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lunedì 31 agosto 2020

IL FENOMENO DEGLI ORTI COLLETTIVI: L'ORTO COLLETTIVO DI GENOVA, IL PIU' GRANDE D'EUROPA


 IL FENOMENO DEGLI ORTI COLLETTIVI



L'ORTO COLLETTIVO DI GENOVA,

IL PIU' GRANDE D'EUROPA


L'orto collettivo più grande d'Europa è quello di Genova. Genova ospita l'orto urbano collettivo più grande d'Europa, un progetto che in pochissimo tempo ha fatto innamorare tutta la città. Merito del Comitato 4 valli che nel 2015 ha intrapreso questa iniziativa dopo aver ricevuto in concessione 7 ettari di terreno abbandonato nella zona tra Campi e Coronata, di proprietà del gruppo Lavazza, lasciato in comodato d'uso gratuito: un suolo scosceso, ricoperto da un bosco spontaneo nato da decenni di abbandono.

Questo ambiente collinare lasciato a se stesso da decenni è stato bonificato e restituito alla città e oggi più di 300 persone collaborano spalla a spalla per coltivare e realizzare i terrazzamenti nascosti tra la boscaglia.

Il Comitato 4 valli decise di recuperare l'ambiente che in passato Stendhal decantò per la produzione del vino Bianchetta, con un intervento di ingegneria naturalistica capace di limitare le frane e di rendere produttivo il terreno; il tutto all'insegna della solidarietà e dell'amore per la città e la natura.



Sin dall'inizio, i volontari che si sono dati da fare nell'impresa sono stati tantissimi, molto più di quanto ci si aspettasse. Sono state 300 le persone che si sono messe all'opera gratuitamente per realizzare quel che molti avevano solo sognato. Sotto la guida di Andrea Pescino, una vita da ingegnere alle spalle, i volontari hanno cominciato con l'abbattimento degli alberi pericolanti, preservando la legna per i lavori di terrazzamento, in modo da realizzare piani coltivabili a fasce da gestire comodamente in piedi. Non solo, grazie alle competenze di Andrea, è stato realizzato un sistema di canalizzazioni sull'esempio di quelle che furono le sistemazioni idriche dell'antica Mesopotamia. Vasche e corsi d'acqua che permettono di irrigare le zone coltivate, ma anche di trattenere e conservare l'acqua in eccesso per utilizzarla quando serve.

Il tutto su terrazzamenti creati utilizzando solamente il materiale vivo trovato nella boscaglia.


Lavorare tutti e lavorare meno, possibilmente a piedi nudi



L'orto collettivo è uno spazio aperto a tutti, e proprio tutti possono portare a casa un cesto di verdura con qualche ora di lavoro a settimana, perché "qui la terra è di chi la lavora", proprio come suggeriva una vecchia canzone.

Nell'orto collettivo , a differenza di moltissime altre esperienze di condivisione attiva, lo spazio è di chi lo coltiva e non è diviso in parcelle, bensì è condiviso in tutto e per tutto. E quando qualcuno non può portare avanti le proprie mansioni, c'è sempre qualcun'altro pronto a sostituirlo senza nemmeno che serva a domandare: l'orto nel bosco è di tutti e tutti se ne prendono cura, sempre con il sorriso sulle labbra.

E con tutti, intendiamo proprio con tutti, nessuno sta con le mani in mano: se l'essere umano coltiva gli ortaggi, le galline regalano quotidianamente le loro uova, protette dai gatti che controllano la zona 24 ore su 24, scongiurando la presenza di topi e contrastando i predatori che fiutano il pollame. La grande partecipazione e lo spirito che si è andato a formare attorno all'iniziativa sono il vero e proprio motore, valori che hanno permesso al gruppo di realizzare oltre all'orto anche un'aula all'aperto e un teatro in cui poter svolgere moltissime attività, rivolte a giovani e meno giovani.

Così, lungo le pendici collinari si possono vedere scolaresche impegnate a divertirsi "nel bosco a pè": un percorso nella vegetazione da compiere a piedi nudi lungo sentieri composti da frasche, fango o pigne; un'attività che permette di scoprire il contatto attivo con la natura.

Le iniziative rivolte alla città sono molte e hanno attirato moltissima gente, ma sono le numerose proposte di integrazione sociale che rendono ancor più speciale questo orto.


L'integrazione passa per un percorso di studi e un vitigno antico da recuperare



Le attività verdi nel bosco tra Coronata e Campi sono d'esempio e a breve si pensa che possano essere replicate in altre zone marginali della città, sempre e solo grazie a volontari, meglio se bisognosi.
Ed è proprio in questo contesto che l'Orto collettivo di Genova ha svolto un'azione a dir poco importante: le attività pratiche vengono affidate a chi ha più bisogno, coloro che solitamente vengono iscritti nelle "classi deboli" della società.

Uno degli obiettivi dell'Orto collettivo è proprio essere solidali e aiutare il prossimo e, in un periodo storico come questo, in cui accoglienza e immigrazione sembrano correre su binari diversi, le attività di inclusione attiva messe in atto da questo gruppo sembrano proprio andare controcorrente. 

Come è accaduto agli orti didattici di comunità di Castelnuovo Bocca d'Adda, anche qui a Genova gli immigrati hanno la possibilità di mettersi in gioco in prima persona con lavori pratici, nozioni e competenze che acquisiscono e utilizzano per sé e per gli altri, portando avanti per primi lo spirito che caratterizza l'iniziativa.
Nei mesi scorsi molti di loro hanno conseguito il diploma di "costruttori di paesaggio", proprio grazie alle ore passate a lavorare a contatto con la terra.
Questo è il vero significato di integrazione ed è un piacere sapere che i ragazzi sono impegnati a vangare e zappare anche fuori dai confini del bosco-orto: chi ha un terreno ma non riesce più a seguirlo, può adottare un contadino a domicilio, pronto a coltivare le verdure in cambio di un'offerta. Ed è così che i ragazzi provenienti dalle zone difficili del mondo riescono a conquistarsi la fiducia e l'affetto dei Genovesi, si integrano nel tessuto sociale del quartiere e possono dimostrare a tutti quanto siano un valore aggiunto per la società.

E c'è una soluzione anche per i più pigri, chi non può proprio dare una mano, può sovvenzionare le attività dell'Orto collettivo di Genova e ricevere ogni settimana una cesta di verdura di stagione e delle uova a chilometro zero.

A proposito delle tecniche di coltivazione, gli ortaggi coltivati qui non sono biologici, ma naturali. Ciò significa che, a differenza della coltura bio, in questo orto le piante non vengono mai e poi mai a contatto con agenti chimici: in ambiente spontaneo le piante, verdure comprese, riescono a trovare un equilibrio tra loro e crescono sane e produttive senza alcuno sforzo, o quasi, del coltivatore.

Cos'altro? Sì, negli ultimi tempi si sono proposti di riportare alla luce un antico vitigno, il Bianchetto Genovese. Hanno cominciato seguendo 500 piante e sono pronti a produrre la Bianchetta, un vino rinomato che a Ponenteha acquisito la certificazione DOP con il nome di "Val Polcevera".

Qui a Genova le idee non mancano mai e le iniziative si susseguono una dietro l'altra a ritmo vertiginoso. Non possiamo allora che invitarvi all'orto. Andrea e Valentina, la presidentessa dell'associazione saranno felicissimi di accogliervi e di accompagnavi tra alneri, ortaggi e sorrisi amici.



Foto: Orto Collettivo di Genova



venerdì 6 settembre 2019

TUTTA UN'ALTRA LUCE


TUTTA UN'ALTRA LUCE


Dinaweh


Forti segnali di cambiamento e nuova luce sta attraversando e compenetrando il pianeta Terra. Ne sono testimonianza movimenti di anime che necessitano liberare i corpi da stagnanti energie di morte; liberazione necessaria al fine di disincagliare lo spirito da incrostazioni millenarie, ricoperte da strati di necessità,  moralismo, perbenismo, religione e dogmi mummificati, inutili intrugli e rimasugli di un'era finita; ultimi strascichi di caparbia e capricciosa resistenza a nulla serviranno a frenare di luce l'ONDA che con sé porta la forza, la rigenerazione e il cambiamento cellulare, energetico, atomico. Livelli di energia plastica, densa e sottile interpenetrano materia e spirito, come fucina e laboratorio di note e altri toni e colori, quali mai prima d'ora la Terra aveva conosciuto.

Dinaweh




SEDETEVI COMODI...


VALLI UNITE




RADICI UMANE
 (GLI ORTI DELLE CASE)




IL GIARDINO DELLA GIOIA




GENUINO CLANDESTINO
(DOCUMENTARIO)




fine
  


     

sabato 4 maggio 2019

IN-FORMAZIONE PERMANENTE ATTIVA: "TUTTI PER UNO, UNO PER TUTTI" L'UNICO MONDO POSSIBILE


IN-FORMAZIONE PERMANENTE ATTIVA


TUTTI PER UNO


 UNO PER TUTTI


L'UNICO MONDO POSSIBILE 

Un nuovo modo di stare al mondo è possibile! Tante sono ormai le esperienze di chi davvero ha scelto di mettersi in gioco, creando una rete solidale e pacifica di auto-aiuto e sostegno reciproco. Possono sembrare parole vane per molti di coloro che qui le leggono con gli occhi, ma non per chi è capace di ascoltarle col cuore.
Il portato sostanziale del nuovo mondo è, infatti, inscritto nel cuore! Ogni sua emanazione diventerà fattiva, aggiungendo al sentimento e a tutti i 'desiderata', azioni responsabili, frutto a loro volta di discernimento, osservazione e costanza nell'inseguire il sogno. 

Un sogno ad occhi aperti

La vita come sogno...
...La vita è un sogno, ma per non rimanere intrappolati in un sogno ad occhi chiusi, da dormienti, occorre trasformarlo in un sogno ad occhi aperti. Solo così sarà possibile cambiare il mondo, proprio a cominciare da quel sogno. 
Ognuno di noi è portatore di un sogno nel mondo; è come se fossimo realmente qui per questo. Siamo qui per realizzare ciò che su altri piani di coscienza avevamo in serbo, come fa l'architetto davanti al progetto che gli arde nel petto come fuoco inestinguibile, prima di renderlo manifesto sulla carta e costruirlo nella materia.

Sono sempre più convinto che sia giunto il tempo di passare "dalle parole ai fatti". Molte anime sono ancora intrappolate nel loro sogno ad occhi chiusi, dimenticando che il tempo della formazione, delle conferenze e dei seminari è concluso. Non sarà infatti la mente il vettore in grado di traghettarci a quello stato di coscienza superiore, preannunciato e prefigurato da tutte le tradizioni mistiche e spirituali, di cui la stessa letteratura ha fatto incetta negli ultimi decenni. Essa, finalmente, potrà tornare ad essere "ancilla cordis", lasciando al cuore lo spunto imprescindibile per la realizzazione concreta di opere e di azioni  conseguenti.

Non ci si salva da soli

Altro assunto fondamentale dei nuovi tempi, per chi sarà in grado di accoglierli in sé, è che non ci si salva da soli. La rete di relazioni e la cooperazione tra gli esseri diventa il fuoco energetico indispensabile per salvare il pianeta da un processo altrimenti irreversibile verso l'autodistruzione. 
Ciò cui stiamo inesorabilmente assistendo infatti è la fine di un ciclo che ha posto l'Ego e l'interesse individuale sopra ogni altra cosa, dimenticando di esser parte di un sistema complesso che funziona soltanto attraverso la cooperazione di tutte le parti in gioco, ove ognuna di esse assolve ad una funzione specifica di sostegno e aiuto all'altra, senza il quale il meccanismo vivente è destinato ad incepparsi e ad implodere su se stesso. Ecco la riscoperta del valore del tempo, usufruito come luogo e tempo di scambio di competenze e servizi a disposizione della comunità, non necessariamente fruibili attraverso il denaro; denaro che diventa tra l'altro sempre più virtuale e perciò lontano dalle esigenze spicciole e concrete nella riscoperta dello "stare insieme". Vivere responsabilmente significa essere padroni della propria vita, non delegando più nulla, dall'autosufficienza alimentare ed energetica a quella dell'istruzione e della salute. 

Il nostro progetto...

Facendo nostra, mia e della beneamata Kate Charlotte, questa visione del mondo che vogliamo al più presto realizzare, un invito a seguire con apertura di cuore la condivisione di questi amici che in Sicilia stanno dando vita e corpo ad un nuovo modello di società, l'unico possibile, con discernimento e coscienza irreprensibili.
Con l'entusiasmo che ci ha colto nell'ascoltare e nel vedere realizzato lo stesso sogno, vi invito a diffondere questo video, condividendolo con amici, fratelli, figli, compagni e compagne di percorso, in modo che "la Bellezza" diventi contagiosa e virale sulla rete, ma soprattutto nella nostra vita. 

Dinaweh

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giovedì 18 aprile 2019

SULLA FREQUENZA DELL'AMORE - Dinaweh



SULLA FREQUENZA DELL'AMORE


Dinaweh


Decisamente, "il mondo va dove deve andare..." Esordiva così una cara anima, durante una bella e interessante conferenza cui avevo assistito con la mia compagna e altri amici a Genova, qualche mese fa. 
In effetti aveva proprio ragione: il mondo va dove deve andare! E' solo tutta una questione di frequenze e vibrazioni. La materia stessa è suono, vibrazione, luce. Non possiamo nemmeno per un istante prescindere da questo legame intrinseco con la nostra più autentica e pura essenza! Che lo si voglia o no, noi siamo il risultato "matematico" di quelle stesse frequenze che esprimiamo a livello vibratorio col nostro pensiero. Il pensiero emette onde che influenzano il campo quantico entro cui siamo immersi e di cui facciamo parte: non tanto come elementi passivi sulla scena di questo mondo, ma come protagonisti attivi, in grado di piegare la realtà che ci circonda al nostro volere, tanto da dar forma, tra le miriadi di universi possibili, ad uno scenario unico, nell'istante brevissimo (qualche nano-secondo) della scelta che esprimiamo, entro cui diveniamo gli autori del nostro futuro, i registi, unici responsabili, della nostra scena.
Molti riterranno impossibile che accada una cosa simile! "Ma come?" -  alcuni si chiederanno:  - "Com'è possibile che io sia in grado di piegare la realtà al mio volere?! Ma se mi vanno tutte storte e non c'è verso che possa mai raggiungere la felicità!..."
Lo facciamo tutti i giorni, anzi un momento dietro l'altro, ogni attimo delle nostre giornate; lo facciamo con i gesti, con il tono della voce, con lo sguardo, quando accogliamo festosi con una risata di complicità e amicizia gli altri, o quando diamo fiato ad uno sbuffo, non appena qualcuno ci disapprova o si lamenta ad alta voce... 
Ogni spostamento del sopracciglio, ogni minimo pensiero, ogni sguardo sarà infatti capace di dar vita a scenari diversi e a portarci sulla via dell'autorealizzazione o all'autocommiserazione. Il pensiero è vibrazione, che poi si trasforma in parola, fino a quando non agiremo quella parola con i gesti, disvelando le tendenze della nostra anima agli occhi del mondo che ci circonda, attraverso immediate azioni concrete che susseguentemente metteremo in opera. 

...Il mondo va dove deve andare, quindi, proprio per lo stesso motivo per cui molti ritengono di non essere affatto protagonisti della propria vita e, lasciando le briglie sciolte, danno ad altri il potere di far sì che le cose accadano come "loro" vogliono che accadano... In quell'istante diveniamo per nostra stessa scelta (anche non scegliere è una scelta!) carne da macello, vittime della prevaricazione altrui, o ci sentiamo alla mercé della sfortuna che ci insegue senza sosta, senza darci ragione del perché ciò accada costantemente nella nostra vita.
"Il mondo vada dove deve andare" - diceva appunto Giuliano Falciani, nella sua conferenza - Siamo in grado di vibrare ad una frequenza diversa, se solo crediamo di essere i protagonisti attivi della realtà che NOI vogliamo creare, indipendentemente da ciò che accade là fuori, da ciò che  sembra non toccarci più, mentre rimane appiccicato a coloro che rimangono immersi nel brodo primordiale dell'inconsapevolezza.

Rimanere fermi sulla frequenza dell'Amore, stringere patti di amicizia con la natura, volgersi al suo grido disperato e preservarne la bellezza, presidiare i territori che viviamo con cura e amorevolezza, prenderci la responsabilità della salute del pianeta, a cominciare dai piccoli gesti di vita quotidiana, cominciando dai nostri simili, soprattutto dai bambini, che sono il futuro del mondo.
...Impedire che vengano messe in atto su di loro pratiche coercitive di controllo sulla salute, difendendoli dall'invasività di una scienza senza coscienza che vorrebbe indebolire il loro sistema immunitario con l'inoculazione nei loro giovani organismi di veleni sotto forma di "vaccini", impedire che venga compromessa a tutti i livelli la loro integrità psichica, fisica e spirituale, poiché da un albero malato non potranno che uscire frutti malati, così come da un albero sano, frutti sani!
...Dar loro fiducia e creare una nuova realtà che sia in grado di accogliere le loro istanze, tutte, a partire da quelle più recondite, che solo un bambino riesce ad esternare con innocenza e stupore: quelle che chiedono sul senso della vita, che partono dalle profondità delle loro anime, spesso più antiche e sagge di quanto potremmo immaginare.

Ricominciamo quindi ad essere noi i protagonisti, senza più delegare la nostra vita alle scelte sconsiderate di chi non ama la vita, inseguendo solo il proprio tornaconto personale a scapito della bellezza, dell'armonia e della fiducia nell'altro.
Cominciamo a coltivare noi stessi, le nostre emozioni profonde, cominciamo a coltivare i sentimenti di condivisione, di collaborazione, di aiuto reciproco, cominciamo a coltivare il senso della corresponsabilità gli uni nei confronti degli altri, non percependoci più separati tra noi, ma fili di un unico e immenso arazzo fatto di luci, colori e suoni diversi, ognuno essenziale per la riuscita dell'intero disegno. Insieme potremo coltivare e nutrire la Madre e da lei imparare la buona pratica della vita. Saremo come il buon seminatore, che sparge il seme, senza preoccuparsi di ciò che quel seme produrrà. Dopo aver bene dissodato il nostro giardino interiore, non potremo che raccogliere i migliori frutti.
Vi lascio dunque alla visione di questo bellissimo video e alle amorevoli cure di Antonio De Falco, maestro e amico, contadino contemporaneo, come ama definirsi lui, per me artista, filosofo, teologo, mistico della terra, viandante del Cielo!
Buona Rinascita, buona Pasqua!

Dinaweh





   
   

giovedì 29 novembre 2018

L'ASILO NEL BOSCO


L'ASILO NEL BOSCO



di Paolo Mai



Raccontare belle storie è da sempre uno dei motivi per cui uno decide di prendere la penna in mano e cominciare a scrivere, e quella che stiamo vivendo noi è proprio una bella storia. E' la storia dell'Asilo del Bosco di Ostia Antica, un progetto nato dall'incontro di un gruppo di sognatori che utilizzano il sogno e l'utopia per costruire qualcosa di concreto.
Racconta Eduardo Galeano, a quel tale che gli domandava a cosa servisse l'utopia, che l'utopia serve a camminare e noi aggiungiamo, in virtù dell'esperienza di educatori, che ciò che importa non è la meta, ma la bellezza del cammino. La nostra utopia è quella di cambiare la scuola italiana, un luogo dove nella maggior parte dei casi la noia e le frustrazioni la fanno da padrone e dove si impara non per il gusto di imparare, ma per far contenti genitori ed educatori, col risultato che la curiosità - che è un'attitudine innata nei bambini - piano piano si spegne per far posto a un progressivo disinteresse per la scoperta e la conoscenza.
Di questo abbiamo parlato la prima colta che abbiamo scambiato due chiacchere, mentre davanti a noi un tramonto colorava di tinte meravigliose una bella giornata d'estate a Ostia. Il nostro sogno è quello di costruire una scuola dove i bambini e le bambine vadano con piacere, dove si sentano ascoltati e dove crescano, apprendendo quelle competenze che saranno loro utili nella vita, felicemente e umanamente. Vorrei proprio sottolinearlo questo avverbio, umanamente, perché forse in Italia, così come nell'imbellettato mondo occidentale, ci  stiamo dimenticando che l'essere umano non è fatto solo di una grande testa come la seppia o il calamaro, ma ha un cuore, sede delle emozioni, e una dimensione creativa che sono fondamentali per crescere in maniera felice e armoniosa.
L'attenzione alla sola dimensione cognitiva è purtroppo una nota caratterizzante delle scuole di ogni grado e già alla scuola dell'infanzia le più grandi preoccupazioni sono che si impari a scrivere, a contare e magari a parlare l'inglese. Alle elementari e alle medie i bambini si confrontano con tantissimi insegnanti, la cui preoccupazione prevalente è quella di terminare il programma, ciascuno per la propria materia, e non si domandano come stanno i bambini, cosa sentono e cosa desiderano. Il risultato di questa impostazione è sotto gli occhi di tutti: abbiamo grandi ingegneri, le tecnologie hanno raggiunto un livello inimmaginabile solo vent'anni fa, ma non siamo più capaci di abbracciarci. Le relazioni sociali sono sempre più superficiali e meno soddisfacenti, la paura e la diffidenza guidano i nostri comportamenti mentre le farmacie si diffondono a un ritmo impressionante e l'utilizzo di droghe, alcol e psicofarmaci rappresenta lo strumento con cui - anestetizzati - ci perdiamo la bellezza della vita.
Il Ritalin ha preso il posto del panino nello zaino dei bambini e le statistiche dipingono un quadro impietoso. I nostri figli, super-impegnati ogni giorno dell'anno, sono sempre più ansiosi e meno creativi e la televisione e i videogiochi stanno diventando i membri più importanti della famiglia.
All'interno di questo quadro l'educazione assume un ruolo fondamentale: "umanizzare" e rendere felice il nostro bel paese. La scuola deve avere il compito non solo di occuparsi dei bambini, ma anche di prendersi cura dei genitori, sempre più impassibili e impotenti nella frenetica corsa che contraddistingue la loro quotidianità. Frequentare la scuola più bella ed efficiente, infatti, a nulla serve se poi a casa ci si trova in un ambiente stanco e demotivante e si respirano rabbia e frustrazione. Una scuola che voglia veramente essere efficace deve saper accogliere le famiglie, abbattendo quei muri fatti di pregiudizio e timore che non permettono l'instaurarsi di una relazione sincera e amorevole così importante per la riuscita di un qualsiasi processo educativo.

L'Asilo nel bosco è l'approccio pedagogico che meglio ci permette di rispondere ai bisogni di bambini e genitori del nostro territorio e del nostro tempo, ma considerarlo uno strumento valido sempre e in ogni luogo sarebbe un errore.
Se c'è una cosa che abbiamo imparato in questi vent'anni di lavoro nelle scuole, è che non esiste un modello educativo che sia efficace in ogni occasione. Se pensassimo questo, cadremmo nell'errore in cui spesso sono caduti nella storia gli esseri umani: pensare di aver trovato la verità assoluta. La vita è una ricerca continua e probabilmente la verità è solo un'utopia. Cercarla umilmente e appassionatamente è forse l'unica maniera di assicurarsi un felice viaggio.
Crediamo che tra le diverse competenze di un educatore ci debba essere la capacità, tipica della psicologia e della sociologia, di ascoltare i bisogni dell'individuo che si ha di fronte e di saper cogliere le tendenze in atto della società.
Partendo da questo abbiamo costruito la nostra idea di scuola, focalizzando l'attenzione sull'individualità di ciascun bambino e contrastando le tendenze presenti nella nostra comunità che non reputiamo salutari. I nostri bambini vengono spinti all'omologazione e non all'espressione del proprio talento, trascorrono la loro vita rinchiusi in quattro mura perdendosi gran parte della ricchezza e della bellezza della vita nelle sue diverse forme, stanno perdendo alcune attitudini come la curiosità, la fantasia, l'autonomia e la creatività, vivono in un contesto iperprotetto in cui ci si cura del corpo e non dell'anima e soprattutto non ricevono la nostra fiducia. Tutto questo potrebbe condannarli a diventare degli adulti insicuri con una bassa autostima e una grande difficoltà a risolvere i problemi.
Trascorrere la giornata all'aria aperta, seguiti da un gruppo di educatori sufficientemente numeroso, in grado di rispettare e valorizzare l'individualità di ciascuno, che non giudichi, ma che faccia sentire i bambini accompagnati in maniera empatica in un ambiente dove sia possibile esplorare e fare esperienze dirette, è la ricetta dell'Asilo nel Bosco. Abbiamo deciso di descriverla a quattro mani, perché siamo convinti che la diversità con cui osserviamo e viviamo le cose possa essere un'esperienza arricchente per il lettore. 





Emilio Manes, L'Asilo nel Bosco. Un nuovo paradigma educativo, Introduzione di Paolo Mai, pagg. 11-14, edizioni Tlon, 2018.







clicca e guarda: 

lunedì 29 gennaio 2018

TORNARE ALLA MADRE


TORNARE ALLA MADRE 


Dinaweh



"Tornare alla Madre per ritrovare se stessi" può sembrare uno slogan buttato lì, mentre rappresenta per l'uomo d'oggi l'unica strada percorribile ad evitare la catastrofe finale. Nel ritorno alle proprie radici infatti è possibile evitare il collasso totale di una civiltà 'remota', cioè staccata e disconnessa dall'origine biologica che le aveva permesso di crescere e di svilupparsi in modo armonico e funzionale alla propria sopravvivenza. Le popolazioni dei nativi conoscevano molto bene l'importanza e il nesso imprescindibile tra la comunità  degli uomini e la natura che quella comunità conteneva, ospitava e nutriva. L'allontanamento dalla terra, dagli odori, dai sapori e dai colori della natura ha prodotto una civiltà asettica, artificiale e completamente avulsa dal proprio benevolo contenitore, slegata da quel contatto originale, fotocopia di una fotocopia di una realtà senza radici; riproducibile in ogni contesto geografico, sempre uguale a se stessa, modello unico, frutto del calcolo delle convenienze a brevissima scadenza, utile e funzionale alla propria infinita riproducibilità per tutte le latitudini e  in ogni contesto planetario.
Quale nutrimento potrà mai scaturire da una siffatta interpretazione del mondo, se non quello di riprodurre automi che rigurgitano beni di consumo il più possibile scadenti, per meglio controllarli e concedere loro alcun spazio di manovra, almeno a quelli che volessero invertire la rotta?!

Tuttavia, in questi ultimi anni è prepotente il desiderio di cambiare rotta e molti di noi si stanno voltando nella direzione opposta al cammino consueto, quello della schiavitù in nome di uno stipendio, peraltro non sempre garantito, o della disoccupazione ad oltranza, per incamminarsi verso una meta antica, abbandonata tanto tempo fa dai nostri progenitori: la terra! Non più vista o percepita come mezzo di sostentamento individuale o familiare, paragonabile a cento altri "lavori" e sottopagata, la terra la si riscopre come fondamento di una nuova cultura, di un nuovo modo di essere e di stare insieme al mondo; un modo di essere condiviso, ove, proprio come in natura, tutte le forze collaborano in sinergia tra di loro, salvaguardando se stesse dall'alienazione dell'individualismo esasperato delle città e dei telefonini...


La scoperta dell'altro

Orti sinergici e permacultura diventano il modo attraverso il quale ogni individuo sia sempre meno individuo e diventa persona; stare insieme e costruire un nuovo modello di socialità condivisa imparando dai moti e dalle stagioni della terra... 
Perciò sarebbe riduttivo parlare di una nuova forma di agricoltura, se non si concepisse quella come uno degli ingredienti necessari al raggiungimento della felicità condivisa e della salvaguardia della specie! 
Significa piuttosto percepire la terra e l'altro come gli elementi costitutivi e imprescindibili al raggiungimento di quell'equilibrio sociale ed esistenziale smarrito per strada, nel corso dell'evoluzione-involuzione dell'homo technologicus. 
Scoprire la sinergia e l'unità degli elementi che costituiscono il fondamento della vita: l'uomo abbracciato alla terra, da cui non può prescindere e dalla quale può comprendere se stesso e il mondo. Osservarla laddove essa vive e lascia traccia di sé significa emularla nel suo processo di auto-fertilità permanente, nel suo essere capace di riprodurre se stessa secondo cicli e stagioni che segnano lo sviluppo, la crescita o l'arresto dei suoi cicli riproduttivi. Accorgersi di come le piante da cui traiamo il sostentamento siano tutte in sinergia tra di loro, di come lo siano con i batteri e lo stesso suolo che li ospita.
Significa accorgersi che l'unione delle forze riesce ad ottenere molto di più della somma dello sforzo di ognuno; significa rispettarne la sua costituzione e la sua massa per come si presenta, senza per questo girarla con la vanga o con l'aratro; accorgersi che in natura essa è sempre coperta e che non si presenta mai nuda; nel bosco dalle foglie secche e dai rami, dal residuo degli animali, nel prato dall'erba verde o da quella secca. Significa scoprire che ha un suo tessuto e che se vogliamo ricavarne buoni frutti non ha necessità di essere compressa, poiché come noi respira ed ha bisogno di aria per permetterle di dar vita all'attività batterica che sta alla base della vita. Significa scoprire che non ha bisogno di alcun concime, sia esso chimico che organico, proprio come un piccolo d'uomo al quale non bisogna in-seminare nulla di ciò che già non sia presente in lui, ma semmai trar fuori da lui ogni potenzialità nascosta e disvelarla.
La terra infatti se è ben trattata, se è ricca di specie diverse, non viene calpestata, è lasciata coperta, non viene rivoltata come un calzino, è capace di migliorare di anno in anno ed è quello che fa da miliardi di anni, senza che l'uomo operi alcun intervento che non vada nella stessa direzione della natura. Ci accorgeremmo che in modo analogo tutto questo vale anche per l'uomo, il quale se non è schiacciato, non viene represso, annullato, stravolto nella sua vera essenza, può dare il meglio di sé, soprattutto se, come le piante di un orto sinergico, egli sa stare in compagnia e vive in condivisione con i suoi simili.
Le consociazioni tra le piante sono molto importanti, poiché rappresentano un arricchimento e non un impoverimento del suolo. Allo stesso modo l'uomo scopre che la biodiversità in natura funziona anche con i propri simili e che la diversità rappresenta una ricchezza, un valore aggiunto, soprattutto quando è accettata e condivisa.
Nella terra la biodiversità crea l'armonia; cessano le malattie e si evitano le epidemie, poiché le piante, messe insieme, diventano un organismo molto più forte, utilizzano i diversi batteri a loro vantaggio, sono attaccate da parassiti diversi e tra gli insetti che attirano, molte volte ci sono gli insetti predatori dei parassiti, quindi si crea un'armonia, tutto può armonicamente coesistere; tutto rientra nel gioco della vita e tutto fa parte della creazione. 
Alla fine non possiamo che affermare con Masanobu Fukuoka, l'iniziatore dell'agricoltura naturale, che il vero scopo dell'agricoltura non è quello di produrre dei raccolti, ma di coltivare e migliorare l'uomo.





   

LETTERA ALLE MADRI, AI PADRI, AGLI INSEGNANTI...

LETTERA ALLE MADRI, 
AI PADRI, 



AGLI INSEGNANTI...






Quello che vogliamo è un altro mondo, fatto di amore, 
empatia tra gli esseri, 
dove le persone si possano incontrare, ove sia possibile condividere le piccole, 
come le grandi azioni. 
Tutti siamo una famiglia, 
quella umana, 
che altro non chiede se non la pace, 
la solidarietà, 
la compassione per ogni essere vivente che si muove sul pianeta, 
la gioia delle cose semplici.

Non siamo interessati alla carriera, 
al posto fisso,
non siamo qui per fare sgambetto agli altri.
Siamo giunti sin qui per parlare in fratellanza, per ascoltare, ancora di più!

Lasciateci alle nostre immaginazioni che creeranno un mondo migliore, se solo la smetterete di annoiarci con le vostre considerazioni cattedrattiche; 
esse sono solo lo specchio della vostra indifferente incredulità e delle vostre prigioni mentali.
Abbiamo necessità di spazi liberi 
e di cieli immensi,
abbiamo la casa nel cuore 
e non ci servono mura a separarci tra noi.

La natura, 
il canto degli uccelli 
e il suono del vento
ci basta per nutrire i nostri corpi 
e le nostre anime.

Ritornare a casa significa per noi
essere sempre nella 'nostra' verità
e non tradire mai il valore dell'amicizia.
Vogliamo essere immersi nella natura incontaminata
e ritornare ad imparare da lei 
e osservarla,
senza disturbare il suo movimento... entrare nella vibrazione del creato in punta di piedi, 
senza turbarne la bellezza,
 la grazia 
e la serena calma 
che tutto lo pervade.

Non abbiamo bisogno di molte cose, soprattutto quelle inutili, che non ci danno vitalità, né gioia.
Non ci interessa altro che questo,
VIVERE!

Potete aiutarci?


 
Dinaweh
Gaia, 29 gennaio 2018

sabato 24 settembre 2016

ADDIO, LIBERESO!...

ADDIO, LIBERESO!...


E' mancato ieri LIBERESO GUGLIELMI, un uomo angelico, dalla bontà infinita, che avevo avuto modo di conoscere ad Andora (SV - Liguria - Italy), qualche mese fa, in occasione di un appuntamento a cielo aperto col gruppo della Scuola italiana di permacultura. Libereso, in quella giornata piovosa e fredda d'inverno, non aveva mancato all'appuntamento; fui proprio io a sostenerlo a braccia, per accompagnarlo sul terreno bagnato e scivoloso; sistematosi su una sedia che gli avevamo procurato, lui con tutto il suo entusiasmo di ragazzo, dava le dritte al gruppo, indicando dove piantumare le nuove piante arboree, trovando la loro giusta collocazione, in base al movimento del sole e alla copertura dei palazzi vicini. Poi, dopo la sortita all'aperto, ci siamo ritirati nella sala dell'albergo vicino per continuare con lui la discussione e avere il piacere di sentirlo parlare. Fu proprio lì che potei apprezzare la sua grande umanità; prima di allora non ci conoscevamo, eppure era come se ci fossimo sempre conosciuti; il suo amabile tratto, la sua compassionevole attenzione verso ogni essere vivente, dalle piante, sue grandi compagne di vita, agli esseri umani, lo entusiasmavano sempre, offrendogli molteplici occasioni di racconti, aneddoti e storie di vita. Devo dire grazie a Mariangela, che mi ha dato l'opportunità di conoscerlo in quell'occasione. Ci siamo sempre ripromessi di andarlo a trovare, nel suo giardino di Sanremo, per avere ancora una volta con lui il piacere di starlo a sentire. Sarebbe sicuramente stata un'occasione da non perdere, eppure non ce l'abbiamo fatta! Libereso ci ha lasciati all'età di 91 anni, ancora gioioso e grato alla vita, che era riuscito a disegnare attorno a sé come un'opera d'arte, la più bella ed entusiasmante, quale è sempre stata per lui. Diventato famoso per essere stato il giardiniere botanico di Italo Calvino, nella sua villa di Bordighera, ricordava quello come uno dei tanti episodi della sua avventura umana. Viaggiatore instancabile, poliglotta e amante della natura sopra ogni cosa, si dichiarava vegetariano e vegano sin dalla nascita. Suo padre stesso lo era già: anarchico tolstoiano, gli aveva dato quel nome, che significa Libero nel pensiero e nell'azione e lui, quel nome, lo aveva portato con ostinata coerenza fino alla fine dei suoi giorni terreni. Certi uomini solcano le vie della Terra in silenzio, ma lasciano dietro di loro una traccia indelebile, fatta di amore, grazia e cortesia. Dietro di loro si forma col tempo una scia lunghissima di persone che solcano lo stesso sentiero, riconoscendo in chi li ha preceduti, il loro maestro. Libereso è riuscito a creare dietro di sé questa scia luminosa di persone che, grazie al suo esempio, sono portatrici di quella stessa grazia, di quella stessa benevolenza cosmica, attraverso l'amore e la riscoperta della natura; dei suoi incanti, della sua forza e bellezza, dei suoi silenzi e del suo fragore, del suo suono sottile.

GRAZIE LIBERESO, per tutto quello che hai saputo donarci e per la scia di luce che hai lasciato come traccia per noi, viandanti del cielo e della terra-madre.












Dinaweh



Libereso Guglielmi,  Mangiare il giardino, editrice socialmente, 2009;











Libereso Guglielmi, Il giardiniere di Italo Calvino, Orme ed., 2013.












lunedì 19 gennaio 2015

Essere Creatori del nuovo Mondo

Essere Creatori del nuovo Mondo

Dinaweh

Mi è capitato ultimamente di soffermarmi a parlare con amici o amiche impegnati nella politica e percepire in loro una certa stanchezza, una qualche disillusione che porta anche i più convinti idealisti di questo o quel movimento a chiedersi se ancora valga la pena di battersi, di credere in un cambiamento reale delle istituzioni che dovrebbero rappresentare il bene della collettività, che non sia enunciato soltanto a parole, per scivolare invece, nel peggiore dei casi, in una totale discrepanza tra ciò che si predica e ciò che si razzola...; ma non è solo il campo della politica a vacillare e a tradire i propri enunciati di libertà e progresso; è sufficiente guardarsi intorno, in ogni sfera della vita sociale, a partire dalla famiglia, sempre più assediata e colpita da modelli di consumo e di comportamento imposti dai media, dalla televisione, in una società che privilegia il profitto ad ogni costo, ove i mezzi per raggiungerlo sono la competizione, il denaro, il successo, la velocità... 
Ciò che appare sempre più evidente è che il malato è sempre più grave e il prezzo e le cure da pagare per sanarlo sempre più elevati in termini di costi, inquinamento, malattie, sfaldamento delle relazioni di coppia, omicidi-suicidi di intere famiglie distrutte dalla gelosia, dalla precarietà economica, dalla disoccupazione, lo stordimento delle giovani generazioni con droghe, alcool, sesso e violenza... 
Quale dunque la cura? Per alcuni l'unica strada percorribile sembra essere la lotta, la contrapposizione violenta; alcuni invocano la rivoluzione... 
Sorgono così movimenti "antagonisti" che, promuovendo manifestazioni di piazza, spesso diventano una valvola di sfogo per esprimere quella rabbia e quella frustrazione di cui si serve il sistema per poi soffocare tutto con azioni violente per impedire il dissenso, anche quando esso non si prefigge altro che manifestare pacificamente la propria convinzione ad "essere contro".

Se ci si sposta tra quelli che invece già percorrono strade alternative, ugualmente ci si imbatte in un senso di frustrazione e di rabbia, poiché essi vivono un senso di isolamento e di non riconoscimento nei confronti di un'economia che fa di tutto per remare loro contro; penso a tutti quelli che scegliendo un modello di vita "alternativo" con fatica trasformano i prodotti della terra dedicandosi all'agricoltura biologica, alla biodinamica, alla permacultura: in loro ugualmente si evince un sentimento di forte contrapposizione al sistema che, invece di favorire lo sviluppo e la crescita dell'agricoltura naturale, privilegia le multinazionali della chimica, contribuendo al deturpamento dei terreni e intossicando la catena alimentare, con il risultato di favorire malattie autoimmuni sempre più frequenti, allergie alimentari e tumori nella maggioranza della popolazione. 

Ciò che traspare è quindi un senso di disagio diffuso, di lotta, di contrapposizione, che ha come unico effetto di produrre sentimenti, pensieri e azioni negative, rafforzando quelle stesse energie che si oppongono con tutte le loro forze al cambiamento. 
Così facendo ci si allontana sempre più dal risultato sperato; invocando la contrapposizione si attrae contrapposizione, soffermandosi su quello che non va e su tutte le brutture che ci circondano (dalle scie chimiche, all'uso dei pesticidi chimici in agricoltura, alle multinazionali farmaceutiche che promuovono vaccini anti-influenzali ad ogni stagione invernale alle porte) non si fa altro che dare forza ed energia a tutto quello che si vorrebbe sparisse dalla nostra vista e dalla nostra vita! 
Non funziona! Basterebbe applicassimo quello che sostiene la fisica quantistica, quando afferma che una cosa esiste solo nel momento in cui la osserviamo; soltanto quando vi poniamo la nostra attenzione. E che l'osservatore è in grado di cambiare la natura, il movimento e la direzione del fenomeno osservato... Esiste quindi sempre un rapporto di complicità per scegliere di dare o no energia a qualcosa che entra nel nostro campo energetico e conseguentemente di azione. 
La percezione della "realtà" esiste solo se noi decidiamo di renderla "fissa e consistente" alla nostra attenzione!
Il nostro compito dunque dovrebbe limitarsi a creare una realtà che ci piace, una nuova realtà, che non ha parametri già preconfezionati o stabiliti da nessuno, senza dare più energia e forza a quello che non ci piace e non ci soddisfa più. Creare il nuovo mondo significa coltivare la cura alla creazione di quello, senza più voltarsi indietro, senza chiedersi se la mia azione porterà o no un cambiamento, senza guardarmi attorno per vedere se qualcuno mi segue, senza aspettarsi riconoscimenti o plausi dall'esterno. Non esiste altro che la visione interiore, l'unico vero focus per riprogettare il mondo. Tale consapevolezza spingerà in avanti la nostra immaginazione al punto da creare la Bellezza, che per sua natura genera e rigenera se stessa all'infinito. 

Avete presente quando nei cinema e sui mezzi pubblici era consentito fumare? Forse i più anziani di voi se lo ricorderanno... Allora era ammesso ed era scontato che ciò accadesse. Provate oggi ad accendervi una sigaretta al cinema o sulla metropolitana... Non sarebbe necessario chiamare le guardie per farvi buttare fuori dalla sala o dal mezzo pubblico; sarebbero sufficienti gli sguardi indignati ed esterrefatti dei vostri vicini a spingervi a spegnerla o a precipitarvi fuori dal cinema, piuttosto che a scendere in fretta e furia dalla metropolitana. 

Nel momento in cui tutta la nostra focalizzazione si concentra nella costruzione della Bellezza, il resto non esiste più. Così come quando la luce entra in uno spazio buio, l'oscurità sparisce da sola! 
Non preoccupiamoci del brutto, non concentriamo lì la nostra attenzione, non disperdiamo le nostre energie in quello che non va. Costruiamo il nuovo, diventiamo noi i paladini di un nuovo paradigma, ognuno nel proprio contesto quotidiano: sul lavoro, in famiglia, nel rapporto con gli altri. Non è necessario attendere alcuna conferma dall'esterno, se ciò che ci muove è l'amore e il rispetto per tutto ciò che esiste. Di contagioso non c'è solo il Male per fortuna; esiste un virus ancora più potente: è quello dell'amore e della gratitudine. Tutto il resto in noi si muoverà di conseguenza, producendo quel benefico effetto a tutti quelli che ci stanno intorno.
Non pensate che sia una semplificazione o una banalità quello che scrivo; non si tratta di convincere nessuno delle nostre scelte, non occorre fare la rivoluzione per cambiare il mondo. La rivoluzione più sofisticata ed efficiente parte dalla Bellezza. Essa è già dentro di noi, basta solo scoprirla e manifestarla. Può espandersi intorno a noi senza alzare barricate o organizzare manifestazioni "contro". Questa è roba vecchia, da vecchia energia. E' roba da "Era dei Pesci", quando la lotta, il sacrificio, il martirio erano richiesti per smuovere la tosta densità della terza dimensione. Ora possiamo vivere nella gioia, sviluppare ognuno i propri talenti, divenendo finalmente adulti nella propria Maestria; nessun maestro da seguire, nessun Guru da adulare. Questa è "l'Era dell'Aquario". E' l'era dell'abbondanza, della prosperità, della manifestazione della propria divinità. Non per nulla l'iconografia dell'Aquario mostra una cornucopia piena di delizie che viene riversata sulla Terra. Non vi basta? Che cosa volete di più?

Affascinatevi ora con la lettura di un altro fondamentale capitolo del già citato libro di Salvatore Brizzi, L'Alchimia come via per la felicità incondizionata. Attraverso le sue parole avrete la possibilità di approfondire quanto detto sin qui. Ci unisce con l'autore lo stesso sentire, arde in noi lo stesso fuoco; insieme, tutti insieme, possiamo condividerlo e portarlo alla luce.
Buona lettura!

Dinaweh



Manifesto per un nuovo Movimento

 Salvatore Brizzi


Tutte le volte che l'ordine viene meno e prendono il sopravvento l'empietà e l'arroganza, il mio Spirito si incarna sulla Terra.
Bhagavad Gita, canto IV


Sta nascendo un nuovo Movimento, e noi possiamo esserne gli avamposti animici. Lavorando sul nostro Risveglio spirituale conduciamo un'azione che accelera il naturale moto dell'evoluzione e favorisce l'avvento del Nuovo Mondo.

E' un Movimento senza un nome - indefinibile, inetichettabile, di cui la storiografia non potrà appropriarsi - senza né capi né maestri; non conforme alle regole cui si attengono gli uomini. 
Siamo una muta di "cani da risveglio" sguinzagliati per il mondo, i quali producono un influsso artistico sull'ambiente in virtù della loro stessa presenza. Non è importante ciò che facciamo, ma la qualità con cui lo facciamo, la vibrazione che emettiamo nel farlo.

Scultori, matematici, danzatori, cineasti, ingegneri, scrittori, informatici e ragionieri, chimici e atleti, medici e giornalisti, politici e finanzieri, stilisti e cuochi... fanno parte del Movimento nella misura in cui le loro azioni sono un riflesso della luce che proviene dalla loro anima, nella misura in cui colgono, e invitano a cogliere, il Vero e il Bello.

Questo Movimento è una comunità interiore che invece di stabilirsi all'interno di un edificio fisico, utilizza Spazi Temporaneamente Comunitari.
Ciò significa che i Guerrieri dello Spirito - allo scopo di scambiarsi esperienze e decidere sui piani futuri - si riuniscono periodicamente in luoghi improvvisati e sempre differenti, che divengono Comunità fisica solo per lo spazio di qualche giorno, giusto il tempo di riconfermare e rafforzare il filo diretto con la Presenza Divina. In seguito ognuno ritorna allo svolgimento del suo lavoro nel mondo.

Nessuna associazione con la quale identificarsi o attraverso la quale venire identificati, nessun elenco di nomi, nessun centro operativo, nessuna pubblicazione ufficiale. La Comunità è solo interiore, impalpabile, evanescente come un fantasma; solidissima eppure inafferrabile; concreta e compatta, ma pronta a disperdersi velocemente nell'atmosfera nel momento in cui qualcuno volesse affondarvi la sua mano.

Nessun elemento è indispensabile (o tutti lo sono) e nessuno occupa una posizione preminente o "nodale"; ciò implica che l'esistenza della Comunità non è legata alla presenza di uno o più membri in particolare. Questo è possibile in quanto ciascuno vive già in connessione diretta e costante con il Regno dei Cieli. Il Movimento esiste ovunque ci sia un uomo la cui coscienza è identificata con l'anima. Il vero legame fra gli aderenti è stabilito "da Cuore a Cuore".

"...E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento..."
Matteo 10, 5-10


"Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe."
Matteo 10, 16

Alcuni di questi artisti neo-dissidenti, se lo ritengono opportuno, possono decidere di tenersi in contatto fra loro, per favorire ogni genere di decondizionante scambio; all'occorrenza si riuniscono in buie caverne a incidere i loro graffiti, solo per un istante, giusto il tempo di riconfermare e rafforzare il filo diretto con l'Uno. Ma si può far parte di questa tribù anche senza aver mai conosciuto alcuno degli altri Guerrieri; per affiliarsi al Movimento è sufficiente, e indispensabile, aver intrapreso un cammino di risveglio, in qualunque punto del globo ci troviamo.

Sto parlando dii diventare Guerrieri che dedicano la loro vita a trasmutarsi in ciò che realmente sono e a favorire la stessa trasmutazione in chi li circonda. Possiamo farlo indipendentemente dalla professione all'interno della quale agiamo; qualunque mestiere svolgiamo, esso non può mai impedirci di irradiare vibrazioni creative nell'atmosfera.

Servono rappresentanti di tutte le professioni, perché il Movimento agisce per sua stessa natura in maniera capillare. Il nuovo paradigma non può infatti comparire all'improvviso, come opposizione a ciò che è già presente, ma si irradia progressivamente in tutte le strutture della società. Il moto non va "contro" qualcuno, ma dall'interno di noi stessi verso l'esterno.

Saper cogliere attraverso l'anima la perfezione e la Bellezza insite nell'attuale situazione della Terra, non deve mai divenire giustificazione per l'inazione e per la mancanza di volontà di liberazione delle nostre menti. Vogliamo agire con vigore, sotto lo stimolo di un'accettata responsabilità personale per quanto sta accadendo sul pianeta ogni giorno. Se non siamo responsabili del risveglio dell'umanità, lo siamo del suo addormentamento e della sua schiavitù a un'oligarchia finanziaria planetaria. Non esistono stati di non-responsabilità.

Una tranquilla vita condotta nella normalità non è ininfluente, ma causa principale - sostentamento energetico - della creazione di un pianeta di automi dalla mente globalizzata. Permettere alla propria coscienza di stagnare all'interno di una mediocre vita da soddisfatto "uomo medio" - il perfetto produttore/consumatore le cui uniche preoccupazioni sono trovare un posto di lavoro sicuro e costruirsi una famiglia all'interno della quale potersi riprodurre in tranquillità - costituisce la forma di collaborazione migliore con i "poteri occulti" che approfittano del nostro sonno.

Ma come si contrasta l'appiattimento delle coscienze, cioè la "globalizzazione psichica"? L'attacco deve essere qualitativo, non quantitativo, va portato alle idee, non alle strutture, perché è dalle idee che veniamo tenuti schiavi, non da altri uomini. L'idea che siamo dei corpi mortali, l'idea che le disgrazie possono accadere "a caso", l'idea che non siamo noi a creare la nostra realtà... non sono catene fisiche, ma perniciosi "programmi" che girano nei nostri cervelli, e che erano già qui quando siamo arrivati sulla Terra. Erano nelle teste dei nostri genitori e dei nostri insegnanti.

La rivolta interiore nell'ordine della qualità, che ognuno deve compiere innanzitutto dentro di sé, va preferita alla rivolta esteriore nell'ordine della quantità, cui l'umanità si è sempre attenuta nei secoli passati. Solo chi è già libero interiormente può agire nella libertà. Uno schiavo che cerca di costruire una società libera, inconsciamente non potrà fare altro che creare una nuova situazione di schiavitù, egli costruirà ciò di cui uno schiavo ha bisogno: un padrone. Sia esso lo Stato, un datore di lavoro o il partner, egli troverà comunque sempre un padrone che lo tratterà da schiavo.

Un uomo interiormente libero costruirà invece intorno sa sé situazioni di libertà, anche qualora vivesse sotto un regime dittatoriale. Libertà e schiavitù sono stati interiori che si riflettono nell'ambiente esterno unicamente nella misura in cui un uomo li possiede interiormente, e non possono mai essere costruiti all'esterno come oggetti qualsiasi. Non esiste un sistema di governo che da un giorno all'altro ci possa rendere tutti liberi allo stesso modo "per costituzione". La libertà è uno stato soggettivo, che non può mai avere valore generale. Ognuno è libero nella misura in cui lo è interiormente, indipendentemente dal sistema di governo operante all'esterno.

Se abbiamo paura di morire, allora abbiamo anche paura dell'atto terroristico o dell'epidemia. In tal modo possiamo essere manovrati, perché una massa impaurita è sempre prevedibile nelle sue decisioni. Qualcuno può indurci a fare delle scelte dettate dalle nostre paure, semplicemente iniettando queste paure attraverso i media.
Se realizziamo la nostra immortalità, non siamo più prevedibili né ricattabili. Chi non ha paura di morire è libero.

Se ciò che si deve combattere sono idee, queste non possono venir distrutte, ma progressivamente soppiantate da idee nuove, da una nuova concezione dell'uomo e del mondo.
Non si può cacciare via il buio da una stanza, non è possibile, l'unico modo per far scomparire il buio è aprire una finestra e far entrare la luce. Quando si apre una finestra non è il buio a rabbuiare l'esterno della stanza, ma la luce a entrare dentro.
Non è un fatto così scontato, e può verificarsi solo in quanto il buio non esiste di per sé, ma è solo mancanza di luce; esso è ciò che ci consente di sapere che c'è la luce tramite un processo di percezione "in negativo", cioè per contrasto.

Il nostro moto deve procedere in direzione verticale, per trascendere, e non orizzontale, per ostacolare; dobbiamo sfruttare la nostra capacità di aprire iil Cuore per proiettarci nel Regno. Ciò che è qualitativamente superiore si pone in alto, a fare da riferimento per gli altri, fuori dalla calca, extra-mandria.
Il potere della società materialista va trasceso e-ducando la comunità a trascenderlo. affinché con il tempo esso perda inevitabilmente di forza e non possa più fare presa su menti ormai decondizionate.

La "globalizzazione psichica" è una forma di controllo molto più sottile, se viene raffrontata con quelle operate in passato. Non si tratta più di impedirci di manifestare pubblicamente nuovi modelli di pensiero: oggi la società ci impedisce di pensare nuovi modelli di pensiero. L'edu-castrazione agisce infatti alla radice della nostra struttura mentale. Una cosa è aver capito che è possibile un modo di vivere non materialista e non condizionato, ma non riuscire a divulgare questa idea perché il controllo su tutto ciò che è destabilizzante si è fatto troppo severo; altra cosa è non avere nemmeno più la possibilità di immaginare una società non materialista e non condizionata, in quanto veniamo tenuti imbrigliati dentro granitiche convinzioni: a) siamo creature già perfettamente libere di pensare ciò che vogliono; b) siamo tutti mortali; c) può dirsi esistente solo ciò che è fatto di materia visibile.

Queste tre sole idee sono sufficienti a tenere soggiogato un intero pianeta. Grazie al fermo convincimento di essere liberi di pensare, non sospettiamo nemmeno di trascorrere tutta la nostra esistenza riproducendo schemi di pensiero "preconfezionati", cioè pensieri meccanici acquisiti per imitazione dall'ambiente, e pertanto non realmente coscienti. Imitiamo le idee presenti nel mondo esterno di cui veniamo a conoscenza e lo facciamo riguardo a qualsiasi campo della vita sociale: la medicina, la politica, l'economia...

Quante persone posseggono idee veramente originali in relazione al problema dell'economia mondiale o a quello del terrorismo o della cura alle malattie?

Questo modo di pensare meccanico impedisce alle masse di immaginare una società strutturata in maniera totalmente differente: viene ritenuto vero e realizzabile unicamente ciò che è stato acquisito per mezzo della scuola e della televisione!

Allora fermiamo il "pensiero pornografico" - pensieri mercificati, ossessivamente uguali, ripetuti all'infinito con lo scopo di provocare sempre la medesima reazione organica nelle folle - e coltiviamo l'Eros del pensiero: idee fascinose, vitalizzate, sorprendenti, creative.

Salvatore Brizzi, L'Alchimia come via per la felicità incondizionata. Officina Alkemica, Antipodi edizioni, Torino, seconda ed. gennaio 2007, pp. 216-221.