sabato 29 agosto 2020

I LIBERI LIGURI

 

I    L I B E R I     L I G U R I 


 

Divisi in tre caste principali (la milizia, gli sciamani e la popolazione produttiva) erano raggruppati in tribù urbanizzate (pagu) collegate tra loro da legami di parentele e condotte ciascuna da un re (rix). I Liguri possedevano uno spiccato spirito egualitario e, a parte il condottiero, la restante popolazione non si poneva in contrasto con differenze di privilegi. 

Il senso dell'ospitalità era sacro, da come raccontano nell'epopea di Massalia i Greci nell'invito che il re Ligure Nanno rivolge ai nuovi venuti, i Focesi Simos e Protis.

La scelta dello sposo da parte delle donne, nel corso di una cerimonia e di un apposito banchetto, rivela informazioni preziose sull'emancipazione femminile. A tal proposito, sempre Diodoro Siculo nel I secolo a.C. scrive che le donne prendono parte ai lavori di fatica accanto agli uomini. Narrazioni di Tacito, presenti nelle Historiae, ma anche di Strabone, raccontano di coraggiose donne dedite al lavoro. 



Si presentavano in battaglia seminudi o nudi per mostrarsi il più possibile vicino allo stato animale selvaggio e per incutere timore ai Romani con i loro corpi robusti; si mostravano dipinti su tutto il corpo, portavano lunghe chiome impastate e rese rigide con argilla e/o gesso e acconciate a guisa di criniera di cavallo; spesso tutto ciò che indossavano era un paio di calzari di cuoio, un cinturone per fermare un mantello e un collare mistico di metallo ritorto, detto torque, che serviva loro per catalizzare l'energia nella testa. Erano armati principalmente con lunghe lance dette bug, uno scudo bislungo, una spada spesso scadente perché fatta con metalli dolci e molto raramente con arco e frecce che venivano considerate disonorevoli perché poco adatte allo scontro fisico faccia a faccia. Attaccavano con fanti e su carri corazzati, ma alcune tribù avevano carpito l'uso delle armi romane adattandosi a queste con nuove tecniche belliche.


Monte Bego, Alpi Marittime


Adoratori di divinità animiste e guidati da sciamani (o druvid), principalmente erano devoti al dio Belanu, dio della luce (da Bel luce), per il quale si eseguivano sacrifici e riti collegati ai solstizi e perciò ai cicli solari dell'anno. Un altro nome di rilievo era Cicnu (il cigno), che rappresenta forse la divinizzazione di un mitico re antico. La sepoltura, come ritrovato in una tomba a Chiavari (Genova), era approntata in un carro da battaglia nel quale venivano riposte le armi e il corpo del defunto, che poi venivano interrati in un sepolcro-tumulo. Esemplificativi ne sono i reperti di carro funebre conservati nella collezione privata Bocconi.

Anello della Faggeta del Monte Zatta (Appennino Ligure ...


La natura e i boschi erano considerati i luoghi magici per eccellenza e per questo sacri e rispettati; così le cerimonie ed i riti sciamanici venivano ufficiati nei boschi in siti occultati dalla vegetazione, preparati ad hoc con menhir particolari. Queste particolari pietre oblunghe conficcate nel terreno dei boschi terminavano con teste umane, probabilmente rappresentavano la nascita dal grembo materno e simboleggiavano la provenienza della loro razza scaturita direttamente dal grembo materno della natura. Le teste, così rappresentate, per i Liguri erano la sede dell'anima, il centro delle emozioni ed il punto del corpo dove erano concentrati tutti i sensi, di conseguenza l'essenza del divino e da qui il suo culto.

I costumi e le attività dei Liguri prima della colonizzazione romana sono stati descritti da storici antichi illustri ed attendibili come Tito Livio e, in epoche recenti, queste testimonianze sono state confermate dai numerosi ritrovamenti archeologici. Le popolazioni liguri, dai Balzi Rossi alla Palmaria, alle sommità dell'Appennino, vivevano di caccia, dei prodotti della pastorizia e dell'agricoltura, usavano manufatti litici ed ossei lavorati con notevole abilità. Il lavoro degli archeologi ha riportato alla luce stupende asce di pietra, levigate con incredibile perizia, talmente affilate e robuste da poter abbattere i grandi faggi appenninici, frammenti di corda e di stoffe di lino.

L'uso dei metalli è piuttosto tardo, risale al 600 a.C., periodo nel quale iniziarono a fabbricare utensili in bronzo; il ferro fu sfruttato quasi esclusivamente per scopi ornamentali. Tito Livio ci parla di una stirpe indomita, rude e fiera, che passava la vita tra le foreste, in lotta con gli elementi e le belve. I Liguri non erano conquistatori di terre e uomini, amavano vivere in sedi fisse, coltivando lino e orzo, melo, nocciolo e castagno. Gli storici romani affermano che la bevanda più diffusa fra i Liguri era la birra, la coltivazione della vite fu introdotta con la romanizzazione. Vivevano in oppida  e castella, tenevano conciliabula in apposite piazze e in campi di riunione [Liv. XXI,33,2; XXV, 3,6; XXIX, 32,2] dimoravano in vici o viculi presso sorgenti e posti, in genere lungo vie frequentate [Liv. XXI,32,7, XXXV,11,XXXIX,2,7].

Le tribù liguri vivevano isolate le une dalle altre, come clan autonomi retti da un capo che presiedeva anche a riti religiosi. La proprietà privata non era in vigore [Giustino XLIII,3,8], nei nuclei familiari esisteva una tendenza al matriarcato, anche se i figli erano riconosciuti dai padri, in caso di grave pericolo i vari clan si associavano per combattere ma, finita l'emergenza, riprendevano la loro vita indipendente.

Esiste una scarsa documentazione a proposito delle credenze religiose degli antichi Liguri, rappresentata soprattutto da epigrafi di epoca romana, provenienti dalle regioni alpine ed appenniniche. Venivano venerate le vette delle montagne, le piante e, soprattutto, le sorgenti  [Plin. XXXI,4]. Il culto delle vette era spesso associato a quello dei venti e diverse iscrizioni ricordano la venerazione per il faggio, alto e forte, in grado di sopravvivere a chi lo ha piantato. Il corvo ed il serpente sono spesso raffigurati nella pietra dagli antichi Liguri, erano probabilmente oggetto di culto insieme a tutto ciò che pareva animato o generatore di vita: il sole, la luna, la stella del mattino e quella della sera, la terra ed il fuoco. Il legame con la propria terra, quello che spingerà intere tribù a suicidarsi, piuttosto che affrontare la deportazione ad opera dei Romani, appare chiaramente connesso all'adorazione per gli elementi che di quella terra-madre fanno parte.

I testi classici forniscono elementi sufficienti per connotare fisicamente e caratterialmente gli antichi Liguri. Diodoro Siculo descrive una razza di individui 

"tenaci e rudi, piccoli di statura, asciutti, nervosi... Costoro abitano una terra sassosa e del tutto sterile e trascorrono un'esistenza faticosa ed infelice per gli sforzi e le vessazioni sostenuti nel lavoro. E dal momento che la terra è coperta di alberi, alcuni di costoro per l'intera giornata, abbattono gli alberi, forniti di scuri affilati e pesanti, altri, avendo avuto l'incarico di lavorare la terra, non fanno altro che estrarre pietre... A causa del continuo lavoro fisico e della scarsezza di cibo, si mantengono nel corpo forti e vigorosi. In queste fatiche hanno le donne come aiuto, abituate a lavorare nel medesimo modo degli uomini. Vivendo di conseguenza sulle montagne coperte di neve ed essendo soliti affrontare dislivelli incredibili sono forti e muscolosi nei corpi... Trascorrono la notte nei campi, raramente in qualche semplice podere o capanna, più spesso in cavità della roccia o in caverne naturali... Generalmente le donne di questi luoghi sono forti come gli uomini e questi come le belve... essi sono coraggiosi e nobili non solo in guerra, ma anche in quelle condizioni della vita non scevre da pericolo" [Diod. IV,20,1,2].

Lucano descrive la capigliatura lunga e irsuta dei Liguri, mentre Livio parla della loro resistenza alla fatica, dell'agilità e velocità nella corsa [Liv. XXIX,2,3; XXXIX,16,4; XL,27,12].

Cicerone narra di uomini attivi, forti e intrepidi [De lege Agraria] e del medesimo avviso è Virgilio, nelle Georgiche, anche se, poi, nell'Eneide descrive i Liguri in modo assai poco lusinghiero, facendoli apparire come astuti, mendaci e perfidi, in grado di trarsi d'impaccio con trovate abili ed insidiose. Il medesimo quadro del carattere ligure ci viene fatto da Catone e dalla maggior parte degli storici romani ed ancora si sente in questi scritti la voce del popolo dominatore, troppo spesso e troppo a lungo beffato da bande di rozzi montanari.

Vincitori o vinti i Liguri furono sempre dei ribelli [Liv. XXXIX,1; XL,18], tanto da non riconoscere capi carismatici che li guidassero nelle lotte per l'indipendenza. Rispettosi della libertà altrui come della propria, non si ricorda nessuna spedizione di conquista partita dai loro monti, ci appaiono attraverso i secoli quasi fatti ad immagine delle loro aspre montagne, duri e stabili come esse.


fonte di riferimento: E. Curotto, La Liguria dalla preistoria alla fusione con Roma, Studi romani, 1942. 

 


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