aver tutto dato per fare il proprio dovere, non ha più mezzi e forze per provvedere a se stesso. E così, egli volle anche in questo frangente essere coerente con i propri principi che mai lo avevano tradito. Volle così aderire al suo metodo che era di restare prima, con onestà e coscienza, tranquillo al proprio posto di combattimento e di dovere, fino all'ultimo, e poi, nulla più rimanendo per sé, disinteressarsi della propria persona, abbandonandosi nelle mani di Dio con la più completa fiducia. Egli sentiva il profondo funzionamento delle leggi della vita e che queste non potevano mentire e tradirlo, sentiva di essere parte nella immensa organicità del tutto e che la mente direttrice non poteva permettere la dispersione di quella per quanto minima parte come di nessuna altra, sentiva la fondamentale indistruttibilità del proprio essere. Posizione certo strana e e inusitata. Ma è un fatto che le forze della vita la avvertivano perché adeguatamente rispondevano a questa sua particolare posizione. Egli vedeva allora la Provvidenza prender corpo nella realtà e manifestarglisi nel sensibile fino a diventare un aiuto concreto, vedeva che Dio gli si avvicinava e che la giustizia della sua Legge lo salvava. La sua non era una esperimentazione dubbiosa, diffidente, analitica, ma una esperimentazione fidente e inebriante, dalla cui gioia non sapeva ritirarsi. Così, con perfetta calma di animo e completa limpidità di visione, egli attese il pericolo.

Osserviamo lo scontro tra le due forze contrarie. Si tratta di due principî diversi, di due metodi di lotta, di due mondi opposti. Spirito e materia, bene e male sono di fronte e si sfidano, ognuno con le proprie armi. Chi vincerà? L'uomo solo, inerme, ma giusto e quindi aiutato da Dio; o il militare armato, sostenuto dal numero, ma assistito solo da un umano organismo difensivo? Abbiamo visto le stesse posizioni e concetti, qui osservati nel loro aspetto individualista, nella "Visione" (aspetto collettivo) riportata in questo volume [...] e nell'incontro tra Cristo e Pilato nel precedente capitolo. Anche nel "Quo vadis" del Sienkievicz, vediamo S. Pietro e Nerone un attimo guardarsi l'uno di fronte all'altro. Nei "Miserabili" di Victor Hugo, mons. Myriel rimane calmo dinnanzi alla minaccia di Jean Valjean, lasciando che solo la sua innocenza lo difenda e, nella notte del furto, lo vediamo restare illeso, invulnerabile, tra le mani dell'assassino che resta impotente a colpirlo. La verità di questa legge del merito e la potenza di questa forza di giustizia e innocenza, è stata dunque sentita, anche se non dimostrata, da altri.

Il nostro uomo che era a letto, si vestì ed attese. Fu avvertito a precipizio: "fuggite o vi prendono". Egli si sedette calmo, ascoltando i passi dei militari che perquisivano la casa. Li udì avvicinarsi. Un ufficiale spalancò l'uscio della sua camera e, puntandogli la rivoltella contro, gli si fece sopra in mezzo alla stanza "Voi venire con noi", gli disse. Egli si alzò e tranquillo rispose: "Non posso, sono stanco, cadrei dopo pochi chilometri, non ho più forza fisica. Da anni si soffre. Non posso affrontare nuove fatiche, nuovi disagi. Vi dico la verità. Se non credete ammazzatemi qui. Sono pronto". Il militare che aveva parlato lo guardò col suo sguardo metallico e soggiunse: "Voi venire con noi, subito, ovvero io sparare". Il nostro uomo ripetette: "Uccidetemi. Sono pronto. Sono stato sempre pronto. Un minuto solo per parlare con Dio. Andate fino in fondo con la vostra distruzione. Siete carico di armi e potete farlo impunemente. Chi può fermarvi? Solo il danno vostro, ma non lo vedete. Le mie armi sono diverse. Voi non lo capite. Chi vi ferma dunque?".
Allora egli andò calmo verso uno spazio di parete libera, vi poggiò le spalle, spalancò le braccia a croce, chiuse gli occhi al mondo esterno, li riaprì dall'altro lato della vita ed attese, così pregando: "Signore, nelle Tue mani affido lo spirito mio. Non permettere che quest'uomo si macchi di un omicidio, perché è legge che poi esso lo debba pagare con la 'sua' morte. Forze cosmiche del bene accorrete contro le forze del male che qui ora avvolgono questo povero cieco per legarlo ad un suo nuovo dolore, per innestare questo nel suo destino, perché egli ne sia poi perseguitato senza pace finché la reazione del delitto non si sarà sfogata su di lui con la sua stessa morte violenta. Signore, ecco la mia vita perché il bene e non il male trionfi". allora egli, come supremo gesto conclusivo si fece il segno della croce, cioè il segno del dolore, il segno dell'amore, le due più grandi forze che sono alle radici della vita; il segno del Signore, simbolo e sintesi della genesi e della creazione soprattutto nello spirito. Poi pensò: "Ora vieni, cara sorella morte, con gioia ti accetto dalle mani di Dio, giacché tu mi liberi da questo inferno".
Non udendo più nulla, egli aprì gli occhi. Il suo sguardo si incontrò con quello dell'ufficiale che lo fissava: lo sguardo metallico e lo sguardo ardente si affrontarono. Il primo cercava di capire, ma non poteva. Vi era un abisso tra i due. Egli sentiva attrazione e repulsione, un fascino e una rabbia, un desiderio assoluto di uccidere il ribelle come aveva minacciato e una impossibilità di farlo perché una invisibile potenza glielo impediva. Ed era rimasto lì perplesso di questa inusitata sosta, per decifrarne il senso, per comprendere che cosa lo paralizzasse, che cosa mai si frapponesse tra lui e quell'uomo, tale da impedirgli il passo. Perché quella sua inerzia? L'uomo di azione e di scienza abituato a rendersi conto dei fatti, voleva sapere il perché e la ragione e scrutava, con l'occhio spiando quell'altro uomo enigmatico che così calmo attendeva la morte. L'uomo di fede guardava l'ufficiale che non capiva e gli leggeva nell'animo.
Erano di fronte gli esemplari di due civiltà diverse. L'ufficiale era il prodotto di una pseudo-civiltà scientifico-meccanica, giunta alle ultime sue conseguenze, una civiltà ricca, armata, astuta e potente, eppure pronta a crollare. Dall'altro lato era il rappresentante di una civiltà nuova, finora appena embrionale, l'unica nuova vera civiltà possibile, un solitario, povero, senza armi, sincero, giusto. L'ufficiale non sapeva con i suoi occhi fisici vedere al di là della materia e penetrare il segreto, che pur lo turbava, di quello strano uomo che egli con le sue armi non sapeva uccidere. Questo rappresentava un principio diverso e più alto e potente: lo spirito. E il militare si domandava il perché di questa invincibile resistenza che gli veniva, senza che egli riuscisse a capire, dall'imponderabile, il meccanismo di questa energia sconcertante che così lo legava. Il nostro uomo richiuse gli occhi, attendendo lo sconquasso del colpo: la morte. Silenzio. Quando li riaprì l'ufficiale era scomparso.
L'uomo attese, ma nessuno si curò di lui. La morte lo aveva sfiorato e non lo aveva voluto. Dio gli era passato vicino. Egli si gettò sul suo giaciglio e si addormentò come ogni sera tranquillo, ringraziando, ubbidiente, il Padre che è nei cieli, che aveva voluto che la fatica della sua vita continuasse.







Pietro Ubaldi, op. cit., 
pp. 202-207.

giovedì 4 gennaio 2024

TEMPESTA - (parte prima)


    T E M P E S T A


(parte prima)

Era l'alba, una splendente alba di giugno. Per un sentiero che saliva lungo un torrente ingolfandosi tra i monti, un uomo fuggiva: egli fuggiva l'uomo, la città, la civiltà distruttrice. Era carico, fino all'estremo suo sforzo di povero sessantenne, dell'indispensabile, raccolto a furia di lasciare la casa. Lo seguiva la moglie pur carica e la figlia con in collo la sua bambina lattante. Nell'incanto della pura alba estiva, la fuga era triste, piena di terrore. Lo strappo dal nido era stato violento. Sulle case vicine in città aerei avevano lanciato bombe, seminando morte e rovina. Boati terribili e squassamento di terremoto, stritolamento di vetri e pioggia di pietre; poi un fumo scuro e denso, a lungo. La fine per schiacciamento, l'infuocato soffio della morte, vicino; il terrore. Così essi fuggivano, senza sapere, per un istinto di animale inseguito, fuggivano quei colpi tremendi che potevano cadere sul loro capo. Né vi erano rifugi. Fuggivano disperatamente in un parossismo di sforzo nervoso. Tutto intorno, per la campagna, in tutte le creature, per le erbe, per l'acqua, per l'aria, splendeva immutabile l'eterno sorriso di Dio.
Esaurita la reazione alla prima scossa, allontanato un poco il pericolo imminente, l'uomo che fuggiva sentì ridestarsi in sé ancor più potente il suo io interiore e riprese a osservare e pensare. Come era dolce, intatta nelle cose la bellezza dell'ordine divino! Solo l'uomo ribelle tentava imporre distruzione. Perché la guerra? Perché questi tragici momenti? Che voleva la logica del destino così di sorpresa? Era egli stato forse colto di sprovvista, impreparato? Può il cammino della vita offrire delle svolte così improvvise e imprevedibili che la ragione ne resti allibita e ne sia scosso tutto il nostro orientamento? No. Il saggio deve conoscere tutti i possibili colpi, deve aver raggiunta una filosofia completa che contempli tutte le possibilità della vita, deve aver trovata una verità universale ed esauriente, che gli dia la ragione di ogni fatto e lo orienti di fronte ad ogni problema. Egli voleva e doveva capire, aveva delle risposte che ben sapeva di non poter ottenere che da se stesso. Vi sono i responsabili, chi sono e dove trovarli in quell'oceano di forze e di uomini che è la società? Possono i dirigenti imporre dolore a popoli interi, ovvero essi non comandano che in apparenza e, in realtà, ubbidiscono con tutti i loro sudditi a leggi e forze, di cui essi non sono che l'esponente? Le cause sono allora diverse da quelle visibili e un'altra è la gerarchia dei responsabili, ed ognuno è colpito per altre ragioni interne che non sono quelle che appaiono all'esterno e i potenti sono strumento di altra intelligenza ed esecutori di piani diversi dai loro e i veri responsabili (chi sa chi sono) possono essere raggiunti solo dalla giustizia di Dio. Egli solo sa pesare e noi non sappiamo; Egli solo conosce la trama segreta della vita di ognuno, la quale noi non conosciamo. Egli solo ha il potere di raggiungere e colpire che noi non abbiamo. La logica dello spirito ci fa cercare una giustizia perfetta, ma in terra non vi è, e dove trovarla?  Fino a qual punto, caso per caso, l'uomo è libero e fino a qual punto giunge la potenza e l'estensione della fatalità nel destino? Quale è il limite tra le due zone e l'equilibrio tra le due forze? Sono le grandi masse responsabili come masse, indipendentemente dai capi, per primo di fronte alla Legge, sono esse inesorabilmente travolte dal determinismo storico?

Quell'uomo pensava. I problemi che per gli altri erano lontani, erano per lui molto vicini. Egli si trovava nel turbine, attorno a lui rotava il maelstrom del mondo e il vortice tentava di afferrare anche lui per trascinarlo nelle sue spire, fino in fondo. Egli doveva difendersi. Ma per difendersi bisognava capire. Il tipo normale non si sarebbe affaticato al di là di una difesa di superficie, contentandosi di un difesa-tentativo. Egli esigeva da se stesso una difesa a fondo, la sicurissima, posta al di là della consueta illusione. Sotto la tensione nervosa e lo sforzo fisico, nel pieno della reazione alla scossa subita, il suo spirito colpito mandava scintille e il suo cervello registrava a lampi. Come la sua vita, così ogni sua reazione era prevalentemente psichica, cioè dal lato del suo maggiore sviluppo. Restringendo il problema ai suoi elementi più personali ed urgenti egli cercava di sapere che cosa sarebbe avvenuto di lui. Per saperlo interrogava la sua coscienza, si domandava se egli era colpevole e se doveva quindi pagare. A lui che conosceva il funzionamento delle forze della vita, sembrava più utile scrutare quella logica interiore dei fatti, che la loro apparenza esteriore. Afferrare gli eventi alla radice, nelle cause, era il suo metodo. Che cosa volevano le forze del destino in questo frangente? Questo era il problema, altro non poteva essere in un universo che non ba a caso, ma è retto da una Legge giusta, logica e intelligente. Lo minacciava forse la reazione di quella Legge, a spinte da lui col suo agire lanciate nel passato? Lì era la vera minaccia, non nella materialità della guerra. Quelle forze, da lui stesso un giorno innestate nel suo destino, lo incolpavano ora, si rizzavano forse, minacciose, nel suo cammino per chiedergli conto del suo operato? Ovvero egli era innocente e quanto gli accadeva attorno non era che un puro incidente di superficie, che non lo riguardava? Se nel suo capo non pendeva nessuna sanzione dalla parte di Dio, che cosa poteva egli temere dall'uomo?
Frugando nella sua coscienza, cercava quale forza dal passato cercasse ora ritornare e di quale natura e potenza essa fosse; cercava quale spinta tentasse ora di realizzarsi nella sua manifestazione esteriore, sfogandovi il suo impulso, completando da causa ad effetto la sua oscillazione. Ma non vi era tempo da indugiarsi in analisi. Nei momenti decisivi e terribili crolla l'edificio degli accorgimenti umani, la ragione si imbroglia e la verità appare in sintesi, nuda alla coscienza e squilla chiara in un attimo la voce del Dio. Ad un tratto egli si arrestò, in un lampo il suo spirito intuì ed egli udì una voce interiore che gli diceva: "Fuggi, ma ovunque tu vada, sarai salvo". 

Il triste gruppo, ormai abbastanza lontano dalla città e dal pericolo, rallentò il passo, in silenzio. L'uomo che era avanti, sentiva senza voltarsi il dolore e lo sgomento dei due esseri cari che lo seguivano. Gli parve allora di portar sulle spalle il peso di una croce immensa, il peso del dolore del mondo e di cadervi sotto schiacciato. Un impulso irresistibile lo spingeva a gridare in spirito all'universo: "Sono innocente". Poi si sorprese a pensare: "Strano questo colloquio con Dio, proprio in questo momento e condizioni!". Poi avvertì di essere stanco e sentì che le forze gli mancavano. Allora pensò: "Chi difende la vita? Chi mi difende? Chi è al mio fianco ora, nel momento del pericolo? Forse lo Stato?" Egli ricordò le belle teorie insegnategli a scuola, lette e credute e sorrise amaramente. Dove era lo Stato, l'ente gigantesco dei tempi presenti, onnipossente, che tutto chiede e tutto riceve e tutto dovrebbe dare? Assente. Lo Stato aveva ora da pensare a se stesso e abbandonava il singolo al suo destino. Le costruzioni sociali dell'uomo si erano sgretolate, ma non si sgretolavano le costruzioni divine della vita. Questa, nelle sue riserve inesauribili, nella sua elasticità di adattamento, nelle millenarie esperienze della razza, sa ben essere preparata a tutto, specie nei popoli che hanno molto vissuto e sofferto, poiché non si vive senza imparare e non si soffre mai inutilmente. La vita sa continuare anche senza lo Stato. Allora le acquisizioni recenti vaporizzano e restano solo le secolari acquisizioni profonde. Solo l'uomo può fallire, non la vita. Quando l'uomo sbaglia, la Legge lo riporta con una provvidenziale lezione di dolore sulla retta via dell'ordine e così la vita si riprende e continua. La sorveglia e protegge continuamente la divina Provvidenza che è una reale protezione biologica, una difesa automatica e una potenza risanatrice, è un'intima previdenza data dalla saggezza del sistema. Se ora lo Stato, provvidenza umana crollava, la provvidenza di Dio restava.
Avrebbe forse la ricchezza, potenza del mondo, difeso quell'uomo? Ma egli avrebbe potuto offrire milioni. Nell'ora del pericolo nessuno lo avrebbe aiutato. Proprio nel momento del bisogno il danaro diventava inutile. Se egli fosse stato un potente, circondato di servi e dipendenti, essi sarebbero stati ora i suoi primi nemici, occupati sol di salvare se stessi. Nel momento decisivo la ricchezza e la potenza, se egli ne avesse avuto, lo avrebbero tradito. Ma egli non era caduto nell'ingenuità di credervi. Victor Hugo, nei primi capitoli dei suoi "Miserabili", a proposito di Napoleone decadente, parla di marescialli traditori, di un senato che lo insultava dopo averlo divinizzato e vergognosamente sputava sull'idolo di una volta. ed era Napoleone. Ma la Legge è una, per grandi e piccoli, in ogni tempo.
Chi tendeva dunque la mano a quell'uomo, ora nella sventura, chi lo seguiva nella sua fuga per gravarsi del suo stesso peso? Forse gli amici, gli ammiratori, gli esaltatori dei tempi sicuri? No, nessuno. Le profumate nuvole d'incenso, come fumo inconsistenti, erano svanite nell'aria. Vanità umane. Egli era solo. Ora, nel momento della prova, egli apprezzava l'immenso vantaggio di non aver creduto alla gloria, come non aveva creduto al potere e alla ricchezza, l'immenso vantaggio di essere allenato a soffrire e a rinunciare, di essere moralmente preparato. Nella sua vita non vi era stato che lavoro, dovere, dolore. Questa la sua bandiera, la sua sfida, la sua forza, la sua vittoria. Egli si era attaccato a valori incrollabili, si era reso indipendente dai colpi del mondo. La sua povertà era la sua ricchezza, la sua nullità era la sua grandezza, la sua innocenza era la sua potenza e salvezza. Solo la vita seria e dura e le severe fatiche della via dell'ascesa non avevano mentito e non lo avevan tradito. Come si trovavano invece ora quanti epicurei e materialisti, avevano riso di lui come di un pazzo? Il loro attaccamento alle cose materiali era ora la causa del loro maggiore dolore. Nell'ora della distruzione egli si trovava invece già attaccato all'indistruttibile. La sua filosofia, e non la loro, resisteva ora nel momento della prova. Che triste spettacolo di avidità, di ferocia, di follia, di disperazione, gli presentava quel mondo che aveva creduto solo nei valori terreni! No. Il cataclisma non coglieva lui, come tanti, alla sprovvista. Al di là di tutti i sogni di grandezza e di vittoria, egli, come aveva già visto che la realtà della vita è dolore, ora vedeva che la realtà della guerra è dolore. E vedeva che un mondo il più demoralizzato e moralmente impreparato al dolore, si trovava ora di fronte ad una tale valanga di sofferenze, quale l'umanità, forse non aveva mai conosciuto. Ora finalmente egli poteva toccare con mano, convalidata e non più smentita dai fatti, quanto fosse profonda la sapienza del superamento, nel disprezzo delle cose umane. Ora egli godeva di un grande vantaggio sui suoi simili, quello di aver capita la vita, di non essere caduto nell'inganno dei suoi miraggi ora in disfacimento, di non aver costruito sulla sabbia, di non aver impiegata la sua fatica e investiti i suoi capitali spirituali in cose effimere. A quanti illusi, egli pensava, cadrà ora la benda dagli occhi nell'assistere al crollo di tutte le proprie costruzioni! Egli aveva dovuto compiere un gran lavoro di concentrazione e macerazione per poter raggiungere un mondo superiore, e ciò da solo, abbandonato e deriso. Il duro cammino della sua maturazione evolutiva era cosparso di lacrime e di sangue. Ma ora quell'uomo, giudicato un imbecille, perché non amico del disonesto arriismo che porta al rapido successo, si trovava nella rara posizione di aver raggiunto un mondo superiore e di potervi trovare scampo, quella salvezza ad altri negata, e di potervi mettere in salvo, intangibili lassù ove la guerra non arriva, i suoi tesori.

Egli da tempo aveva imparato a non credere più nel mondo e a saper essere solo. Ma se tale sembrava, solo non era ed egli lo sapeva. Non si può esser soli nel nostro universo. Mai. L'ignoranza dell'ateo, la potenza negatrice del male, la ribellione di Satana all'ordine che tutto regge, non possono distruggere Dio che continua ad esistere ed operare al di là delle loro negazioni e al di sopra dei loro assalti. Accanto a quell'uomo era Dio. Certo si tratta di un imponderabile che sfugge ai sensi grossolani dell'involuto, ma che non è meno reale per questo. Accanto, attorno a quell'uomo turbinava solenne e immenso il ritmo delle leggi della vita, intelligenti, potenti, attive. Quell'uomo solitario era immerso in questa divina atmosfera, quell'uomo apparentemente abbandonato, era vicino a Dio, meno solitario e meno abbandonato di tanti grandi, acclamati idoli delle folle. L'imponderabile non gli volgeva le spalle come fa a questi talvolta, ma gli apriva le braccia. Accanto a quell'uomo era il suo passato, erano le sue opere, poiché le nostre opere ci seguono. Poiché la sostanza della Legge di Dio è la prima giustizia che forza, e non prima forza che giustizia, come avviene nell'inferiore mondo umano. Nell'ora del destino in cui crollava l'impalcatura sociale e i suoi valori si rovesciavano, la sua nullità umana che egli aveva tanto amato, era ora la sua difesa. In primo luogo perché una nullità sfugge meglio alle tempeste, non offrendo superficie di resistenza, poi perché essa è, come ogni povertà, un principio di innocenza, un credito di fronte alla legge di equilibrio, un diritto di fronte alla divina giustizia. Egli, prima che l'astuzia o i mezzi materiali o l'aiuto umano, aveva cercato in sé, a sua difesa, la propria innocenza. A preferenza di tutti gli accorgimenti umani, questo gli era sembrato il più potente. Egli aveva cercato la forza in Dio e la risposta nella coscienza. E la propria innocenza, in silenzio, egli aveva gridata all'universo. Grido di anima, tragico e profondo, che non può mentire. E l'universo, retto da Dio, cioè da giustizia, non aveva potuto non rispondere, perché non rispondere sarebbe stato negare se stesso. Egli aveva invocato l'aiuto delle forze attive nel suo piano spirituale, generalmente, nel piano materiale terreno, paralizzate e rese assenti dalla male usata libertà umana. Allora egli si sentì fortificato, alzò lo sguardo e con occhio tranquillo affrontò l'avvenire. Egli era al posto del suo dovere. Ciò bastava. Questa constatazione infuse un senso di pace alla sua coscienza e lo colmò  interiormente di nuova energia. L'orizzonte tetro tornò limpido ed egli vide chiaramente. La guerra, bufera umana, non lo riguardava. Quel dolore faceva parte del destino di tanti altri, non del suo. Quelle armi non lo potevano uccidere. Egli comprese allora il senso delle parole della voce: "Fuggi, ma ovunque tu vada, sarai salvo". La Legge di Dio vuole che le nostre pene non possano essere figlie che delle nostre colpe e non del malvolere o prepotenza altrui, e che il nostro destino non possa essere fatto che da noi e solo da noi. La grandezza e giustizia di questa legge colpì quell'uomo in quel tragico momento con una evidenza così viva, che il suo terrore si mutò in fiducia e in preghiera e in mezzo alla dura prova egli cadde in ginocchio per ringraziare il Padre che è nei cieli, che tanto è pronto ad amarci e provvederci, appena la nostra libera volontà glielo permetta.

Abbiamo osservato in un momento critico, ponendoci di fronte la più realistica realtà della vita, il rovesciamento evangelico dei valori della terra nei valori del cielo e siamo giunti al risultato pratico, addirittura utilitario, i una invulnerabilità e salvezza nel superamento del dolore. Tale modo di procedere può apparire incomprensibile al normale tipo umano di oggi che, essendo spesso spiritualmente involuto, mette in moto altre leggi ed altre forze, non sapendo raggiungere quello che qui vediamo in azione. E' necessaria poi una condizione: l'innocenza, perché solo questa permette la limpida visione perché solo chi la possiede può invocarla dinanzi a Dio. Non si tratta di una innocenza universale e assoluta, che nessun uomo può, in quanto è in terra, possedere. Se l'avesse raggiunta, sarebbe ben lontano da tale luogo di pena. Ma si tratta di una innocenza particolare, relativa a date colpe e rispettive prove. Più che tali, le innocenze umane non possono essere, per quanto siamo più o meno estese. Chi è innocente di fronte ad un fatto, chi di fronte ad un altro e similmente per la colpa. Per questo i destini sono così differenti e ognuno di essi batte inesorabilmente il suo chiodo. Il destino di quell'uomo non conteneva reazioni di violenza e di sangue, egli era quindi immune da quel lato in cui altri erano invece vulnerabili; era quindi esente da prove che gli altri dovevano subire. Egli era invece esposto a prove spirituali di lenta macerazione e smaterializzazione, che gli altri non potevano nemmeno immaginare, a lunghissime agonie, alla violenza delle tempeste psichiche, all'urto con le forze dell'imponderabile che i più non conoscono affatto. Egli, conscio del suo destino, del suo passato e futuro, comprese che la guerra non lo riguardava e che nessun uomo o proiettile poteva colpirlo, se non là dove le leggi della vita, applicate al suo caso particolare, potevano permettere.
In genere nella difesa della vita e nella lotta per vincere, l'intelligenza umana non va oltre le cause ed eventi prossimi. In genere le verità umane sono relative al tempo e al luogo, sono verità di interesse e di parte. Si tratta di verità particolari al singolo o al gruppo e che quindi mutano e passano. Noi qui cerchiamo la verità vera, che non può essere relativa e partigiana, ma che è universale, comprende tutti, è al di sopra del caso individuale e dell'interesse di parte. Oltre la verità di superficie, noi cerchiamo la verità profonda che non è una opinione, che è oltre il tempo e il luogo, e resta, che comprende tutti e vale per tutti, forti e deboli, grandi ed umili, vincitori e vinti, poiché nei meravigliosi equilibri della Legge di Dio e nel funzionamento organico dell'universo, ogni essere ha il suo posto e ragione di esistere. Per chi ha compresa questa verità, cambia completamente la concezione delle cose. Chi ha compreso che la forza umana non può fermare l'azione delle forze cosmiche se non momentaneamente e a proprio rischio e danno, non dice più: "Guai ai deboli e ai vinti", ma dice: "Guai ai colpevoli, anche se vincitori". Quel che conta a lungo andare, è la posizione morale più della materiale. Per non dover pagare, conta l'innocenza e non la forza, che potrà al massimo dilazionare, ma mai sopprimere la reazione punitiva della legge di giustizia. L'avvenire, per legge di evoluzione, va verso il regno di Dio ed esso appartiene ai giusti. La potenza militare, la superiorità tecnica, l'oro e l'astuzia, non possono distruggere la Legge di Dio che è dentro le cose. Chi crede che con un grande esercito, grandi mezzi e organizzazione, e con una ferrea tenacia, la forza basti per vincere, non ha capito che, nel funzionamento delle leggi della vita, appunto tale base di forza, di sopraffazione violenta come nella guerra, forma il punto debole del sistema che, appunto in tale sua natura, contiene il germe dell'autodistruzione. Allora il colosso dai piedi di creta crolla, chiunque esso sia; il fatto si verifica per chiunque si trovi ad applicare queste leggi, per chiunque si ponga in tali condizioni. Con ciò non si espone una opinione, ma semplicemente si constatano alcune leggi della vita. L'enunciato evangelico: "Chi usa la spada, perirà di spada", esprime una razionale ed inviolabile legge biologica. Qui non si è fatto altro che estendere a più vasto campo, sempre di fronte alla guerra, il suesposto principio dell'innocenza. Di fronte allo scompigliato agitarsi dell'attività umana, è la saggezza di queste intime leggi, poste alle radici degli eventi, che regge le cose, per cui a lungo andare la più grande forza, quella che all'ultimo vince, è la giustizia. Le eccezioni sono deviazioni momentanee, minori concessioni alla libertà umana che, per imparare, pur deve esperimentare nell'errore ma che vengono presto o tardi rettificate e riconquistate per le dure vie del dolore. Perché l'uomo impari, la Legge si lascia per un momento frodare, ma poi tutto si riprende dagli illusi debitori, essendo essa la sola padrona della vita. Si spiegano così le oscillazioni della storia. Abbiamo con ciò nel presente capitolo portato i concetti, in principio svolti nello studio della legge del merito, a nuovi ampliamenti ed applicazioni. 



Pietro Ubaldi, La nuova civiltà del terzo millennio. Verso la Nuova era dello Spirito, ed. Mediterranee, Roma, 1988, pp. 196 - 202.
 



martedì 10 maggio 2022

IO MI SBATTEZZO. E TU?



Ripubblico qui un post del 2018, quando un altro giro di boa della mia esistenza terrestre, segnalava un altro piccolo risveglio. Come infatti ben tutti sappiamo, traendo spunto da Gurdjieff, non è possibile svegliarsi in una volta sola, ma tanti piccoli risvegli, intervallati da altrettanti sonni profondi, piano piano ci condurranno alla fine del nostro viaggio. Non sarebbe possibile infatti uscire da una oscura caverna nella quale si sia rimasti per centinaia di anni alla luce diretta del Sole in un sol giorno, pena la cecità definitiva! 
Ogni piccolo risveglio infatti si propone alla nostra coscienza solo quando siamo in grado di sostenerne tutte le conseguenze: in ciò che è comodo e ci fa star bene, ma anche in ciò che è scomodo e che ci mette a disagio, facendoci uscire dalla nostra abituale "zona di comfort".

Ciò che avrete modo di leggere qui di seguito quindi, non vuole significare da parte del sottoscritto un'abiura all'Amore Universale del Cristo Cosmico, incorporato duemila anni fa da quell'Essere elevatissimo che fu Joshua Ben Joseph (conosciuto dai cosiddetti 'Cristiani' come Gesù di Nazareth). 
La Potenza, la Forza e la Bellezza della seconda Persona della Trimurti divina (la Trinità per chi si professa 'Cristiano') che il Gesù di Nazareth incorporò dopo il suo lungo viaggio iniziatico che dalla Palestina lo portò fino alle sorgenti del Gange, in India e in Tibet, per poi fare ritorno in Palestina ed essere crocifisso dai Romani come un pericoloso criminale, grazie al supplice mandato dei detentori del potere spirituale di allora... ebbene, quella Persona divina ci appartiene come eredità, essendo noi stessi dotati di quello stesso sigillo che ha necessità prima o poi di disvelarsi ai nostri stessi occhi spirituali. 
Saranno necessarie sicuramente più incarnazioni perché possa finalmente dischiudersi, ma prima o poi tutti siamo chiamati a far splendere quella nostra stessa eredità: quella che fece dire a Gesù: "Farete cose ben più grandi delle mie".

In quest'epoca difficile eppure benedetta, tanti veli possono finalmente cadere davanti ai nostri occhi 'mortali' facendoci aprire finalmente quelli spirituali. 
E' giunto il tempo in cui possiamo abbandonare come improprie tutte le spurie manipolazioni e deviazioni che organizzazioni umane, per sete di potere e ricchezza, hanno introiettato nelle nostre coscienze di dormienti, in nome di quell'Essere elevatissimo che tutto donò di sé senza riserva alcuna. 
Esser parte della "Chiesa" che altro non significa se non appartenere alla "Comunità dei Viventi" non vuol dire soggiacere ad alcuna setta o organizzazione religiosa, ma sentire vibrare dentro di sé la chiamata alla propria realizzazione umana e spirituale: sentirsi cioè parte integrante dell'unico corpo che è la Comunità umana, ognuno con un talento da donare, con una particolarissima 'dotazione' da esprimere e condividere. 
Vi invito qui ad approfondire il messaggio di Paramahansa Yogananda a tal proposito, che da altra pagina del blog potrete approfondire.
Buona lettura dunque e..., buoni piccoli risvegli!  

Dinaweh  



IO MI SBATTEZZO. 
E TU?


Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: 
costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 
 Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile».

Luca 3, 16-17



Dinaweh

Chissà se il buon Andrea (don Gallo) approverebbe questa mia ineluttabile decisione! Lui, che per sua mano mi impresse con l'acqua quel sigillo sulla fontanella, appena pochi giorni dopo il mio sbarco terrestre... Del resto lui prete insolito era, pieno di contraddizioni e di contrarietà; agitato nell'anima e prigioniero suo malgrado di una tonaca su un corpo che virile sempre dovette trattenere dagli impulsi ovvi e scontati di giovane uomo e poi di uomo adulto, ex combattente volontario a sedici anni nell'ultima guerra mondiale e poi sostenitore della lotta partigiana; figlio del popolo, socialista nell'animo, con rimpianto al vecchio comunismo più viscerale, portatore come prete di quel 'socialismo cristiano' che molti suoi colleghi e coetanei della sua generazione in tutto il mondo abbracciarono dopo le istanze di apertura mosse dal Concilio Vaticano II, quello voluto dal 'papa buono' pochi mesi prima la sua dipartita.

...Fu figlio di don Bosco nel vero senso della parola, ma Salesiano per sbaglio, sentendo quella congregazione da sé sempre più lontana, come anche dallo spirito che il fondatore vi aveva voluto imprimere; scardinatosi da quella famiglia religiosa, volle essere il prete degli ultimi, dei ragazzi di strada, dei diseredati; prima accolto in una delle diocesi più restìe al cambiamento conciliare, tra le più conservatrici d'Italia - quella genovese - sotto il patriarcato  del "Principe della Chiesa", Sua Eminenza il cardinal Giuseppe Siri, che il mondo intero rischiò per un attimo di trovarselo tra i piedi come nuovo papa, dopo la morte di Paolo VI, poi in conflitto aperto e durissimo con lui, si riciclò sulla "Nave scuola Garaventa", una nave ormeggiata nel porto di Genova, alternativa per molti giovani e ragazzi al carcere minorile o alla strada, riportata in vita dopo la guerra da mio padre, che ne divenne l'ultimo comandante. Infine, fondatore della comunità di San Benedetto al porto, dedicò gli ultimi anni della sua vita al servizio dei ragazzi colpiti dal flagello della tossicodipendenza, creando comunità agricole sparse per tutto il circondario dell'entroterra genovese e alessandrino, oltre a tante altre iniziative e opere cittadine, che vi vedevano coinvolti i ragazzi e i volontari della comunità. 

Strana questa introduzione, molti di voi diranno! Che c'entra col titolo, che ad alcuni può risultare persino dissacrante, blasfemo, sconcertante?!... 

Seguitemi per un attimo ancora e immaginate quanto bene volli a quest'uomo, coacervo di contraddizioni e di conflitti interiori mai sopiti, che ebbi modo di conoscere ben dopo il mio rito battesimale quando, più adulto, decisi di prestare servizio civile presso la sua comunità in qualità di obiettore di coscienza. La mia esperienza lì non durò molto a lungo, avendo poi deciso di proseguire il mio obbligo di leva non armato e civile in una comunità di pronta accoglienza in quel di Torino... 
Lo feci proprio perché non volevo rovinare quella bella amicizia, quel rapporto di affetto che Andrea da sempre nutriva per me, 'il figlio del suo comandante', come usava ricordarmi sempre in dialetto, grazie al quale - mi diceva commosso e rapito - aveva avuto finalmente l'occasione più verace gli fosse mai capitata fino ad allora nella sua opera di prete dedicato ai giovani, di amare ragazzi veramente bisognosi, perdenti e sconfitti, non più i figli della ricca borghesia cittadina che nutrivano e rimpinguavano le aule (e soprattutto le casse) degli istituti salesiani da cui lui stesso proveniva...
Furono diversi i motivi che si aggiunsero alla mia scelta di proseguire altrove il mio servizio, ma primo fra tutti rimase quel senso di delusione profonda, quando, dopo le sue quasi quotidiane invettive contro la Chiesa cattolica, di cui lui stesso faceva parte, una volta lo placcai all'angolo e gli chiesi: "ma perché, se ce l'hai tanto con questa Chiesa che non rappresenta certo i poveri, gli ultimi, i diseredati, né dimostra di fare quello che dovrebbe essere il suo mestiere di organizzazione benefica, cioè almeno di funzionare da 'collettore di ricchezze' per una redistribuzione equa delle stesse, non ti sciogli dai suoi voti e ti liberi definitivamente di codesto peso?!"

In fondo, altri illustri personaggi l'avevano fatto: mi viene in mente Leonardo Böff, il teologo francescano, tra gli iniziatori in America latina della "teologia della liberazione", che ebbi poi in seguito il piacere di conoscere personalmente in Italia, il quale non ricevette nemmeno il saluto di papa Wojtyla, quando atterrò in quella terra martoriata e che, non tanto per questo ultimo affronto, decise di appendere l'abito al chiodo. Ma quanti altri esempi eroici, magari alcuni persino sconosciuti, hanno abiurato dalle ipocrite posizioni della Chiesa, persino a costo della loro vita e se ne sono sciolti? Come non dimenticare tra tutti il fulgido esempio di Giordano Bruno? 

A quella mia domanda la risposta fu quasi scontata a quel punto: "io amo la mia Chiesa e non potrei mai lasciarla...". Da lì capii la potente energia e il forte imperio impresso su tutti i pesci presi nella rete di quella potentissima organizzazione. 

Il Concilio di Trento, indetto da Paolo III il 22 maggio 1542 e apertosi solennemente in quella città solo il 13 dicembre del 1545 aveva voluto, tra l'altro, porre ordine e rimedio sull'annosa questione dei cosiddetti "chierici vaganti", istituendo per la prima volta i seminari, ove gli aspiranti al sacerdozio ministeriale fossero per sempre divisi dalla società ed educati in luoghi lontani dalla potente energia femminile, quindi non più lasciati liberi di frequentare comunità di donne e di uomini, ma rinchiusi in simil-fortezze, i seminari appunto, affinché potessero essere ri-allevati ad una nuova madre: la Chiesa! Avulsi e separati da qualsivoglia contesto mundano, venissero castrati e separati dai loro attributi sessuali, simbolo di sporcizia e di peccato, per essere soldati al servizio dell'unico soggetto femminile a loro non precluso: santa madre Chiesa! Una sorta di Giannizzeri cristiani!!! 
Quell'incanto così potente non aveva mai smesso di funzionare, se riusciva ad inibire ancora oggi la forza e la volontà di un uomo certamente non distolto, né sospinto da desideri di vanagloria personale né di carriera ecclesiastica. Tuttavia, un legaccio potente lo teneva avviluppato ad essa, quella madre-matrigna, non tanto al servizio della Luce del Cristo, ma di se stessa, lei, la Grande Meretrice. 
Quindi il caro don Gallo accettò di vivere perennemente questa contraddizione e non se ne liberò mai. Forse era giusto così. Rimane per tutti un esempio di grande umanità che ha toccato il cuore di tantissime anime, spesso le più lontane dai dogmi di "Romana Chiesa" e soprattutto ha aiutato tanti ragazzi a ritrovare uno scopo e una direzione nella vita.
Ma non è qui il fulcro del mio discorrere, né lo sarà più da questo momento in poi; a discettare cioè della bontà o dell'ipocrita codardia e villania di codesto o quell'altro prete, vescovo o papa che sia. Il problema non è più da impostare secondo tali quadre di ragionamento e misurazioni critiche. Non è della bontà o della cattiveria del singolo su cui voglio ragionare. Ogni istituzione contiene cavalieri e villani e non tutti son cattivi, e non tutti sono buoni.

La convinzione piuttosto di aver bisogno di una mediazione tra la terra e il cielo, l'idea di un Dio trascendente, lontano e al di là di tutte le cose, la negazione della sacralità della materia, in quanto effetto spurio e lontano dal divino posto sempre in alto, la coercizione con la quale per due millenni, nel nome di un Cristo crocifisso e sofferente, si sono battezzati a forza miliardi di uomini e donne, pretendendo rinunciassero alle loro ancestrali credenze, disprezzati se ebrei, perché colpevoli di aver condannato a morte il Salvatore, ritenuti sub-umani se figli di quelle popolazioni indigene che vieppiù venivano sottomesse all'obbedienza di sovrani europei senza scrupoli e a quella del loro Dio sanguinario e crudele, mi hanno da tempo allontanato dall'Augusta Meretrice e dai suoi reprobi servi del culto, che reputo soltanto, loro malgrado, strumento di potere e di controllo delle coscienze, il più bieco sia mai esistito, anche se oggi sembrerebbe meno efficace del passato; tuttavia ancora potente e subdolo, se concepisce a tutt'oggi di introdurre sotto il suo controllo, con un marchio potentissimo, bambini appena nati attraverso il rito del battesimo: tappa iniziale di una serie continua di intrusioni e invasioni energetiche e spirituali che un'anima è costretta a subire, lungo tutto il corso della sua vita terrena. 
Per questo motivo voglio condividere con voi le ragioni della mia decisione inequivocabile e mai troppo tardiva, di dichiarare la mia apostasia dalla Chiesa cattolica romana. 

Trarrò le motivazioni in lungo e in largo prendendo spunto da un testo che mi è capitato tra le mani - non a caso - qualche settimana fa, dopo aver avuto modo di ascoltare da un social l'introduzione allo stesso libro dal suo autore. Lui si chiama Michele Giovagnoli; il testo s'intitola: La Messa è finita. 
Era in effetti da un po' che stavo ragionando di muovermi in tal senso e cercavo la strada più efficace per poter dichiararmi estraneo e del tutto sciolto dalla Chiesa, attraverso l'abiura del battesimo. Ho svariati motivi che non sto qui ora a raccontarvi che possono avvalorare in me la convinzione profonda e senza alcun scrupolo, che magari altre persone potrebbero farsi, prima solo di pensare ad un'opportunità del genere. Diciamo che sono stato ancor più proteso a farlo, dopo la lettura del bel libro di Michele, che consiglio comunque a tutti di leggere, quando narra degli inaspettati e quasi 'miracolistici' benefici che sono seguiti non appena dopo la sua abiura! 
In fondo al post, che ora comprenderà citazioni prese a piè pari dal testo (sarà un buon motivo per stuzzicare in voi la curiosità ad acquistare il libro, poiché ricco di moltissimi altri argomenti legati alle potenti strategie messe in atto dalla Chiesa di Roma nel corso dei secoli, atte ad inibire le libertà personali e il discernimento individuale), allegherò il modulo prestampato per procedere al disincaglionamento dal potentissimo Parassita. Ecco stralci del libro dal capitolo 6:


Il battesimo

Mentre i primi cristiani battezzavano solo gli adulti, dal V secolo la Chiesa cattolica battezza direttamente gli infanti. Il bambino è ritenuto "figlio di una natura umana decaduta" e va quindi liberato dal peccato originale. 
[...] Con la scusa di volerlo purificare a tutti i costi, il bambino è registrato come membro della Chiesa cattolica, con tutte le conseguenze giuridiche del caso. Per esempio, gli articoli 1267 e 1269 del Catechismo della Chiesa cattolica rammentano che il battesimo "incorpora alla Chiesa" e "il battezzato non appartiene più a se stesso [...] perciò è chiamato [...] a essere obbediente e sottomesso ai capi della Chiesa". In caso contrario le autorità ecclesiastiche sono autorizzate a richiamare pubblicamente il battezzato. Chissà quanti genitori conoscono questi lievi dettagli?! Ricapitolando: il bambino è appena nato e viene subito coinvolto in una pratica dai contenuti sconosciuti e registrato a un'organizzazione privata. Questo gesto viola l'articolo 30 della nostra Costituzione che indica come diritto e dovere dei genitori il "mantenere, istruire ed educare i propri figli", ma non parla assolutamente di "imporre". Viola la legge 196/2003 che considera l'appartenenza religiosa un dato sensibile e quindi impedisce al genitore di iscrivere il proprio figlio, così come a un partito politico o a un sindacato, anche ad un'organizzazione religiosa. Infine ignora la sentenza n. 239/84 della Corte Costituzionale che stabilisce che l'adesione a ogni comunità religiosa debba essere basata sulla volontà della persona.

Fin qui avremmo già abbastanza motivi per tenerci fuori da questa pratica che nemmeno Gesù fece da bambino. Quando ricevette il battesimo da Giovanni il Battista aveva già compiuto il suo lungo percorso iniziatico, allontanandosi dalla Palestina per parecchi anni (tutti quelli mai raccontati dai vangeli canonici) e precisamente dai suoi dodici fino ai trenta! La sua vibrazione aveva accolto e incorporato l'energia Cristica ed egli era pronto per manifestarsi al mondo! Nulla di tutto questo pare accada per coloro che, appena nati, vengono battezzati per procura, cristiani!
La sottomissione ai capi della Chiesa cattolica, una volta incorporato il nuovo "cliente", toglie ogni potere decisionale all'individuo, che rimane alla mercé dei dettami e dei dogmi del suo padrone, limitandone, se non esaurendone, ogni spazio di libertà personale.
Ma addentriamoci nella disamina della prassi vera e propria del rito del battesimo:

[...] Nella prassi, il battesimo prevede che il prete versi dell'acqua benedetta sulla testa del bambino. Fermi tutti!!! Acqua benedetta?! Cosa significa "acqua benedetta"? E soprattutto, benedetta da chi?! Masaru Emoto, ricercatore e saggista giapponese, conducendo degli studi sull'acqua ha dimostrato come questo composto magico e vitale formato da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno sia in grado di registrare la carica vibrazionale alla quale viene esposta. Nello specifico: se viene fatta congelare in un ambiente in cui si diffonde una musica dolce o si pronunciano parole come amore, pace, gratitudine, l'acqua cristallizza in strutture regolarissime e armoniche. Diversamente, in presenza di composizioni aggressive o parole "brutte" i cristalli sono irregolari e disarmonici. A questo punto è lecito chiedersi: considerando tutte le ragioni subdole che inducono la Chiesa cattolica a battezzare il bambino appena nato e tutta la violenza sottile espressa nel manifestare questa volontà, cosa viene immesso in termini vibrazionali in quell'acqua che verrà fatta scorrere nella zona più delicata del bambino? 

 

Vedete, non appena diveniamo accorti e attenti al nostro bene-stare, non appena facciamo veramente nostre le parole del Cristo "Ama il tuo prossimo come te stesso", non possiamo che sganciarci da ogni costrizione ci venga imposta con la forza o con l'astuzia. Cominceremo a percepire tutto come vibrazione, diventeremo sensibili come antenne ad ogni tentativo manipolatorio o che va contro la nostra volontà e il nostro sentire più profondo, non ci fideremo più di accettare tutto "a scatola chiusa" solo perché si è sempre fatto così. Ci sentiremo profondamente uniti alla madre e al creato intero, senza sentire la necessità di mediatori furbacchioni e fraudolenti! In questo caso, ditemi come può un infante poter esprimere un tale discernimento!? Ma, continuiamo con l'autore ad osservare ogni movimento del rito con piena consapevolezza e presenza...

 [...] L'acqua non viene fatta scorrere sul viso, ma nella zona centrale del cranio dove la struttura sagittale incrocia la sutura coronale. A quell'età quel punto preciso del cranio non è solido ma molle e prende il nome di "fontanella". La massa cerebrale in quella zona è quindi più esposta all'esterno e meno protetta. E' molto più sensibile e ovviamente più ricettiva. In corrispondenza della fontanella, posta tra i due emisferi cerebrali, risiede niente meno che la GHIANDOLA PINEALE, la più misteriosa e affascinante ghiandola endocrina del nostro corpo. Quella è la sede del settimo chakra, cioè il centro energetico che ci tiene in contatto con l'universo. La pineale stessa ha la forma di un imbuto, come a raccogliere qualcosa che scende da sopra. Nel giro di due anni la fontanella sarà completamente chiusa e il massimo della sua apertura si verifica nei primissimi mesi di vita del bambino. 

 

Il passaggio di un'acqua pregna di informazioni distoniche e la formula magica del prete vibrata con la sua voce per conto terzi (la Chiesa cattolica romana), ha il potere di deturpare e chiudere irreparabilmente quel canale con l'Universo, rappresentato dalla ghiandola pineale. La profonda sensibilità del bambino e la sua capacità a cogliere le emozioni e gli stati d'animo dell'ambiente circostante produrranno in lui il ricordo di un trauma associato al battesimo: 

Una violenza vera e propria subita in un contesto emozionale forte, in presenza dei genitori, di un terzo soggetto e di un'acqua con informazioni non buone. La madre lo tiene in braccio, il padre è lì vicino, dall'altra parte un altro uomo finora sconosciuto, che imprime un'innaturale volontà sulla sua testa. La madre e il padre sono felici, il prete fa il suo mestiere. Cosa registra quindi il bambino? Semplice: la madre e il padre sono felici che il prete gli faccia del male! Fateci caso: quando succede che il bimbo piange dopo aver ricevuto l'acqua, e succede spesso, la madre lo consola come a dirgli che non è successo niente e che è tutto passato, che va bene così. Ovvero conferma che acconsente all'azione del prete. La sensibilità precoce del bambino lo induce quindi a registrare un messaggio importante che condizionerà tutto il suo approccio all'esistenza: non sono protetto totalmente nemmeno dai miei genitori, questo mondo è davvero pericoloso. Non perdiamo di vista la situazione: il bambino ha pochi giorni di vita e vive un trauma di questa portata. Non può comprendere, non può muoversi, non può esprimersi in modo che i genitori lo capiscano, non può nemmeno fermare le mani dello sconosciuto. Ma sente! Sente la situazione ambientale che lo circonda, sente che il progetto che il prete gli proietta dentro è diametralmente opposto a quello che per natura vibra già nelle sue cellule. Il bambino sente, e se il sentire è l'unica azione con il quale può proteggere la sua esperienza, allora è indubbio che sente alla massima potenza possibile. E' statisticamente provato che i traumi registrati a livello di memoria implicita sono quelli che condizionano maggiormente lo sviluppo della personalità dell'individuo.

Oggi, per fortuna, è possibile evitare ai bimbi il trauma del battesimo, ma è anche possibile per una persona adulta già battezzata compiere l'atto di apostasia, che consiste nell'ufficializzare legalmente la propria uscita dalla Chiesa cattolica. Basta compilare e inviare il modulo che riporterò alla fine del post alla parrocchia dove si è stati battezzati con il quale si chiede inderogabilmente di essere cancellati dai registri parrocchiali come cristiano. Si fa con lettera raccomandata con ricevuta di ritorno e vi si allega una fotocopia del documento di identità, fronte/retro. Ciò comporterà essere soggetti a scomunica, non poter più accettare l'incarico di madrina o di padrino per battesimo e confermazione e si verrà esclusi dai sacramenti e dalla celebrazione del matrimonio religioso, salvo su licenza del vescovo. Gli ufficiali destinatari della lettera non possono opporsi o rifiutarsi di eseguire un vostro ordine. Sono altresì obbligati a dare conferma per lettera debitamente sottoscritta dell'avvenuta rettifica del registro dei battezzati, riconoscendo la vostra decisione di non voler più essere considerati parte della confessione religiosa denominata "Chiesa cattolica romana".
Ecco cosa scrive l'autore in seguito alla sua esperienza di "sbattezzo":

[...] L'azione di forza s'inverte; è l'individuo che impone le proprie volontà alla Chiesa. Volontà che sono atti di difesa, di emancipazione e di crescita evolutiva. E si esce così ufficialmente da quello stato di obbedienza e di proprietà altrui! Oltre alle migliori posizioni giuridiche che si conquistano, perché il clero può richiamare un battezzato anche in sede di giudizio facendo pesare la sua posizione dominante nei suoi confronti, il gesto è capace di indurre reazioni inconsce direttamente inverse da quelle scatenate dal battesimo stesso. 
Personalmente ricordo la mia esperienza da apostata con grande tenerezza e orgoglio: dopo qualche ora passata a soffrire profondi sconvolgimenti emotivi legati ad ansie e paure difficilmente definibili (in fondo anche nei mie geni c'era scritto che chi disobbediva finiva nel fuoco), un senso di beatitudine e potenza si è poi impadronito del mio animo dandomi una stabilità interiore mai sentita prima. La sensazione era quella di aver estirpato un essere estraneo e malevolo dalle fondamenta della mia psiche, una sorta di auto-esorcismo. La consapevolezza di essere tornato esclusivamente di mia proprietà, e per mia esclusiva mano, ha progressivamente diffuso nelle mie cellule un'innata fiducia e la sensazione ferrea di potere procedere verso ogni più alto traguardo personale. Staccare dalla mia carne il morso del Parassita clericale mi ha permesso fin da subito di accumulare livelli energetici prima impossibili, un po' come arginare un'emorragia. Ora sento di essere meritevole nell'intimo, tocco la bellezza di poter diventare ciò che la mia anima ha scelto da sempre, liberamente e fuori dal giudizio. Ora sento un po' di più il senso autentico della parola "entusiasmo".

 


Modulo di sbattezzo


Al parroco della parrocchia di:............... indirizzo:..........

OGGETTO: istanza ai sensi dell'art. 7 del Decreto Legislativo n. 196/2003.

Io sottoscritt_ ..........., nat_ a ............,il................,
residente a ......................, in ........................

con la presente istanza, presentata ai sensi dell'art. 7, comma 3, del Decreto Legislativo n. 196/2003, mi rivolgo a Lei in quanto responsabile dei registri parrocchiali.
Essendo stat_ sottopost_ a battesimo nella Sua parrocchia, in una data a me non nota, desidero che venga rettificato il dato in Suo possesso, tramite annotazione sul registro dei battezzati, riconoscendo la mia inequivocabile volontà di non essere più considerat_ aderente alla confessione religiosa denominata "Chiesa cattolica apostolica romana".
Chiedo inoltre che dell'avvenuta annotazione mi sia data conferma per lettera, debitamente sottoscritta.
Si segnala che, in caso di mancato o inidoneo riscontro alla presente richiesta entro 15 giorni, mi riservo, ai sensi dell'art. 145 del Decreto Legislativo n. 196/2003, di rivolgermi all'autorità giudiziaria o di presentare ricorso al Garante per la protezione dei dati personali. Dichiaro di rinunciare fin da subito a qualsivoglia pausa di riflessione o di ripensamento in ordine alla soprascritta istanza; avverto che considererò ogni dilazione come rifiuto di provvedere nel termine di legge (15 giorni, ai sensi dell'art. 146, comma 2, del D. lgs. n 196/2003) e che quindi intendo immediatamente ricorrere all'autorità giudiziaria o al Garante per la tutela dei dati personali, qualora Lei illegittimamente differisse l'annotazione richiesta a un momento successivo al quindicesimo giorno dal ricevimento della presente.
Ciò in ottemperanza del Decreto Legislativo n. 196/2003 (che ha sostituito, a decorrere dall'1/1/2004, la previgente Legge n. 675/1996), in ossequio al pronunciamento del Garante per la protezione dei dati personali del 13/9/1999 ed alla sentenza del Tribunale di Padova depositata il 29/5/2000.
Si diffida dal comunicare il contenuto della presente richiesta a soggetti terzi che siano estranei al trattamento e si avverte che la diffusione o la comunicazione a terzi di dati sensibili può configurare un illecito penale ai sensi dell'art. 167 del D. lgs. n. 196/2003.

Si allega fotocopia del documento d'identità.
Distintamente.

Data..............................................                                           Firma...........................................





Il modulo è tratto dal libro La Messa è finita di Michele Giovagnoli, Uno Editori, 2017 Orbassano (To);

le pagine citate sono tratte dallo stesso volume al capitolo 6, dal titolo: Il battesimo. Un'abitudine chiamata sottomissione, pp. 64-65, 67-68, 69-70, 73-74.