sabato 10 ottobre 2020

I NOSTRI PADRI E LE NOSTRE MADRI


I NOSTRI PADRI
E LE NOSTRE MADRI


 




La generazione che ha attivamente vissuto la seconda guerra mondiale se ne sta andando.
In Germania tra febbraio e aprile di quest'anno (2013) sono state molte le celebrazioni ufficiali a ricordo di quel drammatico periodo storico. Sono trascorsi 67 anni dalla fine della guerra e 70 anni dalla morte dei fratelli Hans e Sophie Scholl e gli altri componenti del gruppo di resistenza della Rosa Bianca tedesca a Monaco di Baviera. Si tratta quasi della durata di una vita umana.
Non per molto tempo ancora si avrà la possibilità che entrino in dialogo coloro che hanno preso parte alla guerra e i loro figli, nipoti e pronipoti.
A marzo il secondo canale della televisione pubblica tedesca (ZDF) ha trasmesso un film in tre parti. Un invito ad intensificare il dialogo. C'è dialogo tra le generazioni nella Germania del 2013? Sentendo alcune interviste e racconti in trasmissioni televisive di approfondimento non pare; la nipote quindicenne il cui nonno era sul fronte russo non gli ha mai posto tante domande e nemmeno il figlio cinquantenne.
Il segretario del partito socialdemocratico tedesco Sigmar Gabriel, in un altro dibattito televisivo sui padri e sulle madri del periodo nazista, ha raccontato la sua storia personale. Il padre era un convinto nazista. Tra loro il dialogo su quei tempi era praticamente assente: le posizioni sono sempre state distanti e non conciliabili. Suo padre accusava il figlio sedicenne che aveva scoperto le letture "compromettenti" sulla scrivania del padre e cercava un dialogo: "Tu sei figlio della propaganda americana". "Per mio padre, ammettere di essere stato dalla parte sbagliata voleva dire rinnegare anche se stesso, il suo mondo, in modo tragico e radicale. Questo per mio padre non è stato possibile, non ha avuto la forza per farlo. Un normale dialogo non era quindi pensabile, non lo è mai stato".

Il presidente tedesco Gauck ricorda e celebra la Rosa Bianca tedesca

Che cosa è rimasto della vicenda umana e "politica" della Rosa Bianca? Mi pare che un elemento lo si possa oggi ritrovare nelle parole di Joackim Gauck, il presidente della Repubblica federale di Germania che il 30 gennaio 2013 nella gremita aula magna della Ludwig-Maximilians, l'Università di Monaco di Baviera, ha tenuto un discorso in ricordo della presa del potere di Hitler e anche del 70° dalla morte (22 febbraio 1943) dei membri del movimento di resistenza "La Rosa Bianca tedesca". Egli, citando l'articolo 20, comma 3 della Costituzione tedesca, ha detto: "Contro ciascuno che intraprende azioni" per sopprimere la libera e democratica comune convivenza, "tutti i tedeschi hanno il diritto alla resistenza".
Questo articolo è entrato nella Costituzione tedesca alcuni anni dopo la fine della seconda guerra mondiale anche grazie, vogliamo pensare, alla Rosa Bianca tedesca, oltre a tutti gli altri gruppi di resistenza. Il presidente tedesco Gauck ha poi citato anche il grande lavoro che fece Fritz Bauer (1903-1968), un alto magistrato dell'Assia, la cui famiglia ebrea, fu costretta a fuggire dalla Germania per poi farvi ritorno finita la guerra. "Egli - prosegue il presidente - è stato il protagonista che ha istruito i cosiddetti 'processi di Auschwitz' che negli anni Sessanta nella Germania dell'Ovest hanno contribuito ad iniziare un ampio e pubblico dibattito sul tema dell'Olocausto. Egli fu anche colui che nel 1952 ottenne per la prima volta che un Tribunale militare dell'ovest dichiarasse il gruppo di resistenza '20 luglio 1944' servitori 'del Bene della Germania' e non 'Traditori della Patria'! Il dibattito sul diritto di ogni cittadino tedesco alla resistenza contro lo stato tiranno si è concluso solo nel 1968 con l'attuale formulazione".
Il presidente ha proseguito ricordando ancora gli studenti resistenti della Rosa Bianca tedesca: " 'Qualcuno deve pur ad un certo punto iniziare', così disse Sophie Scholl il 22 febbraio 1943 guardando in faccia Roland Freisler, il temuto presidente del 'Tribunale del Popolo', il quale nello stesso giorno la condannò a morte. Così come suo fratello Hans, così come Christoph Probst, tre volte padre di famiglia, così come più tardi gli altri membri della Rosa Bianca, Alexander Schmorell e Willi Graf, il loro professore, Kurt Huber e due anni più tardi, nel gennaio del 1945, Hans Leipelt. Sono stati uccisi, perché hanno guardato a quanto accadeva, si sono indignati e hanno agito, perché hanno definito 'criminali' i criminali, l'assassinio 'assassinio' e la viltà 'viltà'. Essi hanno reso palese l'ingiustizia con la loro azione decisa. Essi hanno voluto anche mobilitare le altre persone, far vedere loro quanto stava accadendo e uscire così dal silenzio".

A Monaco di Baviera, ma anche a Ulm e in altre città tedesche, sia la Chiesa protestante, sia la Chiesa cattolica, hanno promosso molte iniziative in ricordo degli studenti di Monaco: messe, letture delle loro lettere e appunti del diario e dei volantini; molte le rappresentazioni teatrali e i concerti.

Il racconto del nazismo alla televisione tedesca

E' assai frequente vedere in televisione in prima serata filmati, documentari e dibattiti dedicati al tragico periodo della Germania. Ultimo in ordine di tempo il lungo film trasmesso dal secondo canale della televisione pubblica tedesca dal titolo "I nostri padri e le nostre madri". Nelle prime ore del 22 giugno del 1941 circa tre milioni e mezzo di soldati tedeschi varcarono il confine dell'Unione Sovietica, un confine lungo 1.600 chilometri. E' la più grande avanzata di truppe della storia.
A Berlino cinque giovani amici, pieni di idee per il loro futuro, in età compresa tra i 18 e i 22 anni, nell'estate calda di quell'anno sono costretti a lasciare la città, la guerra li chiama. In un locale alzano allegramente un bicchiere e brindano all'arrivederci sul quale, ancora, non hanno dubbi. Si scattano, in un ultimo momento di spensieratezza, una foto di gruppo, in bianco e nero.
Promettono di rivedersi, fra non molto, a Natale per stare ancora insieme. Porteranno con sé la foto di gruppo come promessa del loro futuro e certo ritrovo. Sono fiduciosi.
Poi le loro vite si dividono, ma i loro destini saranno identici. Casualmente alcuni di loro si rivedranno a distanza di qualche mese sul campo di battaglia, ma si riconosceranno appena, o meglio i loro occhi saranno molto diversi e la "vita" in guerra li avrà trasformati.

I cinque ragazzi, i loro nomi e le loro storie

Sono dei giovani mandati sul fronte russo che non sanno, proprio non sanno, che cosa possa essere la guerra, non conoscono nulla di strategia e di controffensiva; cadono nelle trappole dei russi, hanno voglia di divertirsi e di spensieratezza così come si gioca con le pozzanghere.

Greta è la figlia della Berlino sonora degli anni Venti e Trenta; vuole fare carriera e vende se stessa, corpo e anima a un gerarca nazista perché vuole diventare attrice e cantante di successo. Al gerarca chiede in cambio che Viktor, il suo innamorato non corrisposto, sia messo in salvo facendogli rilasciare un passaporto falso. Viktor ottiene il passaporto, ma il giorno della sua partenza è rapito dalla polizia segreta e finisce, per ordine dello stesso gerarca, su un treno diretto a un campo di concentramento.
Greta non ha "sentito" la guerra fino a tutto il 1944, l'ha vissuta quasi di striscio, ma negli ultimi mesi finisce in prigione, dialoga con un'altra condannata a morte e scopre la semplicità nel dare delle briciole a un uccellino che accorre alla sua finestra, unico suo spiraglio di luce. Sarà fatta fucilare dal gerarca, suo amante, a cui aveva rivelato di essere incinta; sarà sola, senza il suo amato pubblico, davanti ad un gruppo di tiratori scelti. Greta esclamerà: "Volevo vivere cantando e ho trovato la guerra!".

Charlotte si mette al servizio della "propria" gente nelle retrovie del fronte come crocerossina (600.000 circa a quel tempo). E' una ragazza candida ed ingenua, "convinta" dell'ideologia nazista e fa parte fin da subito dell'organizzazione delle giovani ragazze del Terzo Reich. Tradirà la brava collega ebrea ucraina, sua aiutante all'ospedale da campo, per dimostrare ai superiori e a se stessa fedeltà ai loro comuni ideali. Se ne pentirà amaramente e non sopporterà "la croce" del tradimento. Sarà sorpresa dall'arrivo dei russi, i soldati tedeschi feriti saranno massacrati nei loro letti e lei subirà violenza. Sarà quasi subito salvata da una soldatessa russa che le darà degli abiti e delle uniformi russe che le permetteranno di arrivare a Berlino qualche mese dopo, sana e salva.

Friedhelm è un ragazzo anarchico e pacifista. In un momento di forte tensione sul fronte russo dirà a suo fratello Wilhelm, urlando: "Anche Dio ci ha lasciati e non c'è alcun senso, nessuno in quello che facciamo!".
La guerra volge ormai alla fine e il caos e le truppe al fronte sono senza guida. Altre atrocità saranno commesse in questo tempo di nessuno. Friedhelm con alcuni commilitoni cerca la via del ritorno nei radi boschi sovietici di pino e betulle. E' difficile nascondersi e sono sorpresi dai soldati russi che li attaccano. Si mettono a terra protetti da alberi "filati" unico loro rifugio. Friedhelm prende dal taschino della giacca la foto degli amici, avverte che la fine è vicina; scrive sul retro l'indirizzo a cui dovrà essere inviata. La consegna ad un soldato perché la invii. Un giovane soldato gli rivolge la parola e gli dice: "Che cosa aspettiamo ad attaccare i russi?" Friedhelm gli risponde con un'altra domanda: "Quanti anni hai?" e il giovane soldato risponde sicuro: "Dodici". Friedhelm è già molto più vecchio, ha dieci anni di più, ma la guerra gliene ha "regalati" almeno il triplo. Non ha però la voglia e la forza per far capire al ragazzo quanti decenni in pochi anni lui ha vissuto.
Friedhelm si alza di scatto e all'impazzata spara e corre, corre e spara verso i soldati russi che lo trafiggono con numerosi colpi. Alle sue spalle i giovani soldati, i futuri padri, alzano le mani in segno di resa. Quella foto di gruppo non giungerà mai a destinazione e forse nemmeno i giovani fatti prigionieri dai russi.

Wilhelm  è il fratello maggiore di Friedhelm, è un ragazzo che non sbaglia mai, è un soldato esemplare, con ruoli di responsabilità per volere della sua famiglia, padre e madre entrambi molto esigenti e dai buoni costumi, dalle solide tradizioni prussiane; egli vive il duro conflitto tra dovere collettivo e coscienza personale.
Nelle ferraglie di un carro armato esploso trovano rifugio, nottetempo e dopo lunga battaglia, Wilhelm e un soldato russo. Quest'ultimo semi carbonizzato in volto, ma ancora vivo, chiede, con un cenno della mano, dell'acqua al nemico-amico tedesco; la ottiene e senza scambiarsi una parola la vita del giovane soldato russo si consuma. Appena fa giorno l'amico-nemico tedesco se ne va e vagando trova un altro rifugio in una casa di legno con segni di forzato abbandono da parte dei proprietari. davanti alla casa un laghetto e una solitaria betulla. Un gatto e un po' di pesce saranno le sue poche consolazioni. Sarà catturato dai soldati tedeschi in ritirata, classificato come disertore e condannato a morte. Sarà maltrattato per lunghi giorni e aspetterà il momento più adatto per pugnalare il capo banda tedesco, un suo ex-collega impazzito. Riprenderà la via del bosco e riuscirà ad arrivare a Berlino per la fine della guerra.  

Viktor è un ragazzo ebreo che impara il mestiere nella sartoria di famiglia, Goldstein. E' innamorato pazzo di Greta, che non ricambia. Prima di partire per il fronte le regala una sua creazione artistica in segno d'amore: un vestito rosso lungo di seta fatto su misura per lei. Greta lo indosserà nel suo tour sonoro sul fronte russo per allietare le truppe tedesche.
Qualche anno prima nell'appartamento di Berlino il padre di Viktor, intento a cucire la croce gialla sugli abiti di famiglia, aveva detto al figlio, che si diceva stupito di quanto suo padre stava facendo: "Un bravo tedesco non disobbedisce mai alla legge".
Viktor sarà rapito dalla Gestapo mentre, sotto falso nome, sta tentando di lasciare Berlino e sarà messo in un treno della morte. Durante il viaggio riuscirà a fuggire dal treno in corsa insieme a Liljia, una ragazza polacca. Lei racconterà a Viktor la sua storia più recente. A Varsavia è stata violentata da un gerarca nazista perché voleva assolutamente un figlio maschio data la sterilità della moglie. Era nata però una bambina che è stata subito uccisa. La ragazza madre Liljia è invece inviata per punizione in un lager all'est.
Viktor e Liljia  vagheranno in terre ignote e una banda di partigiani polacchi li cattureranno. Viktor sarà usato per attrarre soldati tedeschi in imboscate mortali.
Viktor ha il torto di essere ebreo tra i tedeschi e di essere tedesco tra i polacchi. Avrà consolazione umana dalla sua involontaria amica di viaggio che lo guiderà e lo salverà dai partigiani senza nemmeno mai baciarlo.

Fine della guerra e ritorno a Berlino

Tornato a Berlino Viktor si mette alla ricerca di Greta di cui non conosce ancora il destino. Torna nell'appartamento di lei, l'abitazione è tutta in disordine e Viktor trova sue foto e alcuni suoi abiti. Nell'ufficio di Berlino appena creato per la ricerca delle persone ritrova il gerarca nazista che, bruciati gli abiti ed eliminato il suo passato (ha ucciso moglie e figlia e fatto uccidere Greta), si è dato un nuovo ruolo nella Germania sconfitta. Si riconoscono, ma non succede nulla. Viktor sembra rassegnato e il gerarca si sente "graziato e perdonato". "Avanti il prossimo"...
A Berlino nell'estate del 1945, in quel locale in cui si erano lasciati quattro anni prima, si ritrovano Viktor, Wilhelm e Charlotte. Non si abbracciano, tra loro solo incroci di sguardi e di occhi spenti. La gioia di essere vivi non fa breccia; a che serve nella Berlino in stracci essere vivi? Le macerie e la polvere sono solo loro paesaggio. Si versano, ricercando un po' di vita, un po' di liquore, come promesso, e ricordano, facendo solo i loro nomi, le vite "straperdute" di Greta e Friedhelm.

Dolore, colpa e silenzio

La tragedia di quegli anni e di quegli uomini, padri e madri, non è raccontabile, è muta, è senza parole e senza musica. Come il pianoforte che Viktor prova a suonare senza che esca alcun suono, nessuna musica, come invece era accaduto allora, ieri, quando, loro malgrado, si erano divisi.
Queste sono le madri e questi sono i padri che non troveranno, anche negli anni a venire, il coraggio di parlare. Questa sembra essere la loro sola unica "salvezza", la sola via per non morire ancora.
C'è la sofferenza dei dannati e la sofferenza dei "carnefici"; entrambe senza tempo, senza dialogo e per molti senza perdono. Molti di questi padri e queste madri sono caduti, ma tutti sono "morti", tutti, nessuno escluso; dei sopravvissuti vivono solo i corpi e il ricordo non comunicabile di questa smisurata tragedia senza alcun Dio.
Il presidente tedesco Gauck, che ha visto il film, il 24 marzo scorso è stato accompagnato dal presidente italiano G. Napolitano a Sant'Anna di Stazzema per ricordare le vittime civili dei nazisti del 12 agosto del 1944. Gauck ha detto: "Non è per nulla facile e semplice per un tedesco quale rappresentante di un Paese e della sua storia. Non è semplice, e così deve essere, riconoscersi nell'enorme colpa e confrontarsi con un terribile sterminio che è stato perpetrato da propri concittadini".



 



fonte: 
articolo pubblicato sulla rivista "Il Margine" ISSN 2037-4240 Anno 33 (2013), n° 6. 





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