venerdì 8 marzo 2024

A Q U A


A Q U A 





Acqua!
Acqua benedetta,
acqua che gorgoglia, che zampilla,
che veloce trilla.

Sora acqua pretiosa et casta,
venisti per dissetarci
e tutti i nodi sciogliere
e guarire tutte le febbri
concitate 
di giorni aridi,
di menti angustiate.

E mentre cantando
 via giù ten vai
verso quell'altra grande tua cugina 
che sa di sale
in fondo in fondo a valle
fino agli arenili di quest'arsa terra,
io ti saluto e ti porto con me,
io e te per sempre, 
non importa se fa niente
e di pioggia qui
più non si sente.





Da qui all'estate
rimangan con noi le fate
e le ondine di sicuro
si nascondon dietro al muro,
canticchiando una canzone
in qualche piccolo burrone,
tuo regalo - loro sanno -
se in un po' d'acqua
danzeranno!




E qui a la Cinciarella
anche noi alla chetichella,
sentendole cantare
ci appresterem con loro
a piedi nudi per danzare.

Grazie, splendida sorella,
sempre bella, chiara e snella!




Dinaweh



sabato 2 marzo 2024

IL MONDO NUOVO E' GIA' QUI

 
IL MONDO NUOVO 



E' GIA' QUI


Ci siamo lasciati l'ultima volta parlando del significato e dell'importanza dell'essere unificati in se stessi, per poter affrontare al meglio le sfide che ognuno di noi incontra sui propri passi. Abbiamo anche espresso la difficoltà di continuare a convivere con un modello sociale fondato sulla scissione tra vita pubblica e privata, tra l'essere e l'avere; il lavoro e le ferie; il coniuge, con tutto ciò che la famiglia rappresenta e le relazioni extraconiugali come via di fuga dallo stress e dalla monotonia di una vita sciatta e sempre uguale a se stessa.

Ma chi ancora una volta soffre di più, per un patto tacito e consolidato tipico nello scorrere delle generazioni, sono i giovani; quelle giovani anime che, precipitate sul pianeta, non riescono più ad accettare la dicotomia distopica che il mondo degli adulti, a cominciare dai loro genitori, gli pone davanti come unica via. E come farebbe un ragazzo o una ragazza a sopportare tutto questo senza sfasciarsi di alcool o di droghe il week-end con gli amici o all'uscita da scuola (sempre ammesso che ci vada ancora!)? 

L'abitudine all'uso sconsiderato dei social, che preferisco chiamare più appropriatamente "a-social", non fa che aumentare il senso di isolamento e di solitudine, privando ragazzi e adulti del contatto con la vita reale che oggi si vorrebbe addirittura sostituire con dispositivi sempre più sofisticati, come i visori e la demenza artificiale!  
Del resto, quale futuro questa società è capace di offrire ai giovani? Nessuno. Nessuno tra i possibili che valga la pena percorrere, dal momento che i diretti interessati non intravvedono alcun futuro che dia loro speranza e opportunità di crescita. 

Eppure ogni cambiamento giunge quasi sempre dopo aver portato all'eccesso le abitudini inveterate, anche le più tossiche; per quell'aspetto tipico della natura umana per cui l'inerzia, come la buca di potenziale in fisica, è parte intrinseca di un'attitudine psicologica che in ogni modo se può, elude il cambiamento, vissuto quasi sempre come una minaccia, un rischio, un eccesso di fiducia senza alcuna garanzia di riuscita: meglio rimanere fermi, nella propria routine infernale, piuttosto che lanciarsi verso l'ignoto. 

Tuttavia, accade che giovani donne e giovani uomini, riescano per disperazione o per noia, ad accettare il rischio di cambiare, anche perché non sentono di lasciare dietro di sé valori, famiglie, un tessuto sociale coerente a se stesso e, con la convinzione che intanto hanno nulla o poco da perdere, riescono a raccogliere in sé le forze per proiettarsi in un mondo 'altro', praticamente "parallelo" a quello che si lasciano volentieri alle spalle.



Divisi e separati un tempo, sentono l'urgenza di affratellarsi ad altri consimili; disillusi e lontani dalle ideologie ormai tramontate del secolo scorso, si riconoscono in valori ancestrali, come l'amore incondizionato che vogliono portare ad ogni essere vivente sul pianeta; non è in loro più separazione, mentre il senso più veritiero della vita lo riconoscono nello stare insieme, seppure con l'esigenza anche di momenti di solitudine, studio e ritiro spirituale.

Non ci credete?

Senza andare oltre i confini nazionali, sempre più gruppi di giovani costruiscono semi di vita comunitaria, mentre singoli eremiti, quasi sempre con qualche primavera in più sulle spalle, decidono di cambiare totalmente passo, di isolarsi per ritrovarsi, alla ricerca di un contatto con la natura immediato, spontaneo, continuativo.




Natura madre è nei cuori di tutti questi Viandanti contemporanei, cercatori di verità e di risposte. 
Essa li assiste, li sostiene e li accompagna; alla fine li compenetra! Madre e Maestra per i loro percorsi evolutivi: li forgia, li tempra nel crogiuolo della sua verace essenza, fino a renderli capaci di attrarre a sé altre anime assetate di senso e di autenticità.
"Venite a provare. Fate un'esperienza con noi. Venite a conoscerci" - dicono gli abitanti del bosco, sempre più numerosi al mondo che li guarda senza capirli.

Dovreste vedere quanto tenere sono le galline che razzolano libere tra i prati di casa e ti viene voglia di chiamarle per nome; allora ti accorgi del miracolo: quando si instaura una corrispondenza di amore, la natura con tutti i suoi esseri che la abitano, ti risponde! Le galline cominciano a seguirti come fossero cagnolini, si fanno accarezzare,  a loro modo ti parlano, mentre nelle giornate di Maestrale vengono a salutarti in coppia le poiane con i loro stridii acuti e alti nel cielo.

Ecco dunque, cari lettori, se non siete ancora fuggiti attoniti e spaventati: godetevi i 2 video che seguono questo scritto; video realizzato da un'anima luminosa, uno di questi ragazzi, cresciuto in consapevolezza, che ha scelto di dedicare la sua vita, almeno sin qui, nel divulgare e far conoscere a chi nutre perlomeno curiosità e si permette di guardare dalla finestra del proprio cuore un universo diverso da quello abituale, quello descritto all'inizio di questo scritto. 
Lui si chiama Bernardo Cumbo e, se non lo conoscete ancora vi invito ad iscrivervi sul suo canale youtube. Avrete modo di scoprire quel mondo parallelo di divergenti e folli che, per fortuna, abitano il pianeta, scesi a frotte, silenziosi ma attivissimi nel far di tutto per evitare (anche senza saperlo) che il globo collassi definitivamente su se stesso. Non accadrà, poiché l'Amore come l'acqua è in grado di sciogliere il ghiaccio più duro e di scavare la roccia dei cuori più induriti.
Ciao e buona visione dunque.

Dinaweh












    



giovedì 22 febbraio 2024

L'INTEGRITA' DELL'ESSERE UNIFICATO



    L'INTEGRITA' DELL'ESSERE
      UNIFICATO     













La suggestione di questo video compare sul desktop del mio portatile come per magia; come se l'Universo si incaricasse in questo particolare momento della mia incarnazione di porgermi tutte le risposte, o meglio, tutte le conferme necessarie che dovevano palesarsi alla mia vista interiore e non per un caso, ma per una sincronicità di eventi che si sono dipanati in queste ultime ore.
Succede infatti di scoprire che persone vicine per percorso interiore e condivisione di intenti, si disvelino ai miei occhi e forse anche a loro stesse, agganciate a schemi obsoleti, frutto di condizionamenti derivanti dalle svariate identificazioni sociali, che vogliono per loro natura incasellare la vita degli altri e quindi anche la loro, distinguendo di ognuna la sfera pubblica da quella privata, l'essere dall'avere e dal fare, la professione dalla vita...

Si direbbe che non si sia compreso ancora abbastanza l'entrata in vigore della nuova era tanto decantata tra le fila new age: quella dell'Acquario; era che indicherebbe un altro movimento, un altro concerto: la circolarità dell'essere inscindibile dalla forma, contro la direzionalità di una freccia che scocca dall'interno verso l'esterno, che spicca il suo volo dal dentro al fuori, per riconoscere ruoli e identificazioni completamente scissi e schizofrenici rispetto all'essere fondamentalmente se stessi. 
Quale fessura allora potrebbe insinuarsi in una vita che invece ha scelto di far combaciare totalmente l'essere con il fare, la persona con la maschera, l'identificazione formale con quella sostanziale!?

Nessuna, appunto. 

Questa circolarità dell'essere unificato esprime quindi un'esistenza non affabulata da discorsi, non affaticata da programmi, seminari, esercizi spirituali sterili e inefficaci, dal momento che tutto il resto della propria esistenza rimarrebbe come congelata in un ghiaccio scuro, risultato di vecchie identificazioni imposte dall'esterno: dalla famiglia, dalla scuola, dalla religione, dalla società, dallo Stato....

La circolarità di un'esistenza libera da ogni identificazione invece non si abbisogna di etichette, di ruoli, di definizioni, mentre essenzialmente "è" quello che è; in ogni istante essa vede e percepisce se stessa come un disegno unico, un intreccio di relazioni avvincenti e arricchenti, spunto di rinnovate creazioni, tuffata com'è nell'alveo di quello stesso fiume che si chiama "vita". 
Forse che il pesce che nuota nel mare si sente altro dalla massa d'acqua che tutto lo avvolge, sostiene e vivifica? Se solo per un attimo se lo chiedesse, diventerebbe simultaneamente pasto per altri suoi simili meno problematici di lui!

E dunque, proprio con questi occhi e con queste orecchie ho ascoltato le parole di questi due genii della vita: Tiziano Terzani e Silvano Agosti. In compagnia dei loro scritti e delle loro riflessioni ho trascorso le giornate estive o quelle autunnali di ragazzo; i libri di Tiziano mi hanno allietato e fatto riflettere sulle tematiche scottanti sul senso della vita, attraverso lo sguardo curioso e stupefatto di un uomo che ha saputo entrare dentro gli occhi e le ossa di uomini e donne tanto distanti dalla propria cultura, con rispetto e in punta di piedi. 
Silvano Agosti è stato per me una rivelazione, quando le sue parole ho scoperto davano vita alle mie stesse mai dette, ai miei pensieri solitari che spesso, ancora adolescente, buttavo giù sulla carta di un diario ormai perso tra i mille traslochi e abitazioni che ho cambiato nel corso degli anni. 
Forse proprio il mio stato di viandante, le mie diverse collocazioni giovanili e poi adulte, i diversi abiti che nella mia esistenza ho vestito sin qui, mi hanno reso inidentificabile e hanno soccorso in me quel desiderio del mio io più profondo di essere, al di là di ogni non più necessaria identificazione o ruolo. 
Ecco perché quelle parole sono diventate finalmente vita, scoperta, sfida quotidiana, di contro ad una società programmata, precostituita, dove l'individuo viene catalogato e scisso, separato e isolato dagli altri prima ancora che da se stesso. 

Perché mai poi occorrerebbe vestire i panni del buon "volontario" che, vivendo una vita caotica e senza senso nel perseguire i vecchi schemi di competitività, velocità e consumo, si ritagliasse quel mistico spazio finto, fatto di buone azioni e buoni sentimenti, trattando poi con lo stesso identico piglio e rigore del mondo da cui proviene quei loro simili meno fortunati, autoesclusisi da loro stessi dalla ruota del criceto?

Davvero non più nelle mie corde è questo scisso modo di condurre la vita, sempre alla ricerca di quel senso che, buttato dietro le spalle, qualche ignaro pretende di scorgere davanti a sé!

Viceversa la vita corrisponderebbe a se stessa in ogni attimo e ogni atto sarebbe un tutt'uno con quell'Io unificato a ritrovar la bellezza di essere immersi nella natura, riscoprendo la stanzialità creatrice in una casa nel bosco, diventando una cosa sola con gli alberi, con il canto degli uccelli, vivendo relazioni di verità, autenticità, sostegno e corrispondenza di cuori. Allora e solo allora chi incontrasse un simil viandante non gli chiederebbe più: "Che cosa fai nella vita?", ma vedrebbe semplicemente "chi è" e la domanda, prima ancora di esser formulata, troverebbe da sola la sua risposta.

Dinaweh
  
     

   

mercoledì 14 febbraio 2024

LA SPROFESSIONALIZZAZIONE DELLA MEDICINA - IVAN ILLICH


Propongo alla vostra attenzione una breve lettura, tratta da un caposaldo della produzione saggistica di Ivan Illich, intellettuale di fama internazionale, austriaco di nascita, di padre croato e di madre ebrea sefardita; in realtà dal mio punto di vista, una nobile figura come la sua appartiene al Patrimonio dell'Umanità, anche se molti cercano ancora di etichettarlo come lo storico, lo studioso poliglotta, lo scrittore, il filosofo o il pedagogista. 
Ivan Illilch è una di quelle figure che per fortuna ogni tanto il Padreterno invia sulla Terra a ridestare le coscienze, anche se da quel che si vede in giro, tutto questo "spreco" di saggezza sembra non portare frutti né sostanziali cambiamenti in positivo, anzi: più si procede sulla strada suicida di questa in-civiltà, più le parole e gli scritti di veggenti e profeti del nostro tempo come lui, sembrano ripiombare più forti e attuali sul selciato delle coscienze indurite e assopite dall'inganno materialista, dalla manipolazione della nuova religione, la dogmatica scienza, che si staglia assoluta e vincente sul piedistallo della Ragione. 
Una "Ragione" sempre più miope e via via più arrogante che, con la complicità della tekné si arroga il diritto di scavalcare qualsiasi ostacolo le si frapponga al perseguimento dei suoi fini, spesso, sempre più spesso, al servizio di un potere fraudolento e ingannatore il quale, attraverso la dissonanza cognitiva, spinge e condiziona talmente le deboli menti e i fragili corpi di quest'umanità a fine percorso, da far credere Bene il Male e Male il Bene. 
Non è forse ciò che stiamo vivendo a nostre spese, in questo periodo di  presunta pandemia globale, così a lungo evocata e poi "lanciata sul mercato delle bestie"  che sta contaminando come invisibile veleno le menti ancor più dei corpi, mentre l'industria farmaceutica prospera propinando l'antidoto, ancor più venefico del male che vorrebbe debellare? La cura peggiore della malattia!?

E allora, di chi dovremmo fidarci?

Ivan Illich non aveva ancora assistito allo scempio della pratica medica, dettata dai Protocolli dell'Organizzazione mondiale della Sanità, da quelli transnazionali e nazionali, che a loro volta prendono ordini dalle Multinazionali e dai Signori del Gioco... 
Se tali Protocolli eterodiretti dicono che sei morto di Coronavirus anche se sei entrato in ospedale per un infarto, la diagnosi finale dirà che sei morto a causa del Coronavirus! Viceversa, se sei appena stato inoculato con l'ultimo intruglio anti coronavirus, non testato nemmeno sugli animali e subito lanciato in Borsa, sul mercato e iniettato in vena e, per caso muori subito dopo, o qualche giorno dopo, o qualche settimana dopo, non sei morto per via dell'intruglio: sei morto di infarto! 

Il lungo processo della delega a tutti i livelli nel funzionamento della società che Ivan Illich aveva denunciato allora, ha portato i suoi malevoli frutti, prendendo oggi il sopravvento sulla ragione e sul buonsenso comuni. 

Siamo arrivati al punto che, invece di guarire le malattie, tale "scienza" si vuole occupare del prevenirle, adottando tutta una serie di procedimenti pseudo-terapeutici che non rispondono più ad alcun criterio empirico, ma che si attengono - come fossimo tutti animali da batteria - a formulazioni universalmente adottate per tutti i soggetti, a prescindere dall'anamnesi diagnostica che a ciascun individuo dovrebbe essere garantita, partendo dalla specificità e dalla unicità di cui qualsiasi organismo vivente, inteso anche come Insieme Olistico ove lo Spirito informa la Materia attraverso la quale si manifesta, è portatore

Oggi, siamo ancora così ingenui dal non capire che altri interessi, altri scopi che non sono esattamente quelli di preservare la vita, ma anzi di annichilirla, muovono codesta macchina infernale nel mettere a soqquadro il mondo?
E cosa sono quegli intrugli mortiferi, se non il tentativo di modificare e annichilire per sempre la sacra specificità insita in ciascuno di noi, che ci rende Figli del Sé Cosmico, dotati di quella Luce inestinguibile che si chiama Spirito? La modificazione del codice della vita, il DNA, che tale prassi trans-genica (non più  vaccinale) porta con sé, non ha veramente più nulla di ciò che forse potevamo indicare con il termine di "scienza medica". 
Illich, da ultimo Post-romantico del Novecento che era, preferiva chiamarla "Arte" (medica); oggi non possiamo nemmeno più definirla scienza, tante sono le contaminazioni che l'hanno definitivamente travisata, prevaricata e compromessa. 


Dinaweh 
        


LA SPROFESSIONALIZZAZIONE
DELLA MEDICINA





IVAN ILLICH


Inseguendo l'ideale della scienza applicata, la professione medica ha in gran parte cessato di perseguire gli obiettivi propri di un sodalizio artigiano che mette a frutto la tradizione, l'esperienza pratica, la dottrina e l'intuito e ha finito per svolgere un ruolo che una volta era riservato al clero, usando i principi scientifici a mo' di teologia e i tecnici a mo' di accoliti. Come impresa, la medicina si occupa ormai non tanto dell'arte empirica di guarire il malato curabile, quanto alla ricerca razionalistica diretta a salvare l'umanità dall'assalto del male, dai ceppi della menomazione e addirittura dalla necessità di morire.

Trasformandosi da arte in scienza, il corpo medico ha perso i suoi caratteri di una associazione di artigiani che applicano a beneficio di malati in carne e ossa le regole fissate per guidare i membri del mestiere. E' diventato un apparato ortodosso di amministratori burocratici che applicano principi e metodi scientifici a serie di 'casi' medici.
In altri termini, la clinica è ormai un laboratorio.
Pretendendo di saper prevedere gli esiti senza considerare la prestazione umana di chi deve guarire e la sua integrazione col proprio gruppo sociale, il medico contemporaneo ha assunto la tipica posa del ciarlatano d'una volta.

Come membro della professione. il singolo medico è un elemento inscindibile di una squadra scientifica. La sperimentazione è il metodo della scienza e lo schedario che egli tiene fa parte, gli piaccia o no, del corredo di dati di un'impresa scientifica. Ogni cura non è che la ripetizione di un esperimento, che ha una probabilità di successo definita statisticamente.
Come in ogni operazione che costituisca una vera applicazione scientifica, l'insuccesso è attribuito a qualche specie di ignoranza: insufficiente conoscenza delle leggi che valgono nella situazione particolare, difetto di competenza personale da parte dello sperimentatore nell'attuazione dei metodi e dei principi, o ancora sua incapacità di padroneggiare quella variante sfuggente che è il paziente. Ovviamente, in un'attività medica di questo genere, quanto meglio si domina il paziente, tanto più sarà prevedibile l'esito. E quanto più l'esito sarà prevedibile in riferimento a un'intera popolazione, tanto più si dimostrerà efficace l'organizzazione.

I tecnocrati della medicina tendono a promuovere gli interessi della scienza, non a favorire i bisogni della società. I medici curanti nel loro insieme sono una burocrazia adibita alla ricerca. La loro responsabilità primaria è verso la scienza in astratto o, nebulosamente, verso la loro professione. La loro responsabilità personale per il cliente particolare è stata riassorbita in un vago senso di potere che si estende e a tutti i compiti e a tutti i clienti di tutti i colleghi.
La scienza medica applicata dagli scienziati della medicina fornisce il trattamento corretto e non importa se ne risulterà la guarigione o subentrerà la morte o non ci sarà alcuna reazione da parte del paziente: quel trattamento è legittimato da tabelle statistiche, le quali prevedono con una precisa frequenza tutti e tre gli esiti.
Nel caso concreto il singolo medico potrà ancora ricordarsi che se ha avuto un buon risultato nell'applicazione della sua arte, deve alla natura e al paziente altrettanta gratitudine, quanta il paziente ne deve a lui. Ma solo un alto grado di assuefazione alla dissonanza cognitiva gli permetterà di proseguire nei ruoli divergenti di guaritore e di scienziato. Le proposte che cercano di combattere la iatrogenesi eliminando le ultime tracce di empirismo dall'incontro fra il paziente e il sistema medico sono espressione di una novella crociata di spirito inquisitorio. Usando il credo scientista per svalutare il giudizio politico.

Mentre la misura della scienza è la verifica operativa in laboratorio, la misura della politica è il confronto di avversari che si appellano a una giuria, la quale applica l'esperienza passata a un problema attuale così come è sentito da persone reali. Negando ogni legittimazione pubblica alle entità che non sono misurabili per mezzo della scienza, la richiesta di una pratica medica pura, ortodossa, comprovata, mette al riparo questa pratica da ogni valutazione politica.

La preferenza religiosa data al linguaggio scientifico rispetto a quello del profano è uno dei principali baluardi del privilegio professionale. L'imposizione di questo linguaggio al discorso politico sulla medicina svuota facilmente tale discorso di ogni efficacia.

La sprofessionalizzazione della medicina non implica la messa al bando del linguaggio tecnico come non richiede l'esclusione della competenza autentica, e non è neppure in contrasto con la pubblica critica e denuncia della cattiva pratica medica. Implica bensì una pregiudiziale contro la mistificazione della gente, contro il reciproco accreditamento di presunti guaritori, contro il sostegno pubblico di una corporazione medica e delle sue istituzioni e contro la discriminazione legale ad opera e per conto di persone che i singoli o le comunità hanno scelto e designato come loro guaritori. La sprofessionalizzazione della medicina non significa rifiuto di stanziamenti pubblici per scopi curativi, bensì significa contrarietà all'esborso di questo pubblico denaro su prescrizione o sotto il controllo di membri della corporazione. Non significa l'abolizione della medicina moderna. Significa che nessun professionista deve avere il potere di profondere per qualunque suo paziente un complesso di risorse terapeutiche maggiore di quello che ogni altro possa pretendere per il proprio. Infine, non significa noncuranza per le esigenze particolari che si presentano in particolari momenti della vita: quando si nasce, ci si spezza una gamba, si diventa invalidi o si affronta la morte. La proposta che i medici non siano abilitati da un gruppo di potere non vuol dire che le loro prestazioni non debbano essere valutate, ma che questo giudizio può essere dato più efficacemente da clienti istruiti che dai loro colleghi. Il rifiuto di finanziamenti diretti per gli arnesi tecnici più costosi della magia medica non significa che lo Stato non debba proteggere i singoli dallo sfruttamento dei sacerdoti dei culti medici; significa soltanto che il denaro dei contribuenti non deve servire a instaurare riti del genere.

Sprofessionalizzare la medicina vuol dire smascherare il mito secondo cui il progresso tecnico imporrebbe di risolvere i problemi mediante l'applicazione di principi scientifici, il mito del vantaggio che si ricaverebbe da una maggiore specializzazione del lavoro e dal moltiplicarsi di manipolazioni arcane e il mito che la crescente dipendenza dal diritto di accedere a istituzioni impersonali sia meglio della fiducia dell'uno nell'altro.



Ivan Illich, §La sprofessionalizzazione della medicina, in Nemesi medica. L'espropriazione della salute.



  


venerdì 5 gennaio 2024

TEMPESTA - (parte seconda)

 

T E M P E S T A 


(parte seconda)


Continuiamo a seguire il nostro uomo nelle sue vicende. Eccolo in una catapecchia di campagna, gremita di altri fuggiaschi. La guerra, salendo dal Sud, si avvicinava fumante di colpi, con un rombo sinistro sempre più intenso, mordendo la terra con accanimento feroce. Tutto, come carico di odio, esplodeva a tradimento. Saltavan le case, i ponti, gli acquedotti, le linee elettriche, le officine, le strade, le ferrovie. La terra veramente tremava. Nella notte, sinistri bagliori illuminavano il cielo tetro sopra la città in fiamme. Nell'aria era un continuo rimbombo di esplosioni e crolli paurosi. Per le campagne, ad ogni apparire di apparecchi isolati o a stormi, incominciava un cannoneggiamento antiaereo minuto e vicino sul capo cadeva la sibilante pioggia delle schegge. Qualcuno dei grandi argentei uccelli, meraviglia di tecnica e così belli nel terso azzurro del cielo, come falco scendeva fulmineo, scagliando morte; ovvero giungeva basso di sorpresa, mitragliando. Tutti i flagelli della guerra si succedevano a turno con un crescendo terrificante. Nelle case era scomparsa l'acqua e la luce; mancavano i ponti, i i rifornimenti. In compenso la terra ovunque era minata, pronta ad esplodere sotto il proprio passo. Allora, in questo inferno, gli uomini d'arme incominciarono i saccheggi e le orgie. Ubriachi dell'ultimo vino tolto alle povere mense, rubavano le ultime provviste. La proprietà era praticamente abolita. Bisognava esporsi a nuovi pericoli per proteggere, affrontati con la rivoltella alla mano, i poveri avanzi di tanti anni di privazione. Infine, i cannoneggiamenti. Batterie piazzate vicino, attraevano una pioggia di granate. In ogni momento poteva giungere lo sconquasso improvviso; e giungeva talvolta isolato, talvolta a scariche lunghe, ma sempre ogni colpo distinto in tre tempi, il boato di partenza, il sibilo del tragitto, in attesa dello schianto di arrivo. Si studiava quell'attesa, si meditava, poiché quel sibilo portava con sé la morte. Dove? Essa poteva giungere in ogni momento sul proprio tetto. La morte volteggiava sempre sopra, nell'aria. La si udiva partire, la si attendeva giungere. Talvolta essa solo passava, talvolta colpiva a pochi metri.

Il nostro uomo osservava. Quale forza muoveva questo inferno? Egli sentiva alitarsi in faccia il respiro affaticato e tormentato del male. Quella era certo la voce di Satana. Chi l'ha udita, la conosce. Essa è aspra, traditrice, egoista, omicida, distruttrice. L'esplosivo esprime quella voce, sintetizza quell'anima. E' un'ansia di tutto dilaniare, sfracellare, annientare. Tutto deve esser frantumato, reso sudicio, lacero, distorto, bruciato, tagliente. E' uno stile, lo stile kaput, lo stile odierno, lo stile distruzione, lanciato dalla guerra. E' l'attuale volto dell'Europa. E' lo stile del male. E' una psicologia, una filosofia, un metodo scientifico, una follia aiutata dalla logica, dalla tecnica, dall'intelligenza. E' il distruzionismo, ultima fase del materialismo
E' l'ultimo logico prodotto di quell'ansia affaccendata e affannosa che la civiltà moderna ha scambiato per dinamismo creativo, è il parossismo dell'azione portato al grado di follia, uno squilibrio che la natura non ammette, è il fatale precipitare di un ciclo e il preludio di una fatale inversione di rotta che è in fondo ad ogni discesa. Il male è chiuso nel tempo, quindi ha fretta. Questo è il suo punto debole e lo sa, quindi esso corre. Il colpevole fugge. Egli è esasperato, disordinato, incerto. Il saggio fa le cose con sicurezza e con calma, le fa quindi meglio e con minor fatica. L'errore rappresenta una gran diminuzione di rendimento. Quel correre del mondo non si poteva reggere che per un acceleramento continuo, era una instabilità che doveva e non poteva risolversi che nel distruzionismo. Ciò rivela il male, la cui essenza è negazione. E' una rabbia che vuole che tutto sia rovesciato, spezzato. Tutto deve esplodere, tutto è fatto per ammazzare. E' il regno della bestia. Il suo sistema è la forza. La vittoria è un pretesto, un'illusione; la realtà, la brama vera è il massacro. Ecco dove giunge e come conclude il metodo della forza.

Per questo Cristo insegnò, nel Discorso della montagna: "Udiste che fu detto 'Occhio per occhio e dente per dente'. Ma io vi dico di non contrastare al maligno; bensì chiunque ti schiaffeggia sulla tua guancia destra rivoltagli pure l'altra, e a chi vuole citarti in giudizio per prenderti la tunica, lasciagli pure il mantello...". Il male sa illudere con i suoi miraggi di grandezza per sfogare la sua rabbia e, chi crede nella forza e la usa, diventa un istrumento di lei e si lega alla distruzione fino in fondo, anche alla propria. Egli personifica allora il principio di distruzione. Il bene afferma e crea e, chi ad esso si lega, è trascinato alla costruzione fino in fondo, anche alla propria.
I costruttori oggi non possono che attendere che si sfoghi e si stanchi la tempesta del male. Questo è feroce, egoista, spietato; ma è soprattutto stupido. Si tratta di una forza agitata e frenetica perché squilibrata, di una forza cieca e assurda, il cui sviluppo termina nella follia, nella disperazione, anche propria. Ecco il culmine del metodo della forza. Quanto siamo lontani dalle caratteristiche del bene che è equilibrato, illuminato, calmo, fidente! Nessuno può distruggere queste leggi e impedire che la manifestazione riveli la sostanza.

Così la guerra avanzava come un gigantesco rullo compressore, portando morte e rovina, su donne inoffensive, su malati, su vecchi. E la follia operava la distruzione con esattezza scientifica, con metodo razionale, con fredda e sistematica logica, per ottenere il maggior rendimento in rovina e morte, col minimo lavoro, come nella fabbricazione delle macchine in serie, come nella macellazione industriale del bestiame. Ma tale ridda è un vortice che non si regge che nutrendosi di massa e di velocità, cioè accelerando continuamente la sua macabra furia, allargando sempre più le sue fauci e ingoiando nelle sue spire sempre più vittime. Esso ne è ingordo, le attrae, le afferra e così si ciba e si rafforza. Guai a chi mosse il maelstrom e vi si affidò. Chi ne è preso, non ne esce. In fondo, vi è la disperazione per tutti, vincitori e vinti. Siamo all'ultimo gradino della filosofia nietzschiana. Il suo superuomo ideale getta la maschera e mostra il vero volto di belva. Chi lo concepì morì pazzo. 
Follia, finale naufragio dello spirito, satanico crollo di ribelli alla Legge, fatale conclusione insita nel sistema, la quale attende chiunque lo segua. Ecco i risultati di una scienza utilitaria, amorale, di una sapienza senza saggezza: le invenzioni del genio prostituite all'interesse e avvelenate fino a diventare istrumenti di morte. La prima grande applicazione della conquista dell'aria è stato il massacro dell'Europa. Non sarebbe bene che gli scienziati non comunicassero più i risultati delle loro scoperte ad un simile mondo?

La sera, mentre l'infernale voce di Satana dominava la pianura, nella povera catapecchia di campagna si pregava. E' sublime parlare con Dio, è confortante sentirlo vicino, specie nelle ore terribili. Si pregava con semplicità e fede, nella vecchia cucina del colono, affumicata, bassa, povera. Si pregava affratellati nella stessa miseria, il contadino e l'intellettuale, il povero e il ricco, il rozzo, greve di fatica, e il raffinato, abbattuto e mal vestito. Le grandi idee della vita e della morte, dell'odio e dell'amore, della famiglia e dei figli, del dovere e del sacrificio, erano comprensibili a tutti, formavano quel fondo della vita, istintivo ed essenziale, in cui tutti si ritrovano. La preghiera sapeva parlare al cuore di tutti. Nella sua fede millenaria la razza, già lungamente esperta di sventure, ritrovava la sua forza. La visione delle alte cose del cielo, di un miglior mondo nell'al di là, confortava la miseria presente. Nella preghiera quegli sventurati non si sentivan portati dal dolore verso la brillante e scientifica disperazione del mondo, ma verso la pace del cuore e la fiducia nell'aiuto di Dio. In mezzo a quella fraterna povertà, si sentiva vagare come un dolce splendore, la figura di Cristo che stendeva le mani protettrici su tutti, si chinava su ogni pena per alleviarla e si drizzava potente sulla povera soglia, sfidando la tempesta.
Così passava il tempo tra forzosi ozi meditabondi, pericoli e disagi, terrori e speranze. All'ultimo alle minacce precedenti se ne aggiunse una nuova: la caccia all'uomo. Militari armati penetravano nelle case e con la forza requisivano l'ultima merce rimasta: l'uomo. Una sera essi giunsero di sorpresa nella detta catapecchia di campagna. Molti già all'erta si nascosero o fuggirono, secondo i casi. Alcuni furono presi. Il nostro uomo era a letto, stanco e non fuggì, non si nascose. Non aveva più forza di difendersi. Egli aveva speso tutte le sue energie per fare il suo dovere, cioè proteggere, provvedere, prevedere, incoraggiare. Non gli rimaneva più forza per pensare a se stesso. Quella era dunque l'ora della Provvidenza, ultimo suo aiuto. Poi, egli provava una invincibile ripugnanza a darsi da fare per difendersi sol per sé, una ripugnanza a diffidare di Dio per affidarsi a se stesso e ai metodi di difesa umani. Egli non poteva ora mutare il suo sistema che era quello del dovere per sé, dell'aiuto per gli altri e della fede nella Provvidenza. La sua difesa non era del tipo comune, cioè improvvisata all'ultima ora e limitata alla superficie. Egli rifuggiva dalla forza come dall'astuzia. Preferiva la difesa preparata da lungo tempo nella ricerca di quella invulnerabilità che deriva dallo stato di non colpevolezza morale di fronte a Dio, stato in cui egli aveva cercato di porsi da tempo. Nella stessa comune lotta difensiva, egli adoperava qui le forze di un diverso più alto piano evolutivo, per sottoporle ancora una volta all'esperimento, ma fiducioso in esse per averle viste più volte funzionare. Egli sentiva che spetta a Dio di difendere chi, per aver tutto dato per fare il proprio dovere, non ha più mezzi e forze per provvedere a se stesso. E così, egli volle anche in questo frangente essere coerente con i propri principi che mai lo avevano tradito. Volle così aderire al suo metodo che era di restare prima, con onestà e coscienza, tranquillo al proprio posto di combattimento e di dovere, fino all'ultimo, e poi, nulla più rimanendo per sé, disinteressarsi della propria persona, abbandonandosi nelle mani di Dio con la più completa fiducia. Egli sentiva il profondo funzionamento delle leggi della vita e che queste non potevano mentire e tradirlo, sentiva di essere parte nella immensa organicità del tutto e che la mente direttrice non poteva permettere la dispersione di quella per quanto minima parte come di nessuna altra, sentiva la fondamentale indistruttibilità del proprio essere. Posizione certo strana e e inusitata. Ma è un fatto che le forze della vita la avvertivano perché adeguatamente rispondevano a questa sua particolare posizione. Egli vedeva allora la Provvidenza prender corpo nella realtà e manifestarglisi nel sensibile fino a diventare un aiuto concreto, vedeva che Dio gli si avvicinava e che la giustizia della sua Legge lo salvava. La sua non era una esperimentazione dubbiosa, diffidente, analitica, ma una esperimentazione fidente e inebriante, dalla cui gioia non sapeva ritirarsi. Così, con perfetta calma di animo e completa limpidità di visione, egli attese il pericolo.

Osserviamo lo scontro tra le due forze contrarie. Si tratta di due principî diversi, di due metodi di lotta, di due mondi opposti. Spirito e materia, bene e male sono di fronte e si sfidano, ognuno con le proprie armi. Chi vincerà? L'uomo solo, inerme, ma giusto e quindi aiutato da Dio; o il militare armato, sostenuto dal numero, ma assistito solo da un umano organismo difensivo? Abbiamo visto le stesse posizioni e concetti, qui osservati nel loro aspetto individualista, nella "Visione" (aspetto collettivo) riportata in questo volume [...] e nell'incontro tra Cristo e Pilato nel precedente capitolo. Anche nel "Quo vadis" del Sienkievicz, vediamo S. Pietro e Nerone un attimo guardarsi l'uno di fronte all'altro. Nei "Miserabili" di Victor Hugo, mons. Myriel rimane calmo dinnanzi alla minaccia di Jean Valjean, lasciando che solo la sua innocenza lo difenda e, nella notte del furto, lo vediamo restare illeso, invulnerabile, tra le mani dell'assassino che resta impotente a colpirlo. La verità di questa legge del merito e la potenza di questa forza di giustizia e innocenza, è stata dunque sentita, anche se non dimostrata, da altri.

Il nostro uomo che era a letto, si vestì ed attese. Fu avvertito a precipizio: "fuggite o vi prendono". Egli si sedette calmo, ascoltando i passi dei militari che perquisivano la casa. Li udì avvicinarsi. Un ufficiale spalancò l'uscio della sua camera e, puntandogli la rivoltella contro, gli si fece sopra in mezzo alla stanza "Voi venire con noi", gli disse. Egli si alzò e tranquillo rispose: "Non posso, sono stanco, cadrei dopo pochi chilometri, non ho più forza fisica. Da anni si soffre. Non posso affrontare nuove fatiche, nuovi disagi. Vi dico la verità. Se non credete ammazzatemi qui. Sono pronto". Il militare che aveva parlato lo guardò col suo sguardo metallico e soggiunse: "Voi venire con noi, subito, ovvero io sparare". Il nostro uomo ripetette: "Uccidetemi. Sono pronto. Sono stato sempre pronto. Un minuto solo per parlare con Dio. Andate fino in fondo con la vostra distruzione. Siete carico di armi e potete farlo impunemente. Chi può fermarvi? Solo il danno vostro, ma non lo vedete. Le mie armi sono diverse. Voi non lo capite. Chi vi ferma dunque?".
Allora egli andò calmo verso uno spazio di parete libera, vi poggiò le spalle, spalancò le braccia a croce, chiuse gli occhi al mondo esterno, li riaprì dall'altro lato della vita ed attese, così pregando: "Signore, nelle Tue mani affido lo spirito mio. Non permettere che quest'uomo si macchi di un omicidio, perché è legge che poi esso lo debba pagare con la 'sua' morte. Forze cosmiche del bene accorrete contro le forze del male che qui ora avvolgono questo povero cieco per legarlo ad un suo nuovo dolore, per innestare questo nel suo destino, perché egli ne sia poi perseguitato senza pace finché la reazione del delitto non si sarà sfogata su di lui con la sua stessa morte violenta. Signore, ecco la mia vita perché il bene e non il male trionfi". allora egli, come supremo gesto conclusivo si fece il segno della croce, cioè il segno del dolore, il segno dell'amore, le due più grandi forze che sono alle radici della vita; il segno del Signore, simbolo e sintesi della genesi e della creazione soprattutto nello spirito. Poi pensò: "Ora vieni, cara sorella morte, con gioia ti accetto dalle mani di Dio, giacché tu mi liberi da questo inferno".
Non udendo più nulla, egli aprì gli occhi. Il suo sguardo si incontrò con quello dell'ufficiale che lo fissava: lo sguardo metallico e lo sguardo ardente si affrontarono. Il primo cercava di capire, ma non poteva. Vi era un abisso tra i due. Egli sentiva attrazione e repulsione, un fascino e una rabbia, un desiderio assoluto di uccidere il ribelle come aveva minacciato e una impossibilità di farlo perché una invisibile potenza glielo impediva. Ed era rimasto lì perplesso di questa inusitata sosta, per decifrarne il senso, per comprendere che cosa lo paralizzasse, che cosa mai si frapponesse tra lui e quell'uomo, tale da impedirgli il passo. Perché quella sua inerzia? L'uomo di azione e di scienza abituato a rendersi conto dei fatti, voleva sapere il perché e la ragione e scrutava, con l'occhio spiando quell'altro uomo enigmatico che così calmo attendeva la morte. L'uomo di fede guardava l'ufficiale che non capiva e gli leggeva nell'animo.
Erano di fronte gli esemplari di due civiltà diverse. L'ufficiale era il prodotto di una pseudo-civiltà scientifico-meccanica, giunta alle ultime sue conseguenze, una civiltà ricca, armata, astuta e potente, eppure pronta a crollare. Dall'altro lato era il rappresentante di una civiltà nuova, finora appena embrionale, l'unica nuova vera civiltà possibile, un solitario, povero, senza armi, sincero, giusto. L'ufficiale non sapeva con i suoi occhi fisici vedere al di là della materia e penetrare il segreto, che pur lo turbava, di quello strano uomo che egli con le sue armi non sapeva uccidere. Questo rappresentava un principio diverso e più alto e potente: lo spirito. E il militare si domandava il perché di questa invincibile resistenza che gli veniva, senza che egli riuscisse a capire, dall'imponderabile, il meccanismo di questa energia sconcertante che così lo legava. Il nostro uomo richiuse gli occhi, attendendo lo sconquasso del colpo: la morte. Silenzio. Quando li riaprì l'ufficiale era scomparso.
L'uomo attese, ma nessuno si curò di lui. La morte lo aveva sfiorato e non lo aveva voluto. Dio gli era passato vicino. Egli si gettò sul suo giaciglio e si addormentò come ogni sera tranquillo, ringraziando, ubbidiente, il Padre che è nei cieli, che aveva voluto che la fatica della sua vita continuasse.







Pietro Ubaldi, op. cit., 
pp. 202-207.

giovedì 4 gennaio 2024

TEMPESTA - (parte prima)


    T E M P E S T A


(parte prima)

Era l'alba, una splendente alba di giugno. Per un sentiero che saliva lungo un torrente ingolfandosi tra i monti, un uomo fuggiva: egli fuggiva l'uomo, la città, la civiltà distruttrice. Era carico, fino all'estremo suo sforzo di povero sessantenne, dell'indispensabile, raccolto a furia di lasciare la casa. Lo seguiva la moglie pur carica e la figlia con in collo la sua bambina lattante. Nell'incanto della pura alba estiva, la fuga era triste, piena di terrore. Lo strappo dal nido era stato violento. Sulle case vicine in città aerei avevano lanciato bombe, seminando morte e rovina. Boati terribili e squassamento di terremoto, stritolamento di vetri e pioggia di pietre; poi un fumo scuro e denso, a lungo. La fine per schiacciamento, l'infuocato soffio della morte, vicino; il terrore. Così essi fuggivano, senza sapere, per un istinto di animale inseguito, fuggivano quei colpi tremendi che potevano cadere sul loro capo. Né vi erano rifugi. Fuggivano disperatamente in un parossismo di sforzo nervoso. Tutto intorno, per la campagna, in tutte le creature, per le erbe, per l'acqua, per l'aria, splendeva immutabile l'eterno sorriso di Dio.
Esaurita la reazione alla prima scossa, allontanato un poco il pericolo imminente, l'uomo che fuggiva sentì ridestarsi in sé ancor più potente il suo io interiore e riprese a osservare e pensare. Come era dolce, intatta nelle cose la bellezza dell'ordine divino! Solo l'uomo ribelle tentava imporre distruzione. Perché la guerra? Perché questi tragici momenti? Che voleva la logica del destino così di sorpresa? Era egli stato forse colto di sprovvista, impreparato? Può il cammino della vita offrire delle svolte così improvvise e imprevedibili che la ragione ne resti allibita e ne sia scosso tutto il nostro orientamento? No. Il saggio deve conoscere tutti i possibili colpi, deve aver raggiunta una filosofia completa che contempli tutte le possibilità della vita, deve aver trovata una verità universale ed esauriente, che gli dia la ragione di ogni fatto e lo orienti di fronte ad ogni problema. Egli voleva e doveva capire, aveva delle risposte che ben sapeva di non poter ottenere che da se stesso. Vi sono i responsabili, chi sono e dove trovarli in quell'oceano di forze e di uomini che è la società? Possono i dirigenti imporre dolore a popoli interi, ovvero essi non comandano che in apparenza e, in realtà, ubbidiscono con tutti i loro sudditi a leggi e forze, di cui essi non sono che l'esponente? Le cause sono allora diverse da quelle visibili e un'altra è la gerarchia dei responsabili, ed ognuno è colpito per altre ragioni interne che non sono quelle che appaiono all'esterno e i potenti sono strumento di altra intelligenza ed esecutori di piani diversi dai loro e i veri responsabili (chi sa chi sono) possono essere raggiunti solo dalla giustizia di Dio. Egli solo sa pesare e noi non sappiamo; Egli solo conosce la trama segreta della vita di ognuno, la quale noi non conosciamo. Egli solo ha il potere di raggiungere e colpire che noi non abbiamo. La logica dello spirito ci fa cercare una giustizia perfetta, ma in terra non vi è, e dove trovarla?  Fino a qual punto, caso per caso, l'uomo è libero e fino a qual punto giunge la potenza e l'estensione della fatalità nel destino? Quale è il limite tra le due zone e l'equilibrio tra le due forze? Sono le grandi masse responsabili come masse, indipendentemente dai capi, per primo di fronte alla Legge, sono esse inesorabilmente travolte dal determinismo storico?

Quell'uomo pensava. I problemi che per gli altri erano lontani, erano per lui molto vicini. Egli si trovava nel turbine, attorno a lui rotava il maelstrom del mondo e il vortice tentava di afferrare anche lui per trascinarlo nelle sue spire, fino in fondo. Egli doveva difendersi. Ma per difendersi bisognava capire. Il tipo normale non si sarebbe affaticato al di là di una difesa di superficie, contentandosi di un difesa-tentativo. Egli esigeva da se stesso una difesa a fondo, la sicurissima, posta al di là della consueta illusione. Sotto la tensione nervosa e lo sforzo fisico, nel pieno della reazione alla scossa subita, il suo spirito colpito mandava scintille e il suo cervello registrava a lampi. Come la sua vita, così ogni sua reazione era prevalentemente psichica, cioè dal lato del suo maggiore sviluppo. Restringendo il problema ai suoi elementi più personali ed urgenti egli cercava di sapere che cosa sarebbe avvenuto di lui. Per saperlo interrogava la sua coscienza, si domandava se egli era colpevole e se doveva quindi pagare. A lui che conosceva il funzionamento delle forze della vita, sembrava più utile scrutare quella logica interiore dei fatti, che la loro apparenza esteriore. Afferrare gli eventi alla radice, nelle cause, era il suo metodo. Che cosa volevano le forze del destino in questo frangente? Questo era il problema, altro non poteva essere in un universo che non ba a caso, ma è retto da una Legge giusta, logica e intelligente. Lo minacciava forse la reazione di quella Legge, a spinte da lui col suo agire lanciate nel passato? Lì era la vera minaccia, non nella materialità della guerra. Quelle forze, da lui stesso un giorno innestate nel suo destino, lo incolpavano ora, si rizzavano forse, minacciose, nel suo cammino per chiedergli conto del suo operato? Ovvero egli era innocente e quanto gli accadeva attorno non era che un puro incidente di superficie, che non lo riguardava? Se nel suo capo non pendeva nessuna sanzione dalla parte di Dio, che cosa poteva egli temere dall'uomo?
Frugando nella sua coscienza, cercava quale forza dal passato cercasse ora ritornare e di quale natura e potenza essa fosse; cercava quale spinta tentasse ora di realizzarsi nella sua manifestazione esteriore, sfogandovi il suo impulso, completando da causa ad effetto la sua oscillazione. Ma non vi era tempo da indugiarsi in analisi. Nei momenti decisivi e terribili crolla l'edificio degli accorgimenti umani, la ragione si imbroglia e la verità appare in sintesi, nuda alla coscienza e squilla chiara in un attimo la voce del Dio. Ad un tratto egli si arrestò, in un lampo il suo spirito intuì ed egli udì una voce interiore che gli diceva: "Fuggi, ma ovunque tu vada, sarai salvo". 

Il triste gruppo, ormai abbastanza lontano dalla città e dal pericolo, rallentò il passo, in silenzio. L'uomo che era avanti, sentiva senza voltarsi il dolore e lo sgomento dei due esseri cari che lo seguivano. Gli parve allora di portar sulle spalle il peso di una croce immensa, il peso del dolore del mondo e di cadervi sotto schiacciato. Un impulso irresistibile lo spingeva a gridare in spirito all'universo: "Sono innocente". Poi si sorprese a pensare: "Strano questo colloquio con Dio, proprio in questo momento e condizioni!". Poi avvertì di essere stanco e sentì che le forze gli mancavano. Allora pensò: "Chi difende la vita? Chi mi difende? Chi è al mio fianco ora, nel momento del pericolo? Forse lo Stato?" Egli ricordò le belle teorie insegnategli a scuola, lette e credute e sorrise amaramente. Dove era lo Stato, l'ente gigantesco dei tempi presenti, onnipossente, che tutto chiede e tutto riceve e tutto dovrebbe dare? Assente. Lo Stato aveva ora da pensare a se stesso e abbandonava il singolo al suo destino. Le costruzioni sociali dell'uomo si erano sgretolate, ma non si sgretolavano le costruzioni divine della vita. Questa, nelle sue riserve inesauribili, nella sua elasticità di adattamento, nelle millenarie esperienze della razza, sa ben essere preparata a tutto, specie nei popoli che hanno molto vissuto e sofferto, poiché non si vive senza imparare e non si soffre mai inutilmente. La vita sa continuare anche senza lo Stato. Allora le acquisizioni recenti vaporizzano e restano solo le secolari acquisizioni profonde. Solo l'uomo può fallire, non la vita. Quando l'uomo sbaglia, la Legge lo riporta con una provvidenziale lezione di dolore sulla retta via dell'ordine e così la vita si riprende e continua. La sorveglia e protegge continuamente la divina Provvidenza che è una reale protezione biologica, una difesa automatica e una potenza risanatrice, è un'intima previdenza data dalla saggezza del sistema. Se ora lo Stato, provvidenza umana crollava, la provvidenza di Dio restava.
Avrebbe forse la ricchezza, potenza del mondo, difeso quell'uomo? Ma egli avrebbe potuto offrire milioni. Nell'ora del pericolo nessuno lo avrebbe aiutato. Proprio nel momento del bisogno il danaro diventava inutile. Se egli fosse stato un potente, circondato di servi e dipendenti, essi sarebbero stati ora i suoi primi nemici, occupati sol di salvare se stessi. Nel momento decisivo la ricchezza e la potenza, se egli ne avesse avuto, lo avrebbero tradito. Ma egli non era caduto nell'ingenuità di credervi. Victor Hugo, nei primi capitoli dei suoi "Miserabili", a proposito di Napoleone decadente, parla di marescialli traditori, di un senato che lo insultava dopo averlo divinizzato e vergognosamente sputava sull'idolo di una volta. ed era Napoleone. Ma la Legge è una, per grandi e piccoli, in ogni tempo.
Chi tendeva dunque la mano a quell'uomo, ora nella sventura, chi lo seguiva nella sua fuga per gravarsi del suo stesso peso? Forse gli amici, gli ammiratori, gli esaltatori dei tempi sicuri? No, nessuno. Le profumate nuvole d'incenso, come fumo inconsistenti, erano svanite nell'aria. Vanità umane. Egli era solo. Ora, nel momento della prova, egli apprezzava l'immenso vantaggio di non aver creduto alla gloria, come non aveva creduto al potere e alla ricchezza, l'immenso vantaggio di essere allenato a soffrire e a rinunciare, di essere moralmente preparato. Nella sua vita non vi era stato che lavoro, dovere, dolore. Questa la sua bandiera, la sua sfida, la sua forza, la sua vittoria. Egli si era attaccato a valori incrollabili, si era reso indipendente dai colpi del mondo. La sua povertà era la sua ricchezza, la sua nullità era la sua grandezza, la sua innocenza era la sua potenza e salvezza. Solo la vita seria e dura e le severe fatiche della via dell'ascesa non avevano mentito e non lo avevan tradito. Come si trovavano invece ora quanti epicurei e materialisti, avevano riso di lui come di un pazzo? Il loro attaccamento alle cose materiali era ora la causa del loro maggiore dolore. Nell'ora della distruzione egli si trovava invece già attaccato all'indistruttibile. La sua filosofia, e non la loro, resisteva ora nel momento della prova. Che triste spettacolo di avidità, di ferocia, di follia, di disperazione, gli presentava quel mondo che aveva creduto solo nei valori terreni! No. Il cataclisma non coglieva lui, come tanti, alla sprovvista. Al di là di tutti i sogni di grandezza e di vittoria, egli, come aveva già visto che la realtà della vita è dolore, ora vedeva che la realtà della guerra è dolore. E vedeva che un mondo il più demoralizzato e moralmente impreparato al dolore, si trovava ora di fronte ad una tale valanga di sofferenze, quale l'umanità, forse non aveva mai conosciuto. Ora finalmente egli poteva toccare con mano, convalidata e non più smentita dai fatti, quanto fosse profonda la sapienza del superamento, nel disprezzo delle cose umane. Ora egli godeva di un grande vantaggio sui suoi simili, quello di aver capita la vita, di non essere caduto nell'inganno dei suoi miraggi ora in disfacimento, di non aver costruito sulla sabbia, di non aver impiegata la sua fatica e investiti i suoi capitali spirituali in cose effimere. A quanti illusi, egli pensava, cadrà ora la benda dagli occhi nell'assistere al crollo di tutte le proprie costruzioni! Egli aveva dovuto compiere un gran lavoro di concentrazione e macerazione per poter raggiungere un mondo superiore, e ciò da solo, abbandonato e deriso. Il duro cammino della sua maturazione evolutiva era cosparso di lacrime e di sangue. Ma ora quell'uomo, giudicato un imbecille, perché non amico del disonesto arriismo che porta al rapido successo, si trovava nella rara posizione di aver raggiunto un mondo superiore e di potervi trovare scampo, quella salvezza ad altri negata, e di potervi mettere in salvo, intangibili lassù ove la guerra non arriva, i suoi tesori.

Egli da tempo aveva imparato a non credere più nel mondo e a saper essere solo. Ma se tale sembrava, solo non era ed egli lo sapeva. Non si può esser soli nel nostro universo. Mai. L'ignoranza dell'ateo, la potenza negatrice del male, la ribellione di Satana all'ordine che tutto regge, non possono distruggere Dio che continua ad esistere ed operare al di là delle loro negazioni e al di sopra dei loro assalti. Accanto a quell'uomo era Dio. Certo si tratta di un imponderabile che sfugge ai sensi grossolani dell'involuto, ma che non è meno reale per questo. Accanto, attorno a quell'uomo turbinava solenne e immenso il ritmo delle leggi della vita, intelligenti, potenti, attive. Quell'uomo solitario era immerso in questa divina atmosfera, quell'uomo apparentemente abbandonato, era vicino a Dio, meno solitario e meno abbandonato di tanti grandi, acclamati idoli delle folle. L'imponderabile non gli volgeva le spalle come fa a questi talvolta, ma gli apriva le braccia. Accanto a quell'uomo era il suo passato, erano le sue opere, poiché le nostre opere ci seguono. Poiché la sostanza della Legge di Dio è la prima giustizia che forza, e non prima forza che giustizia, come avviene nell'inferiore mondo umano. Nell'ora del destino in cui crollava l'impalcatura sociale e i suoi valori si rovesciavano, la sua nullità umana che egli aveva tanto amato, era ora la sua difesa. In primo luogo perché una nullità sfugge meglio alle tempeste, non offrendo superficie di resistenza, poi perché essa è, come ogni povertà, un principio di innocenza, un credito di fronte alla legge di equilibrio, un diritto di fronte alla divina giustizia. Egli, prima che l'astuzia o i mezzi materiali o l'aiuto umano, aveva cercato in sé, a sua difesa, la propria innocenza. A preferenza di tutti gli accorgimenti umani, questo gli era sembrato il più potente. Egli aveva cercato la forza in Dio e la risposta nella coscienza. E la propria innocenza, in silenzio, egli aveva gridata all'universo. Grido di anima, tragico e profondo, che non può mentire. E l'universo, retto da Dio, cioè da giustizia, non aveva potuto non rispondere, perché non rispondere sarebbe stato negare se stesso. Egli aveva invocato l'aiuto delle forze attive nel suo piano spirituale, generalmente, nel piano materiale terreno, paralizzate e rese assenti dalla male usata libertà umana. Allora egli si sentì fortificato, alzò lo sguardo e con occhio tranquillo affrontò l'avvenire. Egli era al posto del suo dovere. Ciò bastava. Questa constatazione infuse un senso di pace alla sua coscienza e lo colmò  interiormente di nuova energia. L'orizzonte tetro tornò limpido ed egli vide chiaramente. La guerra, bufera umana, non lo riguardava. Quel dolore faceva parte del destino di tanti altri, non del suo. Quelle armi non lo potevano uccidere. Egli comprese allora il senso delle parole della voce: "Fuggi, ma ovunque tu vada, sarai salvo". La Legge di Dio vuole che le nostre pene non possano essere figlie che delle nostre colpe e non del malvolere o prepotenza altrui, e che il nostro destino non possa essere fatto che da noi e solo da noi. La grandezza e giustizia di questa legge colpì quell'uomo in quel tragico momento con una evidenza così viva, che il suo terrore si mutò in fiducia e in preghiera e in mezzo alla dura prova egli cadde in ginocchio per ringraziare il Padre che è nei cieli, che tanto è pronto ad amarci e provvederci, appena la nostra libera volontà glielo permetta.

Abbiamo osservato in un momento critico, ponendoci di fronte la più realistica realtà della vita, il rovesciamento evangelico dei valori della terra nei valori del cielo e siamo giunti al risultato pratico, addirittura utilitario, i una invulnerabilità e salvezza nel superamento del dolore. Tale modo di procedere può apparire incomprensibile al normale tipo umano di oggi che, essendo spesso spiritualmente involuto, mette in moto altre leggi ed altre forze, non sapendo raggiungere quello che qui vediamo in azione. E' necessaria poi una condizione: l'innocenza, perché solo questa permette la limpida visione perché solo chi la possiede può invocarla dinanzi a Dio. Non si tratta di una innocenza universale e assoluta, che nessun uomo può, in quanto è in terra, possedere. Se l'avesse raggiunta, sarebbe ben lontano da tale luogo di pena. Ma si tratta di una innocenza particolare, relativa a date colpe e rispettive prove. Più che tali, le innocenze umane non possono essere, per quanto siamo più o meno estese. Chi è innocente di fronte ad un fatto, chi di fronte ad un altro e similmente per la colpa. Per questo i destini sono così differenti e ognuno di essi batte inesorabilmente il suo chiodo. Il destino di quell'uomo non conteneva reazioni di violenza e di sangue, egli era quindi immune da quel lato in cui altri erano invece vulnerabili; era quindi esente da prove che gli altri dovevano subire. Egli era invece esposto a prove spirituali di lenta macerazione e smaterializzazione, che gli altri non potevano nemmeno immaginare, a lunghissime agonie, alla violenza delle tempeste psichiche, all'urto con le forze dell'imponderabile che i più non conoscono affatto. Egli, conscio del suo destino, del suo passato e futuro, comprese che la guerra non lo riguardava e che nessun uomo o proiettile poteva colpirlo, se non là dove le leggi della vita, applicate al suo caso particolare, potevano permettere.
In genere nella difesa della vita e nella lotta per vincere, l'intelligenza umana non va oltre le cause ed eventi prossimi. In genere le verità umane sono relative al tempo e al luogo, sono verità di interesse e di parte. Si tratta di verità particolari al singolo o al gruppo e che quindi mutano e passano. Noi qui cerchiamo la verità vera, che non può essere relativa e partigiana, ma che è universale, comprende tutti, è al di sopra del caso individuale e dell'interesse di parte. Oltre la verità di superficie, noi cerchiamo la verità profonda che non è una opinione, che è oltre il tempo e il luogo, e resta, che comprende tutti e vale per tutti, forti e deboli, grandi ed umili, vincitori e vinti, poiché nei meravigliosi equilibri della Legge di Dio e nel funzionamento organico dell'universo, ogni essere ha il suo posto e ragione di esistere. Per chi ha compresa questa verità, cambia completamente la concezione delle cose. Chi ha compreso che la forza umana non può fermare l'azione delle forze cosmiche se non momentaneamente e a proprio rischio e danno, non dice più: "Guai ai deboli e ai vinti", ma dice: "Guai ai colpevoli, anche se vincitori". Quel che conta a lungo andare, è la posizione morale più della materiale. Per non dover pagare, conta l'innocenza e non la forza, che potrà al massimo dilazionare, ma mai sopprimere la reazione punitiva della legge di giustizia. L'avvenire, per legge di evoluzione, va verso il regno di Dio ed esso appartiene ai giusti. La potenza militare, la superiorità tecnica, l'oro e l'astuzia, non possono distruggere la Legge di Dio che è dentro le cose. Chi crede che con un grande esercito, grandi mezzi e organizzazione, e con una ferrea tenacia, la forza basti per vincere, non ha capito che, nel funzionamento delle leggi della vita, appunto tale base di forza, di sopraffazione violenta come nella guerra, forma il punto debole del sistema che, appunto in tale sua natura, contiene il germe dell'autodistruzione. Allora il colosso dai piedi di creta crolla, chiunque esso sia; il fatto si verifica per chiunque si trovi ad applicare queste leggi, per chiunque si ponga in tali condizioni. Con ciò non si espone una opinione, ma semplicemente si constatano alcune leggi della vita. L'enunciato evangelico: "Chi usa la spada, perirà di spada", esprime una razionale ed inviolabile legge biologica. Qui non si è fatto altro che estendere a più vasto campo, sempre di fronte alla guerra, il suesposto principio dell'innocenza. Di fronte allo scompigliato agitarsi dell'attività umana, è la saggezza di queste intime leggi, poste alle radici degli eventi, che regge le cose, per cui a lungo andare la più grande forza, quella che all'ultimo vince, è la giustizia. Le eccezioni sono deviazioni momentanee, minori concessioni alla libertà umana che, per imparare, pur deve esperimentare nell'errore ma che vengono presto o tardi rettificate e riconquistate per le dure vie del dolore. Perché l'uomo impari, la Legge si lascia per un momento frodare, ma poi tutto si riprende dagli illusi debitori, essendo essa la sola padrona della vita. Si spiegano così le oscillazioni della storia. Abbiamo con ciò nel presente capitolo portato i concetti, in principio svolti nello studio della legge del merito, a nuovi ampliamenti ed applicazioni. 



Pietro Ubaldi, La nuova civiltà del terzo millennio. Verso la Nuova era dello Spirito, ed. Mediterranee, Roma, 1988, pp. 196 - 202.