sabato 20 maggio 2023

L'ALTRA FACCIA DELL'AMERICA

 

L'ALTRA FACCIA DE
L '  A M E R I C A 



La scoperta del Nuovo Mondo ci ha fatto dimenticare l'enorme prezzo pagato dalle popolazioni native all'arrivo dei Conquistatori bianchi, spagnoli e portoghesi che fossero, i quali, sin da subito, usarono quei territori come di loro esclusiva proprietà, trattando gli indigeni come schiavi, alla stessa stregua di animali da sfruttare o da uccidere, qualora si fossero ribellati alla loro condizione subalterna. 
Non furono tanto le armi a compiere quello che fu un vero e proprio genocidio, quanto le malattie che gli Europei portarono con loro in quelle terre. Anche allora venne minata la salute dei corpi oltreché delle anime. Lo sradicamento dalle loro usanze e credenze e la forzata e brutale conversione al cattolicesimo fecero il resto.
Ci sono tanti modi per uccidere e, a volte, non è necessario annichilire il corpo fisico: si può abbattere un uomo deridendo e denigrando le sue convinzioni più profonde, disperdendo la memoria della propria ancestrale cultura, uccidendo in lui il ricordo degli Antenati, imponendogli una fede sanguinaria e violenta, costringendolo in riserve da dove non sia possibile la fuga.
Tutto questo è stato fatto; tutto questo ha prodotto delle contaminazioni e delle ferite profondissime che, nel corso dei secoli, hanno continuato a disperdere e degradare l'identità di quei popoli al punto da farla scomparire quasi del tutto.
Quale sia la situazione dell'America latina oggi, penso sia davanti agli occhi di tutti. Naturalmente, poste determinate cause, è ovvio che le conseguenze siano il frutto di quelle stesse che l'hanno provocate. 

E' a questo proposito che voglio condividere con voi, cari lettori, un reportage che ho trovato molto significativo, molto più di ogni mia altra riflessione in proposito, tratto dal sito www.iltascabile.com dal titolo "Voci dell'Amazzonia", di Paolo Pecere, filosofo e letterato, scrittore di saggi, racconti e romanzi sul tema della natura e delle implicazioni che essa vincola con la vita umana sul pianeta. Il suo ultimo libro: "Il dio che danza. Viaggi, trance e trasformazioni" (2021). 
In Voci dell'Amazzonia viene descritta la situazione attuale del continente sudamericano, grazie ad un viaggio che lo stesso autore ha compiuto, ove emergono tutte le contraddizioni di quella contaminazione imposta di cui si diceva sopra, ma anche delle avvisaglie di un cambiamento in positivo che sgorga come sorgente pura e immacolata da quella stessa contaminazione che vive nella carne e nel sangue la gente nativa di quelle terre, una volta mescolata suo malgrado alla cultura dominante dei colonizzatori; gente senza scrupoli che da sempre ha sfruttato e calpestato la dignità di popoli anche molto diversi tra loro, ma che sono profondamente legati alle loro radici, anche a costo di affrontare la morte. Naturalmente, come sempre accade, gli effetti collaterali di quell'invasione sono presenti ahimé nelle vite delle stesse vittime, molte delle quali si sono lasciate imbonire e corrompere dalla presenza costante di padroni implacabili, assumendo loro stessi come per osmosi, la stessa ferocia degli invasori, diventando essi stessi cinici nei confronti di chi tra loro, nonostante tutto, rimane abbarbicato e fermo ai valori ancestrali che si vorrebbero estirpare completamente. 

Significativo l'incontro-scontro di queste due culture antitetiche tra loro, raccontato in un libro che due personaggi, l'antropologo Bruce Albert e lo sciamano Davi Kopenawa, hanno scritto a quattro mani: La caduta del cielo (2010). 
Davi Kopenawa, sciamano della popolazione degli Yanomami, racconta attraverso se stesso, la prevaricazione dell'uomo bianco contro i suoi fratelli e le sue sorelle, ma anche il suo riscatto personale e la sua trasformazione che come un boomerang fa da volano anche per il riscatto e la trasformazione dei numerosi popoli nativi che coabitano in quei territori così vasti.

Vi lascio dunque a questo fantastico e spesso terribile viaggio nella memoria di ciò che noi, uomini bianchi, non dobbiamo dimenticare, considerandoci in qualche maniera comunque responsabili dei misfatti perpetrati dai nostri antenati, così come da noi stessi che oggi continuiamo a perpetrare ai danni di quelle popolazioni. Ciò ci serva da monito, ci faccia sentire responsabili e dunque, ci porti a rimediare nel nostro quotidiano, attraverso mille piccole azioni, anche le più semplici eppur significative, per cessare quanto più possibile di essere complici di tutte le rapine che continuano a usurpare diritti e proprietà in nome di un falso progresso e, oggi potremo aggiungere, in nome di un falso "green" dalle mani sporche di sangue innocente.

E noi, cosa possiamo fare? 

Come, mi chiederete? Non dando il nostro consenso a qualsiasi tipo di sfruttamento venga esercitato ai danni di popolazioni come quelle native del Sud o del Nord America, così come a quelle del Continente africano o asiatico. Possiamo fare scelte consapevoli nei nostri acquisti alimentari, per esempio, premiando quelle realtà etiche, equo-solidali, rispettose della terra e delle persone, che qua e là sorgono numerose in ogni angolo del pianeta; non solo per ciò che riguarda gli alimenti, ma per qualsiasi manufatto proveniente da ogni regione del mondo; abbandonando la grande distribuzione e le multinazionali del crimine, che affossano, facendo morire di asfissia qualsiasi attività artigianale locale e le piccole aziende a conduzione familiare. Promuoviamo invece proprio questa tipologia di mercato, meglio se equo e solidale, costruendo un'economia parallela e alternativa a quella delle multinazionali e dei grandi gruppi di potere. Gli esempi sono molteplici di ciò che davvero ognuno di noi può fare per migliorare lo stato febbricitante del pianeta: anche da queste pagine è possibile trovare degli esempi, delle testimonianze concrete di vita, raccontate attraverso video, scritti e immagini. Provate a sfogliare le pagine virtuali di "incantodiluce" e vi troverete davvero tanti spunti di sogni realizzati o in fase di realizzazione. Al termine del post potrete trovare diversi link, per facilitare il vostro viaggio virtuale.  
Buona immersione dunque nella lettura di questo viaggio che l'autore ci offre con passione, ricchezza di documentazione e amore di verità.

Dinaweh


Voci dell'Amazzonia

di Paolo Pecere
tratto dal sito: www.iltascabile.com   


La striscia azzurra del Rio della Amazzoni segna il confine meridionale della Colombia per una settantina di chilometri fino a un puntino sulla mappa, la cittadina di Leticia.
Camminando per mezz'ora lungo la costa si entra in Brasile, a Tabatinga; attraversando il fiume si approda in Perù. Ci vuole un attimo a distogliere lo sguardo dal navigatore - il nome delle leggendarie guerriere, le frontiere nazionali disegnate a tavolino - avvistare un orizzonte d'acqua color caffellatte e scoprirsi totalmente spaesati.

La sera del mio arrivo a Leticia c'è un concorso di bellezza e le stradine sono piene di gente. Il tassista rinuncia ad arrivare in ostello e mi fa scendere a un incrocio allagato. "E' la festa più grande dell'anno", spiega. "Di solito qui non c'è nessuno. Ma oggi vengono le famiglie dai dintorni, da oltre confine". Mi affretto verso i fumi di cucina che segnalano il parco Orellana. Di fronte al palco hanno montato gradinate di legno. Sembra una festa rionale affollata: il presentatore, in camicia a collo alto tesa sulla pancia, chiama sul palco diversi notabili locali per i saluti, introduce spettacoli di danza e musica. Sfilano a turno le tre señoritas in costumi piumati - "Brasile!", "Perù!", "Colombia!" - le tre nazioni rispondono con esplosioni di bandiere, urla e percussioni. Nella scenografia spicca gigantesco il volto di un Indio. Ha l'aria non convinta.

Dietro il palco, a una distanza imprecisata, c'è il fiume, ma non è facile arrivarci a piedi. Leticia dà su una ramificazione laterale, che in questo periodo si ritira a decine di metri dal paese. M'incammino nel buio per ponteggi e piattaforme di legno. Le palafitte stanno alte sul vuoto lasciato dall'acqua. Gli alberi sono carichi di uccelli addormentati, come enormi grappoli neri. Nell'erba in basso brillano gli occhietti rossi di un caimano. Da una finestra vedo due bambini sdraiati per terra, la televisione accesa.

Il giorno dopo, su una barca a motore, finalmente vedo il corso principale del Rìo Amazonas. Ma lo sguardo è incapace di abbracciare questa enormità. Per definirla bisogna tornare alle mappe e alle misure inimmaginabili. In questo tratto il fiume è largo in media tre chilometri, si separa e si dirama in una vasta regione che cambia nel tempo. L'acqua sale di due-tre metri con le piogge, nuove isole si formano, altre scompaiono. Ci si può perdere tra anse e biforcazioni, secche e allagamenti. Soltanto in volo si può distinguere l'alveo del fiume alimentato da duecentoventi affluenti, sinuosi come radici d'acqua. Ma non si può semplicemente parlare di "acqua". In Amazzonia ne esistono tre specie: "bianca" (color caffellatte), "nera" (con riflessi rosso carne) e "chiara" (limpida), a seconda della presenza di sedimenti e residui organici. Le acque nere e bianche per lunghi tratti non si mescolano, formano corsi paralleli. Ognuna definisce un diverso ambiente, con diverse specie di piante e animali, che è vitale distinguere (l'acqua nera, per esempio, è priva di caimani e di zanzare). Tutte confluiscono nel gran fiume, il cui delta, dopo oltre seimilacinquecento chilometri di percorso, è largo duecentoquaranta chilometri. Allora l'enorme massa si scarica nell'Oceano colorandolo e inondandolo fino a centottanta chilometri da riva. Così la spedizione di Colombo che costeggiava il Continente si accorse che qui c'era Qualcosa.

Il modo migliore per esplorare questo mondo è aggirarsi tra gli affluenti minori, nel mio caso il Rio Gamboa e il Rio Yavarì con i loro sistemi di lagune, dove pernotto su anche tra gli alberi o nelle palafitte delle comunità indigene. La foresta è un'esperienza sensoriale e corporea difficilmente descrivibile. Lo sguardo si perde tra foglie e radici, l'olfatto rinasce. Il tatto è immerso in un'umidità primigenia, tra innumerevoli radici filiformi o nodose che salgono da terra e scendono dal cielo. Continuamente il piede affonda in strati morbidi di piante macerate, semi di mille forme e misure, formiche in processione, melma schioccante, correnti d'acqua fresca. Da ogni punto della pelle s'introducono fino alle viscere nuovi segnali con cui il corpo inizia a negoziare. L'udito avverte ma non distingue forme di vita che percorrono ogni spazio, che sentono, vedono e difficilmente sono viste. Aprendo la bocca si gustano i mille sapori delle cortecce aromatiche, dell'acqua dolce che esce dalle liane tagliate, dei frutti. Tutto questo è investito dalla pulsazione della pioggia, che cade improvvisa e violentissima e s'interrompe con rapidità. Ma queste impressioni non sono che un collo di bottiglia percettivo di una realtà concepibile solo con lo studio.

Arrivo alla comunità indigena di Gamboa, una striscia di palafitte sul lungofiume. Qui ogni ragazzino entra nell'età adulta da piccolo, quando riceve la propria canoa scavata nel tronco. S'infilano tra canne e fogliame a pescare. Tornano a riva a oziare sulla sabbia fangosa, mettendo in fuga i pulcini tra gli edifici sonnolenti: la scuola, la chiesa battista appena ridipinta, le grandi case di famiglia sotto cui dormono i cani.




"Nella foresta c'è tutto quel che serve, cibo, acqua, medicine, antidoti", mi spiega Pancho, un uomo della comunità, avanzando col machete tra le fronde. Le piante amazzoniche hanno funzionato a lungo come farmaci sono in un quarto dei nostri medicinali e sono ancora oggetto di ricerca. Tutto trova nuovi nomi sotto la guida della voce straordinariamente calma, lenta e silenziosa di chi qui vive da secoli. Il kapok, o lupuna, è l'albero più grande, che può arrivare fino a sessanta metri. Sulla corteccia passa la linea della marea, che nella stagione più piovosa sommergerà lo spazio in cui camminiamo. Le radici enormi del matamata sembrano tendaggi di legno. Pancho le colpisce col machete e un suono profondo si diffonde per la foresta: "E' l'albero-telefono. Se ti perdi, puoi comunicare la tua posizione a chilometri di distanza". Continua a spiegare che dalla bromelia, i cui fiori rossi attecchiscono su tronchi   e rami come festoni, si estrae un veleno. La caferana e la uacapurana sono per il mal di stomaco. L'unia de gate è un antidolorifico. La cumaseba è contro il freddo. L'abuta combatte il diabete, il capinori il cancro, lo uambe agisce sulla prostata. La polvere dell'arbol talco distrugge i funghi della pelle. Pancho fa piccole incisioni sui tronchi e compaiono strati bianchi, rossi, arancio, si sprigionano profumi. Le radici rosse che serpeggiano nella terra sembrano vene esposte di un organismo gigantesco. Dai tagli nel caucciù scende un'emorragia di liquido bianco, che in mano si fa gomma.

Di sera il flusso delle voci animali sembra una cascata di cristalli. Il sonno è profondissimo, il risveglio è lento. Le conoscenze acquisite di giorno si raccolgono di nuovo nella sensazione, diffusa e potente, di essere in un'altra vita possibile, che non evolve necessariamente in quella che conduciamo nelle città. 
Di avviso opposto è il presidente Bolsonaro, che in questi giorni ha rimarcato la sua idea che l'Amazzonia deve svilupparsi mediante il disboscamento, rivendicando polemicamente che gran parte del territorio "è nostro" - cioè di proprietà del governo brasiliano, non di altri paesi, né dei nativi sottosviluppati - e quindi sul mercato. Affermazioni rese possibili dalla conquista spagnola e portoghese di qualche secolo fa, che perdono senso su scale più ampie. Il pensiero di un'identità globale, necessario per arginare l'effetto distruttivo delle retoriche neoliberiste, può trarre molto dalla conoscenza di questo ecosistema tanto diverso dal nostro, con pochi angoli di interiorità (la scimmia urlatrice che ruggisce all'alba, l'uomo che cammina silenzioso, il tucano che l'osserva dai rami), tutto estroflesso nelle relazioni collettive, nella dipendenza reciproca, nella cooperazione di morte e vita, che ha ispirato diecimila anni di culture prive di denaro e diritti di proprietà prima che la civiltà capitalista decidesse che si trattava di una risorsa da sfruttare.

I primi europei a percorrere questo tratto del fiume furono nel 1541-1542, i marinai della spedizione di Francisco de Orellana. Il viaggio nacque quasi per caso, da un ammutinamento, nel corso di una esplorazione spagnola dell'attuale Ecuador. Pizzarro spedì la nave di Orellana a cercare provviste lungo il fiume Coca, i marinai imposero al capitano di non risalire la corrente e proseguire l'esplorazione. Discesero il Rio Napo e arrivarono, per altri affluenti, al gran fiume. Uno scontro con donne guerriere suggerì il nome delle Amazzoni. Secondo la testimonianza di Orellana, all'epoca lungo le rive fioriva una grande civiltà, che poi sarebbe stata decimata dalle malattie europee.

Senza saperlo anch'io ho seguito quel percorso la prima volta che ho visitato il bacino amazzonico. Mi trovavo a Quito, andai all'aeroporto e comprai un biglietto per Coca. L'aereo era un biplano a trenta posti, la compagnia si chiamava - maledettamente - "Icaro". Il volo fu spaventoso, sfiora le cime delle Ande salendo e cadendo come un otto volante. Fuori dal capannone dell'aeroporto, ancora scosso, entrai in un taxi locale. Il conducente mi chiese "che ci sei venuto a fare a Coca?" e in quel momento i miei occhiali da sole si spezzarono in due. Presi una piroga a motore che in poche ore mi portò in un rustico "ecolodege" gestito da una comunità indigena sul Rio Napo, dove quasi subito fu orgogliosamente servito un rinfresco di benvenuto: larve di scarafaggio su foglie di palma. Ci lavorava come volontaria una giovane spagnola affiliata a Survival.org, una delle ONG che si occupano di promuovere i diritti delle popolazioni indigene. C'era solo un altro ospite nell'area-campeggio, Diego, un basco silenzioso, dall'aria stralunata, che camminava nella foresta con sandali e jeans strappati, indifferente alle sanguisughe e alle punture d'insetto. Mi disse che faceva il falegname e che una volta all'anno, d'estate, lasciava moglie e figlia per venire nella selva.

La fauna del Rio Napo era meno timorosa di quella che ho trovato lungo il Rio delle Amazzoni. Ogni sera falene e serpenti si raccoglievano sulla piattaforma di legno. All'alba gli hoatzin, uccelli simili a grossi fagiani, rumoreggiavano tra i rami degli alberi sulla laguna. María raccolse delle bacche di annatto (o bixa orellana, in onore al navigatore) e ci dipinse delle strisce rosse sul viso. Con lei e Diego camminavamo per sentieri invisibili tra gli alberi e di sera si andava a osservare i caimani, gli stessi che di giorno stavano a guardare mentre tre europei dissennati si tuffavano nella laguna torbida. Un indio ci faceva da guida, indicando i buchi negli alberi da cui si sporgevano le scimmie notturne, gli aoti vociferi, con gli occhi arancioni accecati dalla luce e preoccupati dagli strani intrusi. Visitammo la palafitta dell'indio, nascosta nella vegetazione a pochi metri dal fiume. La casa era povera, i bambini avevano vari problemi di salute. Gli animali domestici erano una scimmia ragno e una enorme tarantola, che la figlia piccola giocava a seguire sul pavimento. Per l'occasione, sotto le foglie di palma, fumava un banchetto di benvenuto. Di nuovo larve, in bianca pappa di platano.
L'indio aveva trent'anni, ne dimostrava sessanta. L'avevano chiamato Washo - Washington - come il Presidente di un paese lontano.






In barca verso il Rio Yavarì, in territorio peruviano, ricevo informazioni sula regione da Antonio, che è stato pescatore, studente di scienze naturali a Manaus, poi è tornato a fare la guida turistica sulla frontiera. Mi parla dell'aumento della temperatura e della diminuzione dei pesci, esportati a 40 tonnellate al giorno solo nei pressi di Leticia. "Quando ero piccolo mio padre batteva i piedi nella barca e subito decine di pesci saltavano dentro". Oggi i pesci sono di meno e molti animali terrestri sono scappati dopo decenni di bracconaggio per la vendita di pelli, piume e altri trofei. Il turismo è uno stimolo ad abbandonare queste pratiche o a combatterle. Osservo che mi sembrano un po' troppi i passaggi di rumorose barche a motore, che lasciano una schiuma bianca sul lungofiume del Gamboa. Comitive di colombiani si spingono fin qui solo per tramortirsi di cibo, farsi lunghe dormite nelle amache e un rapido bagno. "E' vero", concede Antonio, "qui ormai c'è un po' di traffico. Però è un'area molto limitata. Alcune guide sono ex-bracconieri, ex-cercatori d'oro, ex-boscaioli, che lavoravano in tutta la regione. Meglio così per tutti.

Antonio parla la lingua yukuna, sua madre è indigena. Parliamo della prossimità tra uomo e natura tipica delle culture locali. Le maschere di giaguari e altri animali sono impiegate, tra le altre cose, in una cerimonia di ospitalità. Gli ospiti arrivano vestiti da animali e danzano per un giorno sotto gli occhi degli anfitrioni, privi di maschera. La notte la danza degli "animali" continua fuori dalla casa, riproducendo i suoni della foresta. Il giorno dopo gli "animali" si smascherano e si uniscono agli "umani" in casa, dove tutti danzano insieme.

Nelle teche del museo etnografico di Leticia, insieme a costumi e cerbottane ho visto anche gli accessori con cui gli sciamani tritano e fumano le piante allucinogene. Chiedo a Antonio se in zona ce ne sono ancora, di sciamani. "Certo, ci sono. Ma vivono appartati nella selva. Con l'arrivo dei turisti è diventato uno spettacolo". "Un mio amico che vive in Russia, vicino al lago Bajkal, mi diceva cose del genere sullo sciamanismo siberiano. Dice che ormai è soprattutto uno show-manism. Finte cerimonie in costume per turisti russi e cinesi".

"Quando ero piccolo qui c'era quest'uomo, si faceva chiamare El Indio amazónico. Un falso sciamano, un buffone. Andò a Bogotà vestito di piume. Prometteva soluzioni per denaro, amore, lavoro, impotenza. Leggeva mani, occhi, tarocchi. Guadagnò molto denaro, ma dopo un po' non lo prendevano sul serio. Se n'è scappato a fare lo "spiritista" a Miami dove nessuno si accorge dell'inganno. Si è comprato una spider, ora sta in California".

A parte questi casi isolati, dal punto di vista delle culture indigene la colonizzazione ha portato soprattutto sfruttamento e distruzione. Antonio è il primo a nominarmi un romanzo, La voragine (1922) di Josè Eustasio Rivera, che tutti qui conoscono perché si legge nelle scuole. Racconta di due amanti che scappano da Bogotà e vanno nella "selva oscura" amazzonica. Qui i due copriranno come l'impresa di raccolta del caucciù del peruviano Julio César Arana ha prodotto un vero e proprio genocidio. Rivera basò il racconto sulla sua esperienza di viaggio nel sudest della Colombia, trasformandola in un romanzo modernista che adotta lo schema classico del viaggio negli inferi, da cui però la coppia di protagonisti non ritorna.
Il movimento di discesa da Bogotà alla foresta è ripreso nella serie di Netflix Frontera verde (2019), che è stata girata da queste parti. La serie usa attori e lingue indigene, aumentando il contrasto con la cultura ispanofona dei Bianchi. Ma in Frontera verde il rapporto tra Bianchi e indigeni ha una doppia valenza. La protagonista Helena, colombiana, è un'investigatrice venuta dalla capitale per indagare sulla mote di alcune  suore e di una misteriosa indigena il cui corpo resta intatto dopo la mote. Si tratta per lei di un ritorno alle origini, perché Helena è figlia di due studiosi della foresta ed è nata proprio da queste parti. L'indagine comporterà un chiarimento sulla drammatica scomparsa di sua madre e l'acquisizione magica di un'identità seconda, vicina a quella degli indigeni. All'altro polo ci sono una serie di Bianchi ostili alle culture locali, capeggiati da un nazista. L'invenzione di questo cattivo, mosso dall'intento esoterico di appropriarsi del sapere segreto della foresta, si ispira a una circostanza storica: l'emigrazione tedesca nel Dopoguerra, coda di un processo di massa iniziato a metà Ottocento che ha profondamente condizionato l'identità brasiliana e amazzonica (lo raccontava Edgar Reitz nel suo film Die andere Heimat. L'altra patria, 2013). Frontera verde evoca con efficacia le voci, le lingue, il paesaggio di questa regione sviluppa le sue tensioni - l'identità spezzata di paese meticcio, la mercificazione del territorio, l'eredità delle morenti culture amazzoniche - fino a un finale forse deludente, che richiude ogni ferita con una confezione metafisica.

Queste narrazioni colombiane proseguono una riflessione avviata in queste terre dagli Europei e finalmente ne fanno un dialogo a più voci: le basi di questo dialogo furono dettate dalle prime opere di autocritica coloniale come la Brevissima relazione della distruzione delle indie (1552) del domenicano Bartholomé De Las Casas; l'idea di un confronto alla pari fu introdotta dagli scrittori della Francia illuminista e, nel Novecento, da Calude Lèvi-Strauss, che in base a anni di ricerche sul campo confrontò le società "fredde" di quelli che un tempo si chiamavano "selvaggi", statiche e immerse in uno stretto rapporto con l'ambiente naturale, e le società "calde" occidentali, dinamiche e sensibili ai mutamenti storici, interrogandosi sui diversi sistemi cognitivi che vi corrispondevano. Ma il maggiore monumento di questo incontro-scontro è il libro "a due io" che l'antropologo Bruce Albert ha scritto insieme allo sciamano Davi Kopenawa, La caduta del cielo (2010).




I due autori si sono conosciuti nelle terre degli Yanomami, dov'è nato e cresciuto Davi Kopenawa, a un giorno di barca dai luoghi che sto visitando. La vita di Davi è scandita dai momenti-chiave dell'incontro tra due popolazioni: nato negli anni Cinquanta e cresciuto nella foresta, assiste all'arrivo dei Bianchi che vengono a tagliare alberi, cacciare animali, cercare oro, infine a costruire una strada; testimonia la messa in discussione delle tradizioni locali, il diffondersi delle epidemie, la conversione al cristianesimo, l'arrivo di beni e di "nuove parole", ragionamenti minacce e promesse degli invasori mossi dal profitto, la nascita di organizzazioni a tutela degli indigeni. Tutte esperienze che Davi Kopenawa ha vissuto in prima persona, apprendendo la tradizione sciamanica, poi imparando a parlare il portoghese, convertendosi temporaneamente alla fede cristiana e studiando da infermiere, andando a vivere e lavorare con i Bianchi come lavapiatti, poi interprete per la FUNAI (la Fondazione nazionale dell'Indigeno), per rompere infine con i Bianchi e tornare orgogliosamente al suo mondo e alla sua lingua viaggiando occasionalmente per promuovere la sua causa di fronte a platee internazionali. Esperienze che ha deciso di trasmettere in un racconto su "pelle di carta" che è insieme un'autobiografia, un'enciclopedia mitologica degli Yanomami - ben più imponente e rigorosa di altri classici della documentazione etnografica come Dio d'acqua di Marcel Griaule - e la storia di un conflitto interiore e esteriore: politico, sociale, economico, linguistico, filosofico.

Colpisce la lucidità con cui Kopenawa, che non a caso è diventato un protagonista dell'attivismo indigeno, descrive il pensiero dei Bianchi:
I loro capi continuano a dire: "Noi siamo potenti! Possederemo tutta la foresta, Che i suoi abitanti muoiano! Si sono stabiliti senza una ragione su quella terra, che ci appartiene!" Questi Bianchi pensano solo a ricoprire la terra con i loro disegni [le mappe] per tagliarla a pezzi e, infine, cedercene solo alcune parti circondate dai loro giacimenti e delle loro piantagioni. Dopo di che, soddisfatti, dichiareranno: "Ecco al vostra terra. Ve la diamo!".
Colpisce anche il suo elenco dei fattori che distruggono il mondo della foresta e suscitano la sua collera. Il pensiero degli sciamani della sua infanzia, scrive, "non era ancora offuscato dalle merci - pentole, machete, vestiti e così via - ha aperto la strada ai Bianchi. Lo stesso Davi ha desiderato pantaloni, scarpe, orologi, camicie, occhiali e altro:
Non smettevo di pensare al momento in cui sarei diventato adulto e mi dicevo: "Un giorno, possiederò un motore per correre su e giù lungo i fiumi con una grande barca, come i Bianchi!"

Insieme alle merci sono arrivate le epidemie di influenza, morbillo, malaria, tubercolosi, che hanno profondamente colpito la popolazione degli Yanomani. Poi ci sono le "parole" dei Bianchi, che invadono lo spazio della foresta con altrettanta virulenza: "Le loro parole entrano nei nostri pensieri e li offuscano". Si parla di oro, bestiame, colture, ma anche di Dio (Teosi), Satana (Satanasi), Gesù (Sesusi), peccato e inferno: tutte parole che, secondo Kopenawa, sarebbero servite da strumento per assoggettare e ingannare la gente locale. Tutta la sua gente ha subito il fascino della merce e delle parole, si è creduta protetta, mentre stava venendo decimata e chiusa in un recinto.

I tre fattori merci, parole e malattie costituiscono il paradigma con cui Kopenawa analizza il processo della colonizzazione, quasi a fare da contrappunto all'analisi di Jared Diamond in Armi, acciaio e malattie. Ma i tre fattori di Kopenawa rendono conto di un'invasione non soltanto materiale, bensì anche psicologica. Considera le parole come realtà che si muovono nella mente, restano in circolo, formano collegamenti, diventano gesti, orientamenti, tracciano percorsi che si possono seguire e su cui ci si può perdere pericolosamente. Su questo punto lo sciamano non esita a criticare la superficialità e la ristrettezza della sua gente:
Le persone comuni non pensano a queste cose. Quando vedono arrivare dei cercatori d'oro o altri Bianchi, la loro mente rimane vuota. Allora, si limitano a sorridere chiedendo del cibo o delle merci. Non si domandano: "Cosa devo pensare di questi Bianchi? Cosa vengono a fare nella foresta? Sono pericolosi? Devo difendere la mia terra e scacciarli?" No, il loro pensiero rimane piantato ai loro piedi, senza poter avanzare. Riescono solo a dirsi: "Perché preoccuparsi? La foresta è molto vasta e non può essere distrutta. Cerco piuttosto di ottenere vestiti e cartucce!" Quando il pensiero della nostra gente è così confuso, diventa come un cattivo sentiero nella foresta. Lo si segue a fatica nella vegetazione intricata e oscura, si inciampa, si finisce per cadere in un buco o in un corso d'acqua, ci si cavano gli occhi con delle spine o si viene morsi da un serpente. Io, invece, ho voluto prendere un cammino libero la cui chiarezza si apre lontano davanti a me. E' quello delle nostre parole per difendere la foresta".



Seguire le parole Yanomami è quindi un'esigenza pratica, una necessità vitale:
Solo loro possono renderci felici. Imitare quelle di Teosi e dei Bianchi non porta a nulla. Possono solo tormentarci. Ecco perché penso che dobbiamo seguire le tracce dei nostri anziani, come i Bianchi seguono quelle dei loro".
Ma in questo libro, che per su natura è rivolto ai Bianchi, non si tratta di rifiutare ogni contatto. Questa è piuttosto una controffensiva filosofica delle culture amazzoniche in genere, tutte collegate da affinità profonde come il credito assegnato ai viaggi estatici e alle visioni di spiriti naturali indotte da funghi e piante (la "polvere yakoana" degli Yanomami, che in altre culture si chiama yakruna e con altri nomi simili). Le parole degli sciamani, rimarca Kopenawa, comportano rappresentazioni, valori, modi di vivere diversi, che egli intende orgogliosamente esporre ai Bianchi per invocare un loro ravvedimento. Certo, in queste pagine circola quello che non può che apparirci dogmatismo ("E' così", ripete spesso Davi, per asseverare le sue verità). La cosmologia tradizionale alimentata dalle visioni sciamaniche  produce numerosi equivoci geografici e scientifici. Il rifiuto in blocco della cultura che ha conosciuto con gli ammonimenti dei missionari e le violenze dei cercatori d'oro non è moderato dal riconoscimento del contributo di altri Bianchi in difesa della sua cultura e della gentilezza dei medici che l'hanno guarito dalla tubercolosi. Ma al tempo stesso c'è l'esercizio del dubbio, basato sull'immersione in quell'altra identità (per esempio Kopenawa continua a interrogarsi sull'esistenza dell'invisibile Teosi, il Deus dei brasiliani, confrontandolo con gli spiriti xapiri che le piante invece gli fanno vedere).
Ne La caduta del cielo c'è un'elaborazione basata sul confronto culturale e tecnologico, come quando Kopenawa paragona le immagini degli spiriti-animali a delle "fotografie", immagini accessibili solo agli iniziati, di cui gli animali concretamente osservabili nella foresta sono copie mortali, "rappresentanti - insomma, quasi idee platoniche che stanno alla base dell'ordine naturale. E c'è la volontà di comunicare, e quindi tradurre, un'intera visione del mondo a quelle culture cui Kopenawa si rivolge nel suo libro, per far passare almeno un messaggio: "la foresta è viva. Può morire solo se i Bianchi si ostinano a distruggerla". Questa ostinazione ha esiti apocalittici. La morte della foresta farebbe scomparire gli sciamani con le loro visioni, che si oppongono alla distruzione, e "allora moriremo gli uni dopo gli altri e così anche i Bianchi. Tutti gli sciamani periranno. Quindi, se nessuno di loro sopravvive per trattenerlo, il cielo crollerà".





Davi Kopenawa ha percorso un viaggio inverso a quello di tanti Bianchi, dalla foresta alla città e ritorno. Il risultato è un caso unico: la sua voce sapiente e appassionata, che prende la parola con l'assistenza di Bruce Albert, incarna lo sguardo che Montaigne (nel saggio Sui Cannibali), Rousseau (nel Discorso sull'origine della disuguaglianza) e Diderot (nel Supplemento al viaggio di Bouigainville) avevano attribuito al loro indigeno immaginario, facendolo parlare contro l'intolleranza religiosa, la proprietà privata, i lussi, il colonialismo, lo schiavismo, la morale sessuale cristiana. Allo stesso sguardo straniato di Kopenawa le più pacifiche certezze europee appaiono come ridicole assurdità. Così la convinzione che le "pelli di carta" (il denaro) e i "disegni sulla terra" (territori sulle mappe) abbiano un valore. Così l'avido attaccamento al cibo e agli utensili domestici, che i Bianchi concedono solo in cambio di lavoro o li negano perché "Hanno un prezzo". Così la vorace ricerca dell'oro dei cercatori (garimpeiros), paragonati a pecari che mangiano la terra. Con loro Kopenawa ha il suo primo scontro armato e dialoghi di aperto scherno quando questi provano a blandirlo con le loro menzogne:
"Vogliamo cercare l'oro con voi! Siamo amici! Davi, faremo di te un grande capo!" Sentire di nuovo queste parole mi mandò in collera. Gli risposi: "Io non so fare il capo e non mangio l'oro! Non me ne faccio niente di quella polvere che brilla nella sabbia. Dovrei essere un caimano per inghiottirla! Non voglio niente da voi e non vi lasceremo lavorare qui!
Esco dal cosmo amazzonico dal Rio Yavarì approdando alla cittadina brasiliana di Benjamin Constant. La gente beve birra sui barconi ormeggiati, con l'aria di chi non s'aspetta niente. Da qui torno con un motoscafo pubblico fino a Tabatinga, un villaggio di baracche pieno di polli e cani affamati. Proseguo a piedi fino a Leticia. Gli alberi si diradano, lo sguardo si riabitua ai campi coltivati. La deforestazione spicca e induce la riflessione ecologica, come oggi è ovvio. .Lo era meno all'inizio dell'Ottocento, quando Alexander von Humboldt nel suo Viaggio nelle regioni equinoziali del Nuovo Continente analizzò su basi scientifiche l'impatto del disboscamento e delle monoculture sull'equilibrio ambientale, denunciando che "le malefatte dell'umanità disturbano l'ordine naturale". Dopo due secoli è possibile e urgente precisare questa analisi: il disboscamento risponde principalmente alla domanda di colture di soja destinate agli allevamenti europei e cinesi, dunque dipende ancora da culture lontane dall'Amazzonia. La lotta indigena ha quindi una portata globale, al tempo stesso ecologica e culturale. La posta in gioco è la foresta, che continua a comparire nel nostro immaginario come un luogo eterno ma in realtà può morire, come nella profezia di Kopenawa. 

Sull'altra sponda del fiume si vede ancora la cresta verde degli alberi, rassicurante nella sua massa sconfinata. Tabatinga sembra un'altra cittadina brutta e caotica sull'orlo di una natura pittoresca, che offre pace e bellezza, trovando nei turisti un nuovo argine alla distruzione. Ma la lotta è in corso anche qui, con le tribù del rio Yavarì. tra un mese, quando sarò tornato in Italia, per strada a Tabatinga uccideranno Maxciel Pereira dos Santos, funzionario della FUNAI e attivista dei diritti degli indigieni. La pace è un'illusione estetica.

  
 Sitografia:


https://incantodiluce.blogspot.com/2019/10/semplicita-volontaria-e-vera-ricchezza.

https://incantodiluce.blogspot.com/2019/04/sulla-frequenza-dellamore-dinaweh.html

https://incantodiluce.blogspot.com/2019/10/la-nuova-frontiera-marginali-creativi.html

https://incantodiluce.blogspot.com/2019/09/gli-schiavi-bambini-del-cioccolato.html 

https://incantodiluce.blogspot.com/2019/05/dalle-parole-ai-fatti.html 

https://incantodiluce.blogspot.com/2019/05/in-formazione-permanente-attiva-tutti.html

https://incantodiluce.blogspot.com/2018/01/tornare-alla-madre.html

https://incantodiluce.blogspot.com/2020/03/amore-e-servizio-in-azione-amor-y.html

https://incantodiluce.blogspot.com/2019/12/piccole-e-grandi-azioni-crescono.html

https://incantodiluce.blogspot.com/2017/06/il-seme-sotto-la-paglia.html

 
 

             

venerdì 17 febbraio 2023

PERMACULTURA TRA NATURA E SOCIETA'


Scartabellando nei miei appunti "permaculturali", frutto degli approfondimenti seguiti al magnifico PDC del 2019, mi sono imbattuto in questo scritto, che condivido con voi, poiché veramente esplicativo di che cosa non sia la Permacultura e, quindi, di che cosa realmente si debba intendere quando a proposito e spesso a sproposito, ci si riempie la bocca di questa parola: Permacultura!
Dalle pagine del nostro autore "permacultore" si evince prima di tutto e su ogni altro aspetto, la passione e l'illuminazione che l'incontro con questo stile di vita genera in lui, come con chiunque lo avvicini e lo pratichi.
Permacultura dunque è un approccio alla vita e, paradossalmente, potremmo dire che non vuole esclusivamente essere un modo di fare  "agricoltura". Oltre al fatto che, come ricorda lo stesso scrivente, la si può applicare anche su un balcone o in un appartamento all'undicesimo piano di un palazzo al centro città, la Permacultura diventa una filosofia di vita che prende in considerazione ogni interazione con l'esistente da parte dell'individuo-uomo in relazione al proprio ambiente e al pianeta intero. Si può senz'altro dire che l'opera demiurgica che tale visione sospinge, abbraccia e comprende anche tutti quegli aspetti invisibili che pur fanno parte olisticamente di tutto il costrutto umano ed esistenziale. La concezione dello Spirito che alberga in ogni essere è l'occhiale attraverso cui la lettura e l'ermeneutica dell'esistere in ogni sua forma mutevole, viene descritta e agita.
Tutto il resto, a seconda del contesto, non è altro che la descrizione delle tecniche e degli strumenti necessari a poter svolgere appieno l'assunto fondamentale: tutto è energia e non esiste separazione nel mondo fisico, tanto quanto non ne esiste in quello spirituale.
Ecco perché la Permacultura è per forza di cose etica, chiede condivisione e gioiosa comprensione.
E quindi, il Permacultore chi è, se non un individuo risvegliato ad una nuova Coscienza universale che comprende nel suo abbraccio dalla più minuscola creatura ai massimi sistemi ecologici, considerandoli nel loro insieme e mai come parti separate?
Va da sé che, una volta scoperto un tesoro, si senta di condividerlo con gli altri senza tenerselo tutto per sé, come si sarebbe fatto ancora nel Vecchio mondo. Il Permacultore dunque diventa un moltiplicatore di bellezza e non può fare a meno di progettare la vita alla sua massima espressione attorno a sé. 
Mi sembrava doveroso dunque, prima di lasciarvi alla lettura del testo che segue, darvi una chiave di lettura e farvi sentire un po' più a vostro agio finalmente, con questo parolone, tanto spesso abusato e incompreso ai più. 
Buona lettura!

Dinaweh    



PERMACULTURA  TRA  NATURA  E SOCIETA' 


 




SINTESI DEL FLUSSO PROGETTUALE

di Roberto Fitzko


La filosofia della progettazione nella Permacultura comporta una personale responsabilità nei confronti della Terra. Inoculando una coscienza morale, il consumismo ci ha spinti sull'orlo dell'annientamento: o sopravviviamo assieme, o moriremo tutti. Chiunque abbia il coraggio oggi è operatore di pace.

La Permacultura fornisce strumenti utili per progettare sistemi abitativi integrati. L'unica decisione etica possibile è agire responsabilmente per la nostra vita e quella dei nostri figli. 
Facciamolo adesso!!! 
Carcerati e carcerieri, sono entrambi carcerieri della società in cui viviamo. Ci si integra con Gaia camminando, non fermandosi; purtroppo non sarà raro incontrare tracce contemporanee di dissesto ecologico, quindi, ogni pubblicazione ha un autore.

Nessuno meglio dei migliori scienziati sa che la scienza ha i suoi limiti. Non dimentichiamolo mai.
Tutto fa orto, questo è un principio Mollisoniano che trovo utile. Il cofondatore del movimento Permaculturale che tutt'oggi è radicato e diffuso, in tutto il mondo, David Holmgrem, elenca una serie di principi utili come vademecum: essi in un certo senso sono le vecchie regole del buon senso. 

La produzione in un sistema reale è sempre limitata a fare un raccolto, ottenere una produzione o un surplus teoricamente illimitato!!! Illimitata invece è la produzione del pensiero umano. Con allegria!!!
Senza quella non c'è Permacultura!!!

Un ecosistema è costituito da una rete infinita di elementi, in cui l'energia e l'informazione viaggiano senza troppo attrito, permettendo così al sistema di adattarsi ed evolvere contro l'entropia.
Ho pensato che un solo esempio non renderebbe giustizia alla progettazione della realtà  progettuale. Rispecchierebbe la veritiera realtà progettuale. Così ho cercato di descrivere la Permacultura, intesa come metodo di progettazione, con generalizzazioni logiche, cercando di non sembrare impersonale.
Ho conosciuto la Permacultura circa 20 anni fa, grazie a mio cugino Marco che viveva a Ciang May, in Thailandia. Mi chiedeva semi, faceva case in terra, sono rimasto meravigliato, perplesso, una vita che conoscevo, ma nella rusticità dell'ambiente in cui sono cresciuto, mi disse: "Roby, io faccio Permacultura, sai cos'è?" Ne rimasi subito affascinato e sentivo che era innata in me, pian piano ho approfondito, studiandola, e nel frattempo ho visitato anche parecchie realtà Permaculturali, in alcuni casi ho collaborato con loro, in Italia e all'estero, imparando da diverse realtà e microclimi, confrontandomi con tante esperienze vissute da persone vere ed etiche, facendo rete, apprendendo tutt'ora nuove sensazioni, conoscendo gente di questo Nuovo Mondo.

Crescere nel mondo occidentale, o in qualsiasi realtà avanzata, inevitabilmente si instaura nell'essere umano, negli animali e piante, un processo di adattamento e spesso ci lasciamo coccolare dalla zona di comfort.
I media, la matrice consumistica manipolatrice, il cibo globalizzato, l'inquinamento delle matrici Gaiane e degli organismi a tutti i livelli trofici, ci si rifugia inconsciamente in una routine non etica. Ma una volta presa coscienza di questa manipolazione, avviene a chi più a chi meno, la transizione. Fatevi portare senza timore nel grande fiume della Permacultura, scorre dentro di voi, è in corso in voi un meraviglioso processo evolutivo.

Wellcome!!! Benvenuto!!! L'unione fa la Forza...

In fase progettuale, naturalmente si seguono i valori e i principi della Permacultura. Il progettista non lavora in modo standardizzato, globalizzato, come nell'agricoltura post industriale, ma egli cerca un collegamento cosmico-tellurico.
Ritagliarsi un ampio spazio per agire in biodiversità, non snaturandosi, non ubbidendo a leggi umane imposte, create stupidamente a scopo di lucro senza rispettare i diritti di nessuno, ma creando installazioni personalizzate, come opere d'arte; riceveremo una soddisfazione immensa, che sfocerà sicuramente in un senso di libertà e di felicità. Otterremo altresì per noi stessi e per gli altri una crescita interiore.
Quindi, ogni design ha un flusso personalizzato di progettazione appropriata, che dipende dal progetto stesso, sia esso un orto, un'azienda agricola, una casa privata, un balcone, un bosco, un'industria, ecc. 
Però, ci sono anche delle cose che non cambiano mai, come: l'intervista al committente, che dev'essere fatta minuziosamente, analizzando anche i desideri inconsci, la visione di eventuali progetti futuri.

Anche la fase di osservazione e la comprensione contemplativa va fatta minuziosamente, con sopralluoghi in varie ore della giornata, senza giudizio, a tutte le ore del giorno e della notte, non è un'analisi mentale, ma sensoriale, geobiologica, eudinamica, creando una danza con ritmo naturale, un'implosione, lavorando con e non contro la natura.

La mappa non è il territorio

Margini e confini sono e devono essere armoniosi, accolgono, sole, e di conseguenza la luce, il vento, la pioggia, l'umidità, importanti risorse entranti: è conveniente utilizzarle al meglio prima che l'energia lasci il sistema. Avendo una cultura olistica e le basi progettuali permaculturali, le tue fatiche saranno delle opere d'arte, riceverai una soddisfazione immensa, da condividere.
Progettare, analizzare e mappare con l'ausilio di un GPS, o anche senza, le varie geopatie, i flussi d'acqua dei vari ristagni, per evitare problemi futuri, tutelare la salute dei fruitori e di tutto il sistema, ribaltare a proprio favore situazioni energetiche o di materia sfavorevoli.

Gli elementi introdotti devono avere contemporaneamente più funzioni "come in un vecchio flipper, l'uscita dal gioco di una pallina è energia sprecata; quando invece si riesce a mantenere la pallina (acqua, energia) all'interno del sistema, possiamo accumulare energia-materia e avere più possibilità di adattarci, modificarci ed evolvere"
    (da Saviana Parodi, 2021)

Per esempio, un tetto di una casa non serve solo a riparare dalle intemperie, ma deve raccogliere l'acqua piovana e renderla potabile, dissetarci per finire fitodepurata per poi irrigare e se possibile, servire a più scopi prima che ci lasci. Solo dopo si può passare ad un'analisi territoriale, fatta dalle mappe, dai dati G.I.S. e altri dati microclimatici non reperibili sul luogo. Essi sono dati storici, antichi e recenti, di tradizione locale e filosofica, che parlano del luogo con tutte le caratteristiche morfologiche, numeriche, con misure auree, feng shui antica arte geomantica cinese che insegna ad organizzare lo spazio abitativo in modo armonico e benefico per la salute fisica e mentale.
Poi si passa a progettare le zone e i settori, analizzando i dettagli tipo l'evapotraspirazione, cercando la rugiada, si conoscerà la salinità, il vento, che va sentito ed analizzato bene, capendo se è il caso di schermarlo con frangivento o altro, capire la struttura del suolo, se conviene creare dei condensatori d'acqua e masse d'acqua analizzando bene le curve di livello e avendo swales o bio arroyos quando sono necessarie, usando strumenti antichi, autocostruiti, l'archipendolo o una livella ad acqua, attuare il minimo sforzo per ottenere il massimo effetto possibile. L'acqua una delle nostre risorse maggiori in entrata.

Mai perdere d'occhio gli accordi fissati precedentemente con il committente, rendiconti di natura economica, sociale, ambientale, energetica ed anche estetica, cercando il potere della forma. 
Poi dall'analisi visiva del luogo ed il tipo di progetto, si mettono i dettagli, i sistemi puntuali, per esempio: se un sistema di fitodepurazione, una compost-toilet o altro.

Sincronico-sinergico-simbiotico, solitudine, sospiro, silenzio... Questa è una formula che ho inventato, per rimanere nel qui e ora in fase progettuale. Prendi il tunnel spazio-tempo per capire senza fissare i contenuti, dall'alto come un falco, sottoterra come una talpa e su un albero come uno scoiattolo, senti gli alberi maestri del bosco e chiedi il permesso alle difensive e ai vari custodi della terra, dell'acqua, prima di qualsiasi azione, aprendo e chiudendo la sessione ogni volta. Collegamenti utili per i nostri sensi, dissociarsi, meditando, specialmente in quel frangente.
Dopo l'osservazione, la raccolta dei dati e l'analisi degli stessi, si può passare alla progettazione vera e propria: fare una bozza di massima con la collocazione degli elementi, naturalmente approvati dal committente, rispettando il budget e gli accordi. 
In seguito si possono tracciare i camminamenti, che devono essere fluidi, comodi, con due alternative: una dritta e una sinuosa che hanno la stessa fine, inseriti naturalmente nei pattern originari.

Nel contempo si individuano gli accessi, dove si deve fare molta attenzione ai fluidi eudinamici, quelli orizzontali intendo, saperli sentire e quindi agire di conseguenza e schermarli se è necessario, per creare una simbiosi energetica, che ritengo fondamentale e che fa una notevole differenza ed eleva la progettazione.
Solo allora si può scendere nel dettaglio progettando gli elementi che ci sono all'interno del sistema cercando di agevolare la fertilità del luogo e degli elementi dello stesso; considerando scrupolosamente il mood Permaculturale molto caro ai nostri giovani con spazi socializzatori di contenuto, mettendo subito operativo il sistema con teatro, biblioteca, web, aule didattiche divulgative, possibilmente al chiuso e all'aperto.

Loro sono il nostro futuro e il fulcro del nostro intento.

Dinamizzare l'acqua e portarla in quarto stato è fondamentale per la fertilità la rigenerazione del suolo, cercar di distribuirla dendriticamente per farla percolare nelle falde, possibilmente senza l'ausilio di plastica, cemento industriale ed altre materie di sintesi, per non abbassare l'energia vibratoria, per non inquinare.

Conoscere per poi usare l'insiemistica è utilissimo e accorcia i tempi di governo. L'elettrocoltura, la radionica, le altre innovazioni etiche, che potrebbero essere delle opportunità. Non bisogna porre limiti alla propria fantasia, acculturarsi e aggiornarsi continuamente, in ogni campo.

Infine bisogna far conto: è necessario fermarsi ad analizzare gli aspetti economici e finanziari del progetto nel suo insieme e verificare il rispetto degli accordi e l'eventuale deviazione del budget. 
L'importante è tenere una filosofia progettuale che rispecchi i valori Permaculturali, i principi cardine, tenendo le linee guida dei nostri primi maestri: Mollison, Holmgrem, ma anche di tanti Permacultori meno famosi, ma con molta buona volontà di far bene al pianeta e ai propri simili, con tanta esperienza pratica maturata usando i metodi della permacultura, trasmettendo le loro esperienze con corsi e scrivendo manuali freschi, alla portata di tutti, sia culturalmente che economicamente.

Il sociale, la convivialità, l'armonia, il rapporto, tutte quelle cose che non si vedono, sviluppare energia vitale è importantissimo, ed è meglio ricevere gli input direttamente dai nostri recettori.
Fondamentale fornire il sistema di un laboratorio con gli strumenti per l'autocostruzione di tutto quel che potrebbe servire, per esempio, per lavorare il legname da opera o da ardere, per trattare le acque, ecc., microorganismi EM e Fervida o altri preparati per un'agricoltura organica, rigenerativa, biodinamica.
L'alternativa è quel che serve, una rivoluzione della scienza della progettazione, la Permacultura, come metodo, fa affiorare le conoscenze dimenticate a favore delle nuove tecnologie invasive contrarie alla vita, cercando di riorganizzare l'esistente, in modo da risparmiare energia o generarne di più di quanta ne venga consumata. La principale novità della Permacultura è che essa è un sistema di progettazione fondato sul buon senso! E questo sì che ha del rivoluzionario.

Il problema è la soluzione, nulla è eterno

Il risultato finale deve produrre facilmente un raccolto capace di nutrire l'uomo e gli altri commensali partecipi al fenomeno della vita, in modo armonioso con un'estetica gradevole, senza stress e con tanta biodiversità e che economizzi l'energia, impiegando ma non sovra-sfruttando, le risorse che ci sono in loco.
L'agricoltura organica rigenerativa simbiotica, un flusso energetico non circolare e infinito dovrebbe essere un obiettivo concreto, la strada da perseguire.
Personalmente preferisco fare un disegno a mano, non usando il pc, mi piace di più essere analogico, sentirmi artista, credo che sia più comunicativo e amorevole. Il massimo della tecnica alla fine è la non tecnica!!!

Con poche righe ho cercato di semplificare il flusso progettuale con le nozioni che ritengo più utili, ma secondo me, un buon progettista deve saper sentire, specialmente quando svolge il lavoro di tracciatura, se è sulla strada giusta o no, l'importante è sentire queste sensazioni.
Questa è una dote innata in tutti noi, chi più chi meno, ma che va sempre alimentata; aggiornarsi sempre, costantemente. Fare rete, ricavare un punto di osservazione, coltivare la propria creatività e fantasia, sono requisiti fondamentali, dunque, aderisco alla Permacultura anche come stile di vita. 

Ho avuto alcune esperienze positive in progettazioni condivise che mi hanno arricchito molto, una esperienza che consiglio a tutti e che sto incrementando cercando di fare il tutto con allegria e amore,  senza alcun limite, celebrando tutti assieme in festa ad ogni evento!!! Plasmando opere d'arte ricevi una soddisfazione immensa, respiri felicità.
Ringrazio tutte le meravigliose creature, vegetali, animali, umane e non, visibili e invisibili, che mi hanno aiutato a trovare questo sentiero.

Spero di essere stato capace di illustrare in questa breve sintesi i primi due capitoli del manuale di progettazione di Bill Mollison. Dato la non più giovane età mi sono permesso di scrivere questo testo in questo progetto di Permacultura. Ci sarebbe da dire ancora moltissimo, volendo analizzare ancora a fondo, con più tempo, intensamente e sempre con passione.

La Permacultura è per tutti!!!

Roberto Fitzko 
tecnico agronomo, geobiologo, fumista certificatore.
via Serio, 5
Zanica BG
cell. 3389362515


Bibliografia:

Bill Mollison, Manuale di Progettazione;
Saviana Parodi, Food Forest - Il Giardino commestibile in clima mediterraneo;
Angela Gentile, Fondamenti di Eudinamica;
Maddalena Lena Peccarisio, L'euritmia - L'arte di rendere visibili parole e musica;
Dan A. Davinson, Shape Power - Il potere della forma.






 

mercoledì 8 febbraio 2023

UN CUORE DI LUCE IN CAMMINO




UN CUORE DI LUCE IN CAMMINO







Come non apprezzare l'opera di questa piccola ma concretissima Associazione, "Terra di Luce" che, attraverso l'opera instancabile delle sue fondatrici e della sua presidente, Isabella Cambiganu, sta portando avanti insieme alla piccola ONG "Asase Africa Foundation", un'azione a favore della popolazione dimenticata di quella porzione d'Africa che è Agbogbloshie, discarica a cielo aperto, ove migliaia di fratelli e sorelle africani sono costretti a sopravvivere, a soli due passi dalla capitale del Ghana...

Dimenticati e umiliati dai potenti del mondo e dal governo corrotto del loro stesso Paese, hanno come unica luce lo sguardo amoroso e fattivo di anime che già intravvedono, attraverso gli occhi di quella gente oppressa e tuttavia gioiosa, il Mondo Nuovo, quello che scava nelle macerie di una civiltà giunta al suo capolinea, per costruire umanità, fratellanza, condivisione e gioia, dal petto di cuori impavidi e rivoluzionari, come solo chi mette l'Amore incondizionato al primo posto nella vita, sa fare.

Ritorno dunque con ammirazione e commozione sincera a parlarvi del progetto dell'associazione Terra di Luce, che si pone come obiettivo quello di regalare un presente e un futuro luminoso a tante giovani vite: i bambini di Agbogbloshie! ...Per toglierli dal fango, dalla povertà e soprattutto dall'ignoranza, radice di tutti i mali e di ogni miseria umana. 
Sottoscrivendo un'adozione a distanza, possiamo aiutare realisticamente un bambino, permettendogli di frequentare la scuola, di imparare correttamente l'inglese, di far di calcolo, di avere una vita sociale qualificata e prospera di contatti e amicizie.

Per questo ora lascio la parola alla sua Presidente, Isabella Cambiganu, perché possiate penetrare nella stessa luce che affianca da sempre la sua missione d'amore. Ecco, di seguito, il suo scritto:


   “La nuova onda creatrice partorisce Famiglie riunite nella sacralità della Vita.

Esseri senzienti che onorano la Via diventando linfa per loro stessi e per gli altri.
Ricchezza evolutiva, Battito di Casa.”

La folta massa umanizzata ad avere piuttosto che ad Essere viene ripetutamente sospinta a germogliare nella forma più consona per divenire humus per la Nuova Umanità. 

Sia Vita e Amore. A voi lume.”

(La Fratellanza di Luce)



Carissimi tutti, amici fratelli e compagni di viaggio della Famiglia Umana in cui ci riconosciamo,

eccoci nel nuovo anno associativo 2023 col rinnovato intento di onorare la Via contribuendo a far crescere luminose opere per una Terra di Luce. Invitiamo i soci 2022 a rinnovare la loro tessera e tutti coloro che si sentono in risonanza ad associarsi, alimentando anche così i nostri progetti a sostegno della Vita e della cura del nostro Essere più puro e vero.

Inauguriamo questo nuovo anno insieme donandovi ispiranti messaggi della Fratellanza di Luce che ci guida sostenendo la creazione della nuova Umanità, giunti a noi grazie alla nostra cara vice-presidente Monica.

Negli ultimi mesi del 2022, il "ponte di luce" che abbiamo creato con i coraggiosi bambini dimenticati di Agbogbloshie in Terra Madre, patrocinati dalla piccola Ong Asase Africa, si è rafforzato ricevendo da più parti attenzione e sostegno.

I nostri amati hanno iniziato un nuovo anno scolastico (in Ghana inizia a gennaio), protetti dal lavoro e dal traffico minorile, grazie al prezioso sostegno della splendida Famiglia dei nostri God Parents (genitori a distanza). Ci auguriamo possa espandersi toccando sempre nuovi cuori, con effetti d'amore a cascata.

E a questo proposito vi invitiamo a diffondere il più possibile la nostra toccante video testimonianza, che vede i bimbi protagonisti nel contesto della loro vita scolastica (vedi il video qui sopra).

Ci auguriamo che quest'anno, grazie a voi tutti e a sempre nuovi sostenitori, avremo la forza di fare passi decisivi nella nostra sfida più grande, quella di garantire a un numero crescente di bambini e giovani a rischio in uno dei luoghi più infernali del pianeta un posto sicuro, un "punto di luce" ricco di possibilità e valori, una nuova scuola e centro comunitario e di formazione che sia anche la nuova sede sempre attiva e accogliente di Asase Africa Foundation.
La spinta che questo progetto "Un Cuore di Luce ad Agbogbloshie" ha ricevuto con le generose donazione degli ultimi mesi ci riempie di gioia nutrendo la nostra visione di rinascita proprio là dove ogni passo è un miracolo.

Per associarsi è necessario compilare e firmare il modulo di iscrizione allegato e inviarlo alla nostra e-mail info@terradiluceassociazione.it unitamente alla contabile del bonifico bancario di versamento della quota annuale di 35 euro da effettuarsi a:

TERRA DI LUCE - IBAN IT 671 05034 49270 000000050820 -
Causale: Nome e Cognome - Tesseramento 2023

A presto!
Con amore e gratitudine dall'anima,
per una nuova Comunità Umana e della Coscienza

Isabella Cambiganu
Presidente Terra di Luce - aps