mercoledì 3 febbraio 2021

IPSE DIXIT

 




In realtà ero indeciso se titolare questo post "Ipse scripsit" o "La messa è finita, andate in pace...", o meglio se... "L'Italia è finita, andate in pace...". Alla fine ho optato per "Ipse dixit", riferendomi al discorso che Mr. Mario Draghi fece a bordo del panfilo Britannia nel lontano 1992, in compagnia di Mr. Beppe Grillo e di molti altri faccendieri, proprio poco dopo la strage di Capaci che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la sua scorta...
Solo coincidenze, penserà ancora qualche ingenuo!
Si tratta solo di coincidenze se, arrivati a questo punto della storia, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, propone come cura finale al moribondo Paese quella del "liquidatore" - come lo aveva definito l'ex-presidente Francesco Cossiga - cioè la cura dello stesso signore che già allora aveva cominciato la svendita dei Gioielli di famiglia in nome e per conto di potentati economico-finanziari stranieri?

Così, tanto per spazzare via un po' di polvere dai cassetti della storia mi è venuto in mente di approfittare della pubblicazione per intero del discorso che costui fece a bordo di quel panfilo di proprietà della Corona britannica, l'A. D. 1992. E, chissà perché ogni volta che sulle acque del Mare Nostrum incrocia uno scafo battente bandiera britannica, succede sempre qualcosa che cambia inesorabilmente l'andamento delle faccende italiche! 
Da quel momento, spazzata via un'intera classe politica con Tangentopoli che vide il suo eroe nel giudice "ammazzasette" Antonio Di Pietro, creato il capro espiatorio in Bettino Craxi, cominciò per il Belpaese lo smembramento e la dilapidazione di tutti i tesori di Stato: sulla bella Italia si avvinghiarono lupi famelici ai quali uomini come Romano Prodi e Mario Draghi aprirono le porte, con la complicità e l'omertà dei nuovi "Boiardi di Stato", imprenditori privati che per la ghiotta occasione fondarono persino nuovi partiti - quelli della seconda repubblica, per intenderci -  dando il via all'erosione sistematica di una delle economie più floride e solide tra quelle titolate del G7! 

"A volte ritornano...": avrei anche potuto titolare così questo post, ma non sarebbe stato un titolo adeguato, nonostante le apparenze. 
Perché, vi chiederete? 
Perché taluni soggetti non se ne vanno mai veramente! 
Può sembrare che spariscano per un po' dai riflettori delle televisioni e della storia, li si vede scomparire dall'agone politico, mentre scambiano tra loro ruoli e poltrone, ma sono gli stessi che a turno portano avanti il piano; attraverso il teatrino della politica ci fanno credere alla favoletta della democrazia, mentre in realtà la povera sventurata funziona unicamente da paravento per i loro scopi. 
Complottismo? 
No signore e signori, no...
Non vi resta che leggere l'articolo di Giuseppe Masala che farà seguito a questa mia breve introduzione e poi, dulcis in fundo, concedervi l'attenta lettura del succitato discorso dell' "L'Italiano che ha salvato l'Europa", come titolava oggi stesso "Repubblica" (02.02.2021), o dell'"L'Italiano che ha affondato l'Italia" noi potremmo aggiungere, non appena le darà il colpo di grazia finale in nome e per conto della stessa Europa che oggi si congratula per la provvida scelta, per rendervi conto che "complottista" non è chi denuncia i complotti, ma chi li ordisce e li mette in opera..., anche se a distanza di tempo! 
Anzi, più passa il tempo e meglio è!  Alla fine tutti  dimenticano e nessuno riesce più a unire tutti i puntini.

P.S.:
E se, alla luce della fine della United States Corporation, il nostrano Mario Draghi avesse alla fine poco spazio di manovra e dovesse semplicemente assolvere al ruolo di "commissario liquidatore" della Corporation Republic of Italy?
Lo sapremo nelle prossime puntate...


Dinaweh



post di Giuseppe Masala
 


In questa seconda metà di gennaio 2020 è venuta fuori sul Fatto Quotidiano la pubblicazione – a quasi trent’anni di distanza – del discorso di Mario Draghi nella famosa crociera sul panfilo Britannia, nel 1992, dove si decise la privatizzazione (o meglio, il saccheggio) dell’immenso apparato produttivo e finanziario dello Stato italiano.

Questo evento fa sospettare che mani oscure stiano manovrando la vita politica italiana. Del resto è chiaro ed evidente che qualcuno (i servizi? Parte dei servizi? Servizi stranieri?) stia tentando di sbarrare la strada ad una eventuale ascesa di Draghi a Palazzo Chigi se non addirittura al Quirinale.

Entrando nel merito del discorso tenuto nella sempre negata crociera, si tratta di un documento dall’eccezionale valore storico e politico. Attesta – anche senza voler dare un’interpretazione maligna delle parole di Draghi – lo spirito dei tempi segnati dall’errata convinzione delle virtù taumaturgiche del mercato. La privatizzazione avrebbe – secondo Draghi – portato maggior efficienza e maggior crescita e maggiori profitti rispetto a quanto avrebbero fatto i tanto vituperati boiardi di Stato.

Così erano chiamati all’epoca i manager pubblici dai corifei del libero mercato, in particolare l’ultraliberista Scalfari che con una incredibile operazione di mimetizzazione si spacciava per uomo di sinistra. Dunque in definitiva avrebbero aiutato a risolvere l’annoso problema dell’alto debito pubblico in rapporto al PIL.

Arrivarono inefficienza, mancati investimenti, mancata innovazione, spregiudicate operazioni di pirateria finanziaria e infine licenziamenti e chiusure di stabilimenti produttivi fino al completo spappolamento di quell’eccezionale apparato produttivo.

Un danno incalcolabile che ha distrutto una nazione. Un danno, ora lo si sa con certezza, deciso in una scellerata crociera al largo delle coste italiane su una nave battente bandiera britannica e dunque sotto giurisdizione britannica. Una crociera tenutasi il 2 Giugno del 1992 nei giorni convulsi della strage di Capaci nella quale morì il giudice Giovanni Falcone. E anche questo riferimento temporale chiarisce come mani oscure tessevano trame mentre un’intera classe politica veniva portata in carcere in manette e mentre i competenti in procinto di entrare al potere agitavano cappi in Parlamento.

 Una crociera prima negata additando come paranoici complottisti coloro che ne parlavano e poi disvelata dal Presidente Cossiga in TV e da quel punto derubricata a banale cocktail tra amici. Ora, a quasi trenta anni la prova inoppugnabile che non si trattò di una scampagnata a spese della Corona Britannica, ma di un vero e proprio atto eversivo ai danni del popolo italiano.

Pur è vero, chi tira le prove fuori ora, lo fa per inquinare e per manipolare il corso della vita politica italiana e probabilmente non è migliore di chi tesseva le trame in quell’epoca. Ma con quella storia – la nostra Storia – dobbiamo farci i conti. Draghi (il “vile affarista” di cossighiana memoria) sarà anche un grande tecnico dell’economia ed un mago dei tassi d’interesse, ma deve spiegare. Non sui giornali ma in tribunale. Possibilmente dopo che il Parlamento avrà allargato la platea delle persone accusabili di Alto Tradimento.



Giuseppe Masala






Discorso completo di Mario Draghi sul panfilo Britannia nel giugno del 1992 (l’anno di Tangentopoli e della brutale speculazione di George Soros sulla lira). 
Fonte: Il Fatto Quotidiano, articolo “‘Privatizzazioni inevitabili, ma da regolare con leggi ad hoc’: il discorso del 1992 (ma attualissimo) di Mario Draghi sul Britannia:






Testo corrente del discorso tenuto da Mario Draghi 

sul panfilo Britannia nel giugno del 1992:

 

«Signore e signori, cari amici, desidero anzitutto congratularmi con l’Ambasciata Britannica e gli Invisibili Britannici per la loro superba ospitalità. Tenere questo incontro su questa nave è di per sé un esempio di privatizzazione di un fantastico bene pubblico.

Durante gli ultimi quindici mesi, molto è stato detto sulla privatizzazione dell’economia italiana. Alcuni progressi sono stati fatti, nel promuovere la vendita di alcune banche possedute dallo Stato ad altre istituzioni cripto-pubbliche, e per questo la maggior parte del merito va a Guido Carli, Ministro del Tesoro. Ma, per quanto riguarda le vendite reali delle maggiori aziende pubbliche al settore privato, è stato fatto poco.

Non deve sorprendere, perché un’ampia privatizzazione è una grande – direi straordinaria – decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquant’anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante. In altre parole, la decisione sulla privatizzazione è un’importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile.

Altri oratori parleranno dello stato dell’arte in quest’area: dove siamo ora da un punto di vista normativo, e quali possono essere i prossimi passaggi. Una breve panoramica della visione del Tesoro sui principali effetti delle privatizzazioni può aiutare a comunicare la nostra strategia nei prossimi mesi.

 

PRIMO: privatizzazioni e bilancio.

 

La privatizzazione è stata originariamente introdotta come un modo per ridurre il deficit di bilancio. Più tardi abbiamo compreso, e l’abbiamo scritto nel nostro ultimo rapporto quadrimestrale, che la privatizzazione non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale, esattamente come una vendita di asset per un’impresa privata non può essere vista come un modo per ridurre le perdite annuali. Gli incassi delle privatizzazioni dovrebbero andare alla riduzione del debito, non alla riduzione del deficit.

 

Quando un governo vende un asset profittevole, perde tutti i dividendi futuri, ma può ridurre il suo debito complessivo e il servizio del debito. Quindi, la privatizzazione cambia il profilo temporale degli attivi e dei passivi, ma non può essere presentata come una riduzione del deficit, solo come il suo finanziamento. (Questo fatto, nella visione del Tesoro, ha alcune implicazioni che vedremo in un secondo momento).

Le conseguenze politiche di questa visione sono due. Dal punto di vista della finanza pubblica, il consolidamento fiscale da mettere a bilancio per l’anno 1993 e i successivi non dovrebbe includere direttamente nessun ricavo dalle privatizzazioni. Nel contempo, dovremmo avviare un piano di riduzione del debito con gli incassi dalle privatizzazioni. Ciò implicherà più enfasi del Tesoro sulle implicazioni economiche complessive delle privatizzazioni e sull’obiettivo ultimo di ricostruire gli incentivi per il settore privato.

 

SECONDO: privatizzazioni e mercati finanziari.

 

La privatizzazione implica un cambiamento nella composizione della ricchezza finanziaria privata dal debito pubblico alle azioni.

L’effetto di riduzione del debito pubblico può implicare una discesa dei tassi di interesse. Ma l’impatto sui mercati finanziari può essere molto più importante, quando vediamo che la quantità di ricchezza privata in forma di azioni è piccola in relazione alla ricchezza privata totale e che con le privatizzazioni può aumentare in modo significativo.

In altre parole, i mercati finanziari italiani sono piccoli perché sono istituzionalmente piccoli, ma anche perché – forse in modo connesso – gli investitori italiani vogliono che siano piccoli. Le privatizzazioni porteranno molte nuove azioni in questi mercati. L’implicazione politica è che dovremmo vedere le privatizzazioni come un’opportunità per approvare leggi e generare cambiamenti istituzionali per potenziare l’efficienza e le dimensioni dei nostri mercati finanziari.

 

TERZO: privatizzazioni e crescita.

 

(In molti casi) vediamo le privatizzazioni come uno strumento per aumentare la crescita. Nella maggior parte dei casi la privatizzazione porterà a un aumento della produttività, con una gestione migliore o più indipendente, e a una struttura più competitiva del mercato.

La privatizzazione quindi potrebbe parzialmente compensare i possibili – ma non certi – effetti di breve termine di contrazione fiscale necessaria per un bilancio più equilibrato. In alcuni casi, per trarre beneficio dai vantaggi di un aumento della concorrenza derivante dalla privatizzazione, potrebbe essere necessaria un’ampia deregolamentazione. Questo processo, se da una parte diminuisce le inefficienze e le rendite delle imprese pubbliche, dall’altra parte indebolisce la capacità del governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale.

Tuttavia, consideriamo questo processo – privatizzazione accompagnata da deregolamentazione – inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea. L’Italia può promuoverlo da sé, oppure essere obbligata dalla legislazione europea. Noi preferiamo la prima strada.

 

Le implicazioni di policy sono che:

 

a) un grande rilievo verrà dato all’analisi della struttura industriale che emergerà dopo le privatizzazioni, e soprattutto a capire se assicurino prezzi più bassi e una migliore qualità dei servizi prodotti;

 

b) nei casi rilevanti la deregolamentazione dovrà accompagnare la decisione di privatizzare, e un’attenzione speciale sarà data ai requisiti delle norme comunitarie;

 

c) dovranno essere trovati mezzi alternativi per perseguire obiettivi non di mercato, quando saranno considerati essenziali.

 

QUARTO: privatizzazioni e depoliticizzazione.

 

Un ultimo aspetto attraente della privatizzazione è che è percepita come uno strumento per limitare l’interferenza politica nella gestione quotidiana delle aziende pubbliche. Questo è certamente vero e sbarazzarsi di questo fenomeno è un obiettivo lodevole.

Tuttavia, dobbiamo essere certi che dopo le privatizzazioni non affronteremo lo stesso problema, col proprietario privato che interferisce nella gestione ordinaria dell’impresa. Qui l’implicazione politica immediata è l’esigenza di accompagnare la privatizzazione con una legislazione in grado di proteggere gli azionisti di minoranza e di tracciare linee chiare di separazione tra gli azionisti di controllo e il management, tra decisioni societarie ordinarie e straordinarie.

A cosa dobbiamo fare attenzione, per valutare la forza del mandato politico di un governo che voglia veramente privatizzare? Primo, occorre una chiara decisione politica su quello che deve essere considerato un settore strategico. Non importa quanto questo concetto possa essere sfuggente, è comunque il prerequisito per muoversi senza incertezze.

 

Secondo, visto che non c’è una Thatcher alla vista in Italia, dobbiamo considerare un insieme di disposizioni sui possibili effetti delle privatizzazioni sulla disoccupazione (se essa dovesse aumentare come effetto della ricerca dell’efficienza), sulla possibile concentrazione di mercato, e sulla discriminazione dei prezzi (quest’ultima in particolare per la privatizzazione delle utility).

 

Terzo, occorre superare i problemi normativi. Un esempio importante: le banche, che secondo la legislazione antitrust (l. 287/91) non possono essere acquisite da imprese industriali, ma solo da altre banche, da istituzioni finanziarie non bancarie (Sim, fondi pensione, fondi comuni di investimento, imprese finanziarie), da compagnie assicurative e da individui che non siano imprenditori professionisti. In pratica, siccome in Italia non ci sono virtualmente grandi banche private, gli unici possibili acquirenti tra gli investitori domestici sono le assicurazioni o i singoli individui. Una limitazione molto stringente.

 

In ordine logico, non necessariamente temporale, tutti questi passaggi dovrebbero avvenire prima del collocamento.

 

In quel momento, affronteremo la sfida più importante: considerando che una vasta parte delle azioni sarà offerta, almeno inizialmente, agli investitori domestici, come facciamo spazio per questi asset nei loro portafogli? Qui giunge in tutta la sua importanza la necessità che le privatizzazioni siano a complemento di un piano credibile di riduzione del deficit, soprattutto per ridurre la creazione di debito pubblico.

 

Solo se abbiamo successo nel compito di ridurre “continuamente e sostanziosamente” il nostro rapporto tra debito e PIL, come richiesto dal Trattato di Maastricht, troveremo spazio nei portafogli degli investitori. Allo stesso tempo, l’assorbimento di queste nuove azioni può essere accelerato dall’aumento dell’efficienza del nostro mercato azionario e dall’allargamento dello spettro degli intermediari finanziari. Qui il pensiero va subito alla creazione di fondi pensione ma, di nuovo, i fondi pensione sono alimentati dal risparmio privato che da ultimo deve essere accompagnato dal sistema di sicurezza sociale nazionale verso i fondi pensione.

Ma un ammanco dei contributi di sicurezza sociale allo schema nazionale implicherebbe di per sé un deficit più elevato. Questo ci porta a una conclusione di policy sui fondi pensione: possono essere creati su una base veramente ampia solo se il sistema nazionale di sicurezza sociale è riformato nella direzione di un sistema meglio finanziato o più equilibrato rispetto a quello odierno.

 

Questa presentazione non era fatta per rispondere alla domanda su quanto possa essere veloce il processo di privatizzazioni – non è il momento giusto per affrontare il tema. L’obiettivo era fornirvi una lista delle cose da considerare per valutare la solidità del processo.

 

La conclusione generale è che la privatizzazione è una delle poche riforme nella vita di un Paese che ha assolutamente bisogno del contesto macroeconomico giusto per avere successo. Lasciatemi sottolineare ancora che non dobbiamo fare prima le principali riforme e poi le privatizzazioni. Dovremmo realizzarle insieme. Di certo, non possiamo avere le privatizzazioni senza una politica fiscale credibile, che – ne siamo certi – sarà parte di ogni futuro programma di governo, perché l’aderenza al Trattato di Maastricht sarà parte di ogni programma di governo.

Lasciatemi concludere spiegando, nella visione del Tesoro, la principale ragione tecnica – possono esserci altre ragioni, legate alla visione personale dell’oratore, che vi risparmio – per cui questo processo decollerà. La ragione è questa: i mercati vedono le privatizzazioni in Italia come la cartina di tornasole della dipendenza del nostro governo dai mercati stessi, dal loro buon funzionamento come principale strada per riportare la crescita.

Poiché le privatizzazioni sono così cruciali nello sforzo riformatore del Paese, i mercati le vedono come il test di credibilità del nostro sforzo di consolidamento fiscale. E i mercati sono pronti a ricompensare l’Italia, come hanno fatto in altre occasioni, per l’ìazione in questa direzione. I benefici indiretti delle privatizzazioni, in termini di accresciuta credibilità delle nostre politiche, sono secondo noi così significativi da giocare un ruolo fondamentale nel ridurre in modo considerevole il costo dell’aggiustamento fiscale che ci attende nei prossimi cinque anni.

 


   

   

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