mercoledì 25 settembre 2013

Un giorno devi andare


La gioia, l'incanto,
le ferite del cuore,
 la durezza delle vite
la giostra del dolore 
che si aggira per il mondo da tempi immemorabili, 
senza risparmiare nessuno,
senza far sconti o discriminare le latitudini.
E' sempre tutto dentro di noi
e noi siamo la rappresentazione di quel mondo interiore, 
creatori della stessa realtà dalla quale vogliamo fuggire.
   ...Quando ci accorgiamo di questo piccolo segreto,  
allora anche il posto più desolato della Terra 
diventa per noi il Paradiso. 
E a volte c'è bisogno di andare lontano da noi stessi
per ritrovarci di nuovo 
e tornare al centro.

Dinaweh







La deriva


Era informe e degradante
come un torsolo di mela
succhiato fino al seme,
si trastullava di poche cose
e rimaneva lì, fermo  immobile
ad aspettare
senza tempo né spazio
accudiva i suoi pensieri
come si fa con i pezzi di un puzzle impudente
in giornate afose
o di acqua di cielo insistente
– così si muoveva – in  barba al frastuono
là fuori
del bordello di uomini e donne sparpagliati nel traffico
di una metropoli congestionata e spinta all’eccesso

muoveva le dita di una mano
indolente,
come si fa quando ormai il gioco è fatto
simile al giardiniere là sotto
ad annaffiar di pensieri
giardini, durante l’ultima ora meridiana
quando il sole casomai si corica
di là, sul mare, annoiato e ripetitivo
nel suo ancestrale sciabordio dorato
degli ultimi raggi celesti

Era preso dal ricordo
di giorni lontani
ma scritti per sempre
come files di sistema,
previa
la morte di sé.
Anche lui si trovava obbligato
a dirimere e archiviare
a speculare  a trovar ragioni
a cercare giustificazioni
a imprecare col fato e col destino
fino all’ultimo respiro…
In realtà qualcosa gli sfuggiva
e dove fosse, se nei meandri della mente
o in altre dimensioni perso
il fatto è che d’un tratto
una luce dentro
prima fioca e inconsistente
si faceva certa, consapevole
come venisse da altro che non da lui
eppure da lui si accendeva
e tutto vibrava
persino le ossa tremolanti
con il loro ticchettio automatico
sentivano di essere pervase e attraversate
da bagliori e da scossoni,
come di corrente

un motore che mai avrebbe detto
avesse
cominciava così ad accendersi dentro
dal nulla
da poca cosa,
come quando ci si alza
dal tavolo dopo una partita a scacchi
sudata e vinta,
così spingeva se stesso
ad altre sottili comprensioni
senza volerlo,
senza alcun sistematico intento.

Com’è possibile – si chiese –
che questo accada?
Dopotutto, ogni aspetto della sua apparente
inutile esistenza
aveva da tempo atteso che qualcuno o qualcosa
lo accendesse,
ma mai più avrebbe preteso che ciò
veramente avvenisse.

Se non ora quando? - sembravano sussurrargli
voci dentro
Sì, “se non ora quando”?

Inghiottendo saliva
ripeteva egli pure,
quasi farfugliando col suono delle labbra serrate,
quel mantra,
come se tutta la sua esistenza
avesse atteso quell’ora, quel minuto, quello spazio,
attimo di eternità pervadente.: “Se non ora quando?” 

Il film scorreva davanti ai suoi occhi
senza più l’ingaggio della mente a dargli pena;
era altro a farlo sentire vivo
come fa il battito d’ali di un improvviso uccellino
che sfreccia di sorpresa davanti alla fronte,
così, lo stesso brivido di stupore e bellezza
tutto lo pervadeva,
tanto da non occuparsi più del suo corpo
né dello scorrere dei minuti, o del passare del sole
da dietro le finestre.

Da dove sbucano i naufraghi
di una nave trasformatasi in pochi attimi
in relitto, così sentiva se stesso,
grato per aver finalmente raggiunto la salvezza,
soccorso e curato dallo stesso periglioso viaggio
imprevedibile, imprevisto e tuttavia cercato,
celato agli occhi di tutti,
ma chiaro ai suoi.
Quale la mèta di quel vagare
nel tutto preordinato della mente?
Nulla delle sue infinite parti erano mai approdate
ad alcun molo,
né alcuna scialuppa di salvataggio le aveva raccolte.
Si sentiva semmai come naufrago alla deriva

Si trovava gettato in acque profonde,
scure, sconosciute.
solo così – sapeva –
era possibile incontrare l’altra parte di sé
fino in fondo, fino all’ultimo battito.
Si sentiva morire come quando si nasce,
tutto avvolto da istanti brevissimi di paura
e comunque fitti, uno dietro l’altro,
senza sosta.
Quando mai aveva avuto quel coraggio?
Ora era guerriero nudo a se stesso,
armato di solo pugnale!
Forse una vita passata oppure parallela
gli dava la spinta?
Forse il ricordo di essere stato
ciò che, persa la memoria, una volta fu?
Così si gettava contro quell’armata
ben più agguerrita – sembrava –
e risoluta nel vincere la sfida.

Innumerevoli forme di draghi
incespicavano l’uno sull’altro
e s’affannavano a caccia della preda
orde di volti ostili
di livore antico arrossati
famelici nel voler blandire il colpo fatale
più simili a cerebri di rettiliana fattura
non si davano per vinti
a scatenar l’insidia che istilla il dubbio e lo spavento
al nemico attorniato e braccato
come una volpe, quando si sente inseguita
da cani di corsa rabbiosi

così percepiva ogni fibra del suo corpo
e la sua anima a seguire,
perfettamente all’unisono
con quell’emozione antica, lo spavento
che raggela il sangue e immobilizza i pensieri.

Istinto puro, primordiale
prendeva in lui il sopravvento
e lo guidava salvandolo
fuori dalle gabbie della ragione,
sua antica confidente e compagna,
trappola mortale, tagliola spaccaossa
nemica di ogni balzo verso l’impossibile
verso la libertà e l’ignoto.
Libertà creatrice di mondi
immaginazione realizzatrice di sogni,
svelamento e ricordo
dell’Eden perduto
e tuttavia sempre presente
nel qui e ora
fuori dal tempo,
eterna presenza nascosta
viva, risoluta e silenziosa.

Quante volte l’ho cercata – diceva a se stesso –
e ora me la trovo davanti,
me la sento dentro
e ruggisce come rombo di tuono.
Cosa ne farò di questa libertà?
Sarò in grado di accudirla e di farla crescere?

Spavento e stupore si avvicendavano nella sua mente
Tutto ricominciava di nuovo, daccapo
ma altri colori e forme disegnavano il suo volto
costernato e stanco
mentre soffiava in lui l’aria di un movimento mai udito prima
estremità e finitezza lasciavano il posto
alla contemplazione di un’esistenza a prescindere
senza confini né personalità
oggetto fine a se stessa
non più come l’ordito rovesciato di una tela incomprensibile,
ma nel qui e ora compiuta e realizzata,
pronta ad altre e nuove trasformazioni
che non siano il risultato di pensieri
ma la definizione di ciò che è
nel Sono Colui che sono

…Dipanava se stesso
mentre la coscienza prendeva il sopravvento
sulle infinite parti del manifesto essere incarnato
che era stato.
Non più definibile o rintracciabile anagraficamente
secondo logica matematica di statistiche probabilità
ma Essente di per sé
invalido di gambe e braccia
come fosse,
fermi i pensieri non ronzavano più
come mosche.

Era e basta ed è tutt’ora da sempre
avulso dalla materia incatenante
e fuorviante, illusione metafisica
di improbabili calcoli e possibilità.
Attimi di infinita beatitudine
coscienza espansa
fuori e dentro
non più limitata da vincoli di cose

Ma dove il sogno, dove la realtà?
Era come si fosse appisolato
dentro una caverna di luce
e ora, precipitato di nuovo in acque profonde,
sentiva il freddo appiccicarsi alla pelle
ma una vibrazione inconsueta lo sosteneva
e le goccioline d’acqua non raggelavano
il sentimento di sentirsi alleato
a quell’universo di cui era parte

come da sempre.
L’aveva visto per la prima volta
e poteva riprendere la corsa
fino a perdersi di nuovo
nell’unica e imprescindibile Fonte.

                                                                                                  Copyright 2014 Luca Peirano. Tutti i diritti sono riservati

Dinaweh                                                    



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